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lunedì 7 ottobre 2019


"RITORNO A REIMS"
LA PRIMA REGIA DI THOMAS OSTERMEIER
PER IL PICCOLO TEATRO DI MILANO

Giovedì 10 ottobre, debutta, in prima assoluta, al Teatro Studio Melato, Ritorno a Reims, prima regia di Thomas Ostermeier per il Piccolo Teatro. Come nella scorsa Stagione con Declan Donnellan, anche questa, 2019/2020, si apre nel nome di un importante regista internazionale, al lavoro con una compagnia interamente italiana. A partire dal saggio del filosofo francese Didier Eribon, Ostermeier realizza un progetto teatrale transnazionale per raccontare i mutamenti della politica e della società nell’Europa occidentale.
Lo spettacolo, una nuova produzione del Piccolo Teatro, dopo Milano, dove replica per più di un mese (fino al 16 novembre), sarà a Romaeuropa Festival, che ne è coproduttore, dal 20 al 23 novembre.

In scena Sonia Bergamasco, Tommy Kuti, Rosario Lisma.

Thomas Ostermeier va al cuore dell’identità politica e sociale del vecchio continente, con un progetto teatrale di respiro concretamente europeo: allestire lo stesso testo, tratto dall’omonimo saggio che il sociologo francese Didier Eribon ha pubblicato nel 2009, in diversi Paesi europei, riscrivendone ogni volta la drammaturgia, in collaborazione con il teatro e con gli attori coinvolti in ogni singolo progetto.

La scelta di Ostermeier per l’Italia è il Piccolo Teatro, per il quale firma la sua prima regia, ed è a Sonia Bergamasco che affida il personaggio cardine, un’attrice che sta lavorando al commento sonoro di un documentario dedicato allo stesso Eribon. Accanto a lei, il regista, interpretato da Rosario Lisma, e l’ingegnere del suono, Tommy Kuti.

Tra confessione personale e analisi sociologica, il filosofo racconta il ritorno nella città natale, Reims, l’incontro con la famiglia, con cui non ha rapporti da decenni, da quando ha intrapreso la carriera universitaria a Parigi. Nel confronto con il passato, Eribon si scontra con i lati oscuri della società contemporanea: i brutali meccanismi di esclusione dall’istruzione e dal lavoro messi in atto dalla borghesia, alla quale ora appartiene, progressista per finta ed elitaria nella realtà; una classe operaia che, dimenticata e privata dei diritti, rinnega la militanza comunista per gettarsi tra le braccia della destra populista del Front National.

«Mi ha incuriosito molto approfondire come e perché negli ultimi anni – spiega Ostermeier – si sia potuta sviluppare così rapidamente un’ala populista di estrema destra in tante nazioni europee e nel mondo intero. Rimasi profondamente impressionato dall’analisi suggerita da Eribon, che collega quell’allarmante dilagare al fallimento storico della sinistra tradizionale. Mi piace l’idea di realizzare diverse versioni dell’allestimento in nazioni, lingue e con attori differenti, le cui esperienze personali lo influenzano e lo modificano».

Gli incontri
In collaborazione con Institut Français Milano, Goethe-Institut Mailand e Università degli Studi di Milano

Venerdì 11 ottobre - Chiostro Nina Vinchi, ore 17
Incontro con Thomas Ostermeier e Didier Eribon
con il sostegno di Institut Français Milano

Mercoledì 16 ottobre - Chiostro Nina Vinchi, ore 17
Incontro con la compagnia dello spettacolo
con Sonia Bergamasco, Rosario Lisma e Tommy Kuti

Mercoledì 30 ottobre – Teatro Studio Melato, ore 18.30
Incontro con Maurizio Landini

Giovedì 7 novembre - Chiostro Nina Vinchi, ore 17
Incontro con Antonio Calabrò e Piero Colaprico

L’ingresso è libero con prenotazione obbligatoria su www.piccoloteatro.org

Intervista a Thomas Ostermeier

- Cosa ti ha colpito di Ritorno a Reims di Didier Eribon e perché hai deciso di portarlo in scena?
Ho letto il libro di Eribon per mio interesse personale, senza pensare di trarne uno spettacolo teatrale. Poi mi capitò di parlare con Nina (Nina Hoss, attrice e interprete delle edizioni inglese e tedesca di Ritorno a Reims, n.d.r.) che stava lavorando negli States nel periodo in cui Donald Trump vinse le elezioni presidenziali. Nina condivideva le mie stesse paure, di fronte al risveglio e all’ascesa dell’estrema destra in tutto il mondo; ci trovammo a riflettere sul libro e ci apparve necessario trasformarlo in uno spettacolo teatrale. Il grande pregio di questo saggio autobiografico, che Eribon ha scritto nel 2009, è quello di approcciare il fenomeno dall’unica prospettiva percorribile: non biasimare o deridere gli elettori dell’estrema destra, ma riflettere sul perché così tanti votanti abbiano abbandonato i partiti della sinistra – per i quali parevano nutrire una fede incrollabile – per abbracciare un’ideologia opposta. Senza la pretesa di veicolare un’analisi politica, Eribon parte dall’esperienza della propria famiglia ed è estremamente efficace nello stabilire un collegamento tra il fallimento della sinistra e l’ascesa della destra in Francia. Sottolinea la necessità non solo della lotta antifascista ma anche di un cambiamento radicale del modo in cui la sinistra, oggi, fa politica: occorre che i partiti della sinistra europea riscoprano le proprie ragioni storiche e la propria missione.

- Il libro è opera di un sociologo francese che analizza la realtà del proprio Paese. Lo spettacolo invece ha assunto una prospettiva transnazionale, ha coinvolto altre istituzioni europee ed è stato prodotto in Italia dal Piccolo. Come e perché è avvenuto?
Le nazioni europee hanno gli stessi problemi. Il primo allestimento di Ritorno a Reims è stato a Manchester, ex città industriale del Regno Unito, nel luglio 2017. Poi ne ho diretto l’edizione tedesca, che è andata in scena a Berlino nel settembre dello stesso anno. Era il giorno in cui votavamo per il rinnovo del Bundestag, il parlamento federale tedesco: sono state le prime elezioni, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, in cui abbiamo assistito all’ingresso dell’estrema destra tedesca tra i banchi della nostra democrazia.
A Parigi, con l’edizione francese dello spettacolo, siamo stati in scena nell’inverno 2019, mentre ad ogni fine settimana, sugli Champs Elysées, si scatenava la protesta dei gilet gialli, un movimento che i media hanno frettolosamente liquidato come “di estrema destra”, mentre la sua realtà è ben più variegata. La produzione del Piccolo dimostra che Ritorno a Reims parla anche all’Italia e dell’Italia. È il grande pregio del saggio di Eribon ed è il mio desiderio come regista, il mio contributo alla lotta antifascista, in Europa, oggi: inquadrare il fenomeno in una prospettiva più ampia e profonda, richiamando l’attenzione sul ruolo che la sinistra dovrebbe tornare ad avere e sottolineare le responsabilità che ha avuto nel favorire l’ascesa della destra. Per questo mi piacerebbe che lo spettacolo non fosse visto solo nelle grandi città, ma che potessimo parlare anche al pubblico della provincia, delle campagne, dei piccoli paesi. Da essere umano cosmopolita, credo che il mio ruolo sia farmi portavoce di temi come società, povertà, miseria, mancanza di prospettive e precarietà che nell’Unione Europea non godono, purtroppo, della stessa considerazione di parole come valuta, denaro, mercati, circolazione dei beni di consumo… Le merci possono circolare, ma le persone no. Ha senso? Dirigere questa produzione al Piccolo ha per me anche un valore ulteriore, perché percepisco, tra queste mura, la grande tradizione di Strehler, il suo profondo legame con un certo tipo di teatro politico tedesco, con Brecht, in particolare, che Strehler fu il primo a proporre in Italia. Sono felice di ricostruire quel ponte tra i nostri due mondi. Certo la temperie politica è differente, ma forse è importante proprio per quello.


- Come avete trasformato il saggio di Eribon in una drammaturgia teatrale e in che modo l’avete adattato al contesto italiano?
La storia si sviluppa su tre piani. Nel primo, siamo in uno studio di registrazione, dove un’attrice, un regista e un tecnico del suono lavorano al commento sonoro di un film documentario dedicato a Didier Eribon. Il film, che abbiamo potuto girare grazie alla straordinaria disponibilità di Eribon, è il secondo filone narrativo. Didier si è prestato a “rivivere” il proprio ritorno a Reims, perché potessimo trasformare il monologo interiore del suo libro in un video da mostrare al pubblico: lo abbiamo filmato mentre torna nei sobborghi dove i suoi familiari sono vissuti per vent’anni e dove lui non è mai andato a far loro visita; lo vediamo seduto a tavola a bere caffè, a parlare con la madre – la vera mamma di Didier, non un’attrice –; assistiamo alla sua graduale presa di consapevolezza del passato e della storia della sua famiglia. Il testo che, nella finzione dello spettacolo, Sonia (Sonia Bergamasco) sta registrando come voce fuori campo è parte del saggio originale di Eribon. Quando Sonia interrompe la lettura per porre una domanda al regista Rosario (Rosario Lisma), ne nasce una discussione che sposta lo spettacolo su un piano legato al contesto politico contemporaneo italiano. Tutti e tre i personaggi – Sonia, Rosario e Tommy, il tecnico del suono, che nella finzione è anche un musicista rap come il “vero” Tommy Kuti che lo interpreta – si confrontano con la propria dimensione di attori e artisti, chiedono a se stessi e si domandano l’un l’altro cosa stiano facendo concretamente per arrestare la deriva a destra del proprio Paese. Tommy, in particolare, presenta il proprio punto di vista di ragazzo di origine nigeriana cresciuto in Italia, che ha un passaporto italiano e si considera italiano, anzi: “afro-italiano”. L’argomento ci ha permesso anche di esplorare un’altra parte del saggio di Eribon che, attraverso gli scritti di James Baldwin, si è interessato molto al tema dei diritti civili e al movimento delle Pantere Nere negli USA, negli anni 60/70.

- Che tipo di impegno hai chiesto agli attori?
Non è stato un lavoro tradizionale sul “personaggio” o sul “carattere”. Sonia, Rosario e Tommy sono tutti artisti che, con il proprio lavoro, si impegnano per il cambiamento, pur consapevoli del limite implicito nel loro stesso ruolo. Del resto, la storia porta illustri esempi: Brecht, probabilmente il più importante scrittore e uomo di teatro della Germania del Novecento, non poté nulla contro l’ascesa del nazismo, ma dovette fuggire e vivere all’estero da esule. Quel che possiamo fare, in tempi come questi, è esplicitare le paure, i dubbi e dar loro corpo: pensare a come possiamo agire, anche a costo di cambiare il nostro modo di essere artisti. Ciascuno dei tre interpreti ha portato se stesso nello spettacolo, che, nella seconda parte, è costruito anche a partire dal loro vissuto e dalle loro esperienze. Non è un’improvvisazione, perché lo spettacolo ha una drammaturgia compiuta: è stata una relazione di reciproco ascolto, senza mai derogare ai rispettivi ruoli.

- Cosa vorresti che il pubblico “portasse a casa” da questo spettacolo?
Tutte le domande che i personaggi sollevano sono interrogativi sulla speranza: speranza in un cambiamento, in una nuova identità politica, in una rinnovata armonia tra politica e società. Eribon, e il mio spettacolo con lui, afferma che non è necessario perdere di vista i diritti degli operai e di chi ha meno, per tutelare gli altri bisogni: si possono tranquillamente combattere il razzismo e l’omofobia, continuando a difendere coloro che hanno meno, sono poveri e in difficoltà. È un errore che i due obiettivi siano stati posti in competizione. Vale lo stesso discorso per la parità di genere. Senza dubbio è importante ampliare la presenza femminile nei CdA delle grandi aziende e nei luoghi di potere; ma che cosa si fa per l’emancipazione delle donne della classe operaia, quelle di cui parla Eribon, persone che hanno il doppio lavoro, in fabbrica (o in ufficio) e a casa, dove devono fare tutto, cucinare, pulire, occuparsi dei figli?
È a loro che bisogna pensare.

(estratto dal programma di sala dello spettacolo, a cura dell’Ufficio Edizioni del Piccolo Teatro di Milano

Arte e politica nel teatro di Ostermeier
di Didier Eribon

Caro Thomas
Parlerò di te.
Di te e di teatro, ovviamente.
E dunque, è altrettanto ovvio, di teatro e di politica.

Ho incontrato Thomas Ostermeier nel novembre 2016. Aveva letto la traduzione tedesca di Ritorno a Reims e mi disse che gli sarebbe piaciuto “fare qualcosa” con il mio libro, senza ancora sapere nello specifico né cosa, né quando. Tre o quattro mesi dopo, il progetto si definì e ci recammo insieme a Reims, per girare un film sulle tracce del mio passato. Solo sei mesi dopo la nostra prima conversazione, assistevo a Berlino alle prove del suo spettacolo, poi al debutto, in inglese, al Festival Internazionale di Manchester, nel luglio 2017, quindi alla prima rappresentazione in tedesco, tenutasi a Berlino nel settembre dello stesso anno. […]

Non sono uno specialista di teatro, ma è in nome della bella amicizia, della complicità che così rapidamente si è instaurata tra noi che mi sento autorizzato a pronunciare qualche parola di elogio. Impossibile menzionare tutti i testi allestiti da Thomas: sono più di sessanta! Ne voglio semplicemente citare qualcuno, tra quelli che mi sembrano meglio definirne il progetto culturale.

In principio, nel 1995, ci fu Tamburi nella notte di Bertolt Brecht, opera giovanile (gioventù di Brecht, ma anche gioventù di Thomas Ostermeier). La scelta di Brecht è molto interessante, dal punto di vista francese, poiché il teatro moderno, nel Dopoguerra, in Francia, negli anni Cinquanta e Sessanta, s’è incarnato in due grandi figure antitetiche: Brecht e Beckett. Poli opposti della scena culturale e intellettuale, simboleggiano la politica e l’impegno da un lato, contrapposti a un certo rifiuto della politica e dell’impegno dall’altro, a vantaggio di un approccio più metafisico alla condizione umana, di un’arte più astratta, compiuta in se stessa. […]

Ho verificato: Thomas Ostermeier non ha mai messo in scena Beckett. […]

Cionondimeno, ritengo che Beckett sia assai presente nel lavoro di Thomas. Quasi al livello di Brecht. Il primo lo incalza come un fantasma del passato, l’altro come uno spettro del futuro. Non credo di sbagliarmi se affermo che l’approccio di Thomas si situa nella parentela incrociata di questi due modi di impersonare la modernità. Il suo teatro è quasi sempre politico, come quasi sempre si fa portatore di una riflessione, tragica e comica insieme, sulla condizione umana. E la riflessione politica non è mai dominante rispetto alla cura dell’estetica, all’invenzione formale, alla ricerca della bellezza dei quadri e delle immagini presentati agli spettatori. Arte e politica sono intimamente intrecciate.

Parlare di Ostermeier significa parlare ovviamente di Shakespeare.
Tutti sanno che Thomas è un profondo conoscitore di Shakespeare e un grande regista shakespeariano: il suo Amleto, il suo Riccardo III sono pietre miliari e appartengono alla memoria collettiva. Tali successi straordinari sono dovuti al fatto che non cerca mai di “attualizzare”, nel senso banale del termine, i classici. Rendere contemporaneo un classico per lui significa restituirne la violenza originaria: si tratta di riattraversare gli strati sedimentati dell’interpretazione che ha fissato l’opera nel suo status di “classico” per recuperarne la radicalità primigenia, l’originalità, l’eterna novità. Restituisce Shakespeare a Shakespeare e gli regala, piuttosto gli riattribuisce, una brillantezza nera, come in Riccardo III, o festosa, come ne La dodicesima notte. Così Shakespeare è nostro contemporaneo, per citare il titolo di un ben noto saggio. Così gli affreschi shakespeariani sul potere o sull’amore ci parlano di noi, di noi come siamo oggi.

Ma ci sono svariati modi di essere contemporanei. Del resto la contemporaneità non è mai omogenea, non più di quanto non lo sia la temporalità storica.

Thomas porta in scena i classici, Ibsen Čechov, Büchner… ma anche autori dei giorni nostri: Lars Norén, Mark Ravenhill, Sarah Kane, Marius von Mayenburg e prossimamente Edouard Louis, con un magistrale e sconvolgente adattamento di Storia della violenza. La contemporaneità si declina in molteplici modi sulle scene dalla Schaubühne, il teatro che dirige dal 1999, con la sua compagnia di magnifici attori, e nei teatri di tutto il mondo, dove i suoi spettacoli sono invitati: si estende dalla fine del XVI secolo agli anni 2010.

Lo spettacolo che ha debuttato la settimana scorsa a Berlino (la prima si è tenuta il 23 novembre 2018, n.d.t.), Notte all’italiana di von Horváth, è l’ultimo capitolo – l’ultimo per ora – di un progetto sull’ascesa del fascismo, ieri, oggi, in Europa: la serie si aprì con Professor Bernhardi di Arthur Schnitzler, è proseguita con Ritorno a Reims, quindi con Notte all’italiana. Credo che la trilogia ben presto sarà una tetralogia, dal momento che Thomas sta preparando l’adattamento del romanzo di Horváth Gioventù senza Dio, per il prossimo Festival di Salisburgo (la prima si è tenuta lo scorso 28 luglio 2019, n.d.t.). L’ho detto: il teatro di Thomas è eminentemente politico. Promuove una forma di “realismo impegnato” come afferma nel suo manifesto del 1999. […]

Il suo realismo non si risolve nella mera riproduzione del reale: intende trasformarlo (parafrasando una frase di Marx alla quale credo Thomas faccia riferimento nel suo manifesto). Trasformazione che trae origine dalla ferita, dal dolore, dalla sofferenza. Il teatro deve provocare “lo stupore di fronte al riconoscibile”, scrive Thomas Ostermeier. Arte realista, quindi, che invita a mostrare il reale come non lo si vede e in tal modo intende contribuire a cambiarlo. È un’“arte oppositiva”, per richiamare il termine adoperato da Geoffroy de Lagasnerie in Penser dans un monde mauvais, l’arte come energia oppositiva e trasformatrice.

La mia amicizia con Thomas non è soltanto la relazione tra due persone. C’è un sacco di gente intorno a me, a lui, a noi. In qualche maniera siamo il simbolo di un’amicizia franco-tedesca, un’amicizia europea, un’amicizia internazionale (e internazionalista) che rigetta il regime imposto dai governi che parlano di “amicizia franco-tedesca” solo per meglio imporre la propria egemonia economica, la propria legge politica e rovinano intere nazioni, le mandano in malora, le riducono alla disperazione, come è accaduto con la Grecia, alimentando in questo modo, possiamo constatarlo giorno dopo giorno, l’ascesa dell’estrema destra. L’amicizia che lega Thomas e me è un rapporto fatto di conversazioni e discussioni che riprendiamo sempre, di riflessioni condivise, è anche un lavoro comune, con cui ci piacerebbe contribuire allo sviluppo – assieme ad altri che sono animati dallo stesso desiderio – di un’Europa della cultura, della letteratura, dell’arte, del pensiero, delle idee, delle emozioni e forse anche dei sentimenti. Un’Europa della critica e della solidarietà… Un’Europa aperta, inclusiva dell’altro, degli altri. Di coloro che Elfriede Jelinek, per citare un’autrice germanofona, ha chiamato I rifugiati coatti (nell’originale tedesco, Die Schutzbefohlenen, come nella versione francese, Les suppliants, il titolo del testo richiama la tragedia Le supplici di Eschilo, n.d.t.), di coloro che Patrick Chamoiseau, per citare un autore francofono, ha definito i nostri Fratelli migranti.

Come rendere omaggio a Thomas ignorando la realtà del mondo? Quella che egli ci obbliga a vedere, che ci incita a cambiare. Queste realtà sono tipiche dell’Europa odierna. L’Europa che non vogliamo è quella alla quale la nostra Europa, quella che amiamo, la cultura europea alla cui costruzione lavoriamo, deve opporsi. È un imperativo culturale, è un imperativo morale. Poi, per tornare a Brecht e a Beckett, non dimentichiamo che Brecht ha scritto Dialoghi di profughi, quando era esule in Finlandia, nel 1940; possiamo immaginare che Beckett, grande esponente della Resistenza nella Francia occupata, avesse in mente quel momento politico della sua biografia, e forse avesse in mente l’orrore dei campi, quando scrisse Godot, e l’esperienza della disperazione e dell’angoscia, che attraverso quel testo riesce a far comprendere e provare. La scrittura, il teatro portano il peso del mondo. Facciamo in ogni caso nostra la bella idea, il bell’ideale che Thomas Ostermeier sembra portare con sé ovunque, qualunque sia il Paese dove si vedono i suoi spettacoli, e che è leggibile nel bel sorriso che mai lo abbandona, voglio dire la fede indissolubile nella potenza dell’atto artistico, nella grandezza del teatro. Sono fiero di essere suo amico ed è con immenso piacere che condivido con lui e con tutti voi questo istante di gioia e felicità che ci unisce qui.

Parigi, 5 dicembre 2018

(estratto dell’Elogio di Thomas Ostermeier pronunciato da Didier Eribon in occasione dell’assegnazione del Premio Kythera per la cultura)

Piccolo Teatro Studio Melato (Via Rivoli, 6 – M2 Lanza), dal 10 ottobre al 16 novembre 2019
Ritorno a Reims
dal libro di Didier Eribon
world copyright Editions Fayard, Paris, traduzione di Annalisa Romani © 2017 Giunti Editore S.p.A. / Bompiani
regia Thomas Ostermeier, drammaturgia Florian Borchmeyer, traduzione Roberto Menin
scene Nina Wetzel, light design Erich Schneider, sound design Jochen Jezussek
film Sébastien Dupouey, Thomas Ostermeier, camera Marcus Lenz, Sébastien Dupouey
suono (film) Peter Carstens, musiche Nils Ostendorf

Personaggi e interpreti (in ordine alfabetico)
Sonia Sonia Bergamasco
Tommy Tommy Kuti
Rosario Rosario Lisma

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa
in coproduzione con Fondazione Romaeuropa, in una versione di Schaubühne Berlin

foto di scena Masiar Pasquali
sovratitoli in inglese a cura di Prescott Studio Firenze

Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30 (salvo giovedì 14 novembre, ore 19.30 per le scuole);
mercoledì e venerdì, ore 20.30 (salvo mercoledì 6 e 13 novembre, ore 15 per le scuole); domenica, ore 16.
Le recite del sabato sono sovratitolate in inglese.

Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro

Informazioni e prenotazioni 0242411889 - www.piccoloteatro.org
News, trailer, interviste ai protagonisti su www.piccoloteatro.tv

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