TEATRO GRASSI DI MILANO
PRIMA ASSOLUTA
CARYL CHURCHILL
"ESCAPED ALONE"
Sally, Vi, Lena – amiche di lunga data – e la Signora Jarrett – la nuova arrivata – si capiscono al volo, senza bisogno di finire un discorso, si interrompono correggendosi, e lasciano fluttuare un embrione di pensiero finché qualcun’altra non si inserisce con i suoi racconti. Nell’allegro chiacchiericcio delle quattro donne, fatto di un’irresistibile incontinenza verbale e improvvisi cambi d’umore, i soliloqui della signora Jarrett – richiami diretti al pubblico e alle tre amiche a metà tra il presagio e l’anatema – sono il formidabile espediente drammaturgico con cui Caryl Churchill agita il languore delle nostre vite, scompiglia preconcetti, abitudini e rimossi, ancorando ogni particolare dell’esistenza delle protagoniste a un minaccioso e vivissimo affresco del nostro presente. E così, mentre il pomeriggio volge al tramonto e le quattro amiche consumano il declino della vita sorseggiando tè, si annuncia con un inquieto ritornello anche il possibile tramonto di questa nostra umanità.
Tournée
Londra, Coronet Theatre dal 6 al 9 maggio 2026
Nel corso della conferenza stampa sarà attivo il servizio di traduzione automatica tramite tecnologia Converso®.
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Le recite del 10, 11, 17, 18, 24, 25, 31 gennaio, 1, 7, 8 febbraio sono sovratitolate in inglese e in italiano.
La «distopia», ha scritto il filosofo e saggista Giuseppe Panella, «non è soltanto la negazione dell’utopia intesa come il ‘luogo che non c’è’ e che non potrà mai esserci in nessun luogo (nulle part) della Terra, quanto la descrizione di qualcosa che effettivamente potrebbe esserci (se purtroppo non c’è già)». Lungo i bordi slabbrati dello spazio e del tempo – che, nel loro proporsi come alternativi o immaginari, esistono e non esistono –, utopia e distopia si rincorrono e si contaminano mentre, sullo sfondo di questo paradossale valzer, incombe la catastrofe.
Con la chiaroveggenza di uno sguardo che, da più di sessant’anni, attraversa la storia teatrale contemporanea mantenendo intatta la propria affilata lucidità, e disegnando una parabola artistica in grado di passare dall’eredità brechtiana a quella beckettiana senza snaturare la personalissima cifra della propria scrittura, Caryl Churchill sfida, con Escaped Alone, le certezze e gli equilibri del pensiero razionale aprendo in essi voragini per lasciar emergere la distopica realtà dell’assurdo. Nel segno di una citazione biblica dal Libro di Giobbe, sotto il mutevole cielo di una fittizia quotidianità, in un tessuto all’apparenza dissestato di cortocircuiti tra oscurità e lampi di luce, si agitano, al ritmo del tempo che angosciosamente fugge via, fragilità individuali e incubi cosmici dal sapore apocalittico. Dialogando anche con l’intelligenza artificiale, l’«intelligenza collettiva» di lacasadargilla esplora, dell’opera di Churchill, la divaricazione fra heimlich (domestico) e unheimlich (estraneo) restituendoci la forza di un “perturbante” declinato al femminile e valorizzato dalla fusione di tragico e comico. Il teatro diventa, allora, uno spazio di libertà dove guardare negli occhi la fine del mondo senza restarne paralizzati ma potendo canticchiare tra sé e sé: «It’s the end of the world as we know it (and I feel fine)».
Claudio Longhi
MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU?
(Estratti dalla conversazione con lacasadargilla per il programma di sala dello spettacolo)
Gli autori e le autrici di lingua inglese sono ricorrenti nel repertorio de lacasadargilla. È un caso, o c’è del metodo?
Lisa Ferlazzo Natoli – C’è inevitabilmente del metodo perché l’enorme produzione di testi che caratterizza il teatro inglese, il grande sostegno offerto ad autori e autrici – il Royal Court Theatre ne è un eccellente esempio – oltre a determinare uno “zoccolo duro” di drammaturgie di livello medio-alto, che vanno a popolare i cartelloni dei numerosissimi teatri, consentono la nascita di esperimenti, scritture eccellenti e atipiche, “a margine”, come quella di Edward Bond o, in passato, di Samuel Beckett e Harold Pinter, fino, in tempi recenti, a Caryl Churchill e ad Alice Birch, sicuramente la firma più importante della seconda metà del Novecento. Dunque non è un caso, se scegliamo questi autori e autrici. Non amiamo la drammaturgia inglese tout court: semplicemente, su quello sterminato prato, fioriscono splendori, non solo residenti in territorio britannico: penso a Tony Kushner, un americano che amiamo profondamente.
Alessandro Ferroni – Peraltro non si tratta di una “scuola”: sono autori e autrici enormemente distanti tra loro. Se penso ad Andrew Bovell di When the Rain Stops Falling [spettacolo con cui lacasadargilla ha vinto tre Premi Ubu, ndr] e a Caryl Churchill siamo agli antipodi: l’uno con la sua grande struttura, l’affresco, a tratti il feuilleton, l’altra “senza trama né finale”, direbbe Beckett.
LFN – Che cosa hanno in comune scritture così profondamente diverse tra loro, verso le quali incliniamo e a cui non resistiamo? Un lavoro sul tempo, inteso davvero come tempo quantico. Di Churchill si dice spesso che usi questo elemento come una fisarmonica: lo deforma, lo fa esplodere, ci si trastulla per riflettere sulle società degli uomini e ci inganna. Di Bovell conosciamo bene il principio di narrazione che When the Rain Stops Falling mette in opera attraverso le categorie di tempo e spazio. Alice Birch, in Anatomia di un suicidio [altro successo de lacasadargilla, produzione
del Piccolo, vincitore di cinque Premi Ubu, ndr] descrive tre generazioni che si parlano, attraverso il tempo, in uno stesso spazio. Edward Bond, con Atti di guerra – penso al meraviglioso lavoro di Luca Ronconi – mette in scena il grado zero del tempo. Tutti riflettono profondamente sul tempo come chrónos e come kairòs, su quella che certamente è una delle ossessioni del nostro gruppo.
Maddalena Parise – Il tempo, in effetti, è una delle nostre ossessioni; penso alle scritture della fantascienza sui cui lavoriamo da anni e, più nel dettaglio, al tempo vertiginoso – quasi una spirale – al centro di Storia della mia vita, un breve racconto di Ted Chiang, autore cinoamericano, da cui è stato tratto il film Arrival e che abbiamo portato in scena con un singolare melologo a tre voci. Descrive l’incontro della protagonista con alieni che non contemplano l’idea di diacronia: per loro non esiste progressione, ma solo sincronia, l’esperienza riconosciuta, ripetuta, la vita che non smette di accadere ogni volta unica, ogni volta erede di tutte le altre unicità.
Perché avete scelto di portare in scena Escaped Alone oggi?
AF – Churchill lo scrive nel 2016, guardando al presente della bolla immobiliare londinese e alle derive del mondo occidentale, e noi oggi a quasi dieci anni di distanza, nelle nostre metropoli e non solo, la vediamo pienamente. Parole come distopia e apocalisse ci sono estremamente familiari, ma che cosa si muove veramente sotto di noi, sotto la pellicola del visibile? Forse la vera, piccola apocalisse è la depravazione capitalistica a cui siamo sottoposti incessantemente con grazia silenziosa. La Churchill, tra l’altro, scrive per quattro attrici sulla settantina, capaci di guardare in faccia la loro fine e una fine più in generale. Ma per noi Escaped Alone – per questa stessa ragione, il concetto di fine – era un testo da affrontare con le proprie compagne di strada, anche per non simulare l’intimità radicale e perturbante che il testo innesca e che deve essere consegnata allo spettatore. Quattro attrici che davvero si piacciono, che vogliono stare sul palcoscenico insieme, che si conoscono a fondo – come noi abbiamo la fortuna di avere – è un’occasione preziosa, anche per questo abbiamo deciso di metterlo in scena oggi.
LFN – Quando abbiamo avuto il privilegio di conoscere Churchill al Coronet Theatre, dove è venuta a vedere L’amore del cuore, Alessandro le ha chiesto quale fosse l’errore da non fare allestendo Escaped Alone e lei ha risposto: «Prendere per metafore le visioni della Jarrett». Che siano riferite al presente, al futuro o al passato sono un dato di fatto oggettivo. Qualcosa che è già in corso. Ugualmente riguardo alle interpreti: per lei era ovvio che fossero quelle con cui lavoriamo da sempre, a prescindere dalla loro effettiva età. Allo “scandalo della vecchiaia” abbiamo sostituito lo “scandalo della mezza età”, una fase in cui si lotta in tutti i sensi contro la forza di gravità. Ci è parso naturale avere intorno donne della nostra generazione, portatrici di paure, tabù, fragilità immense comuni a noi e paradossalmente oggi forse maggiori di quelle delle ottantenni. E operare con loro una sorta di continuo tentativo di viaggio nel tempo, spostandosi indietro e in avanti, per mettere naso nel futuro anteriore, un futuro che sta già accadendo.
Churchill dà scarsissime indicazioni su come allestire la pièce. Da dove nasce la vostra idea scenografica?
AF – L’elemento principale della scena, che abbiamo realizzato insieme a Marco Rossi e a Francesca Sgariboldi, è un ledwall semi trasparente, uno scheletro “archeologico” che sembra suggerire che qualcosa, nel mondo, sia andato diversamente da come doveva… Dallo schermo – che ci guarda e ci riguarda – continuano a emergere alcuni spot pubblicitari. Abbiamo studiato il linguaggio del marketing per affiancare sia ai monologhi di Jarrett, sia ad alcuni passaggi delle conversazioni tra Sally, Lena e Vi, messaggi che rappresentino quell’underworld ipercapitalistico di cui parlavo prima e che poggia su tre imperativi: costruirsi una casa a tutti i costi, essere ovunque e perdurare in eterno, non importa consumando cosa. Sono le sollecitazioni cui siamo sottoposti quotidianamente e che operano sul nostro subconscio. Per dare forma a quello che è quasi un quinto personaggio, abbiamo utilizzato l’Intelligenza Artificiale, con cui Maddalena ormai convive da mesi…
MP – Ringrazio Alessandro perché mi ha costretto a lavorare contro tutto quello che è il mio immaginario, facendomi scoprire molto altro. Non so ancora bene come governare questa “entità”, ma quando mi riesce di farlo, sa sorprendermi. Per scendere nel dettaglio tecnico, ad esempio, abbiamo chiesto alle attrici di portarci alcuni ritratti. L’obiettivo era che fossero loro stesse a comunicare i messaggi pubblicitari, ma che non fossero precisamente loro, cioè che, a livello subliminale, il pubblico potesse riconoscerle, anche se non vede realmente Lena, Vi, Sally. Per creare i filmati, sono partita da un’immagine statica, creando degli alias credibili, inseriti nel contesto che avevamo scelto. Ho dato poi all’IA degli input testuali, dei prompt, che ha elaborato. Per esempio, in un filmato siamo partiti dal Bosco Verticale, ma con la prospettiva di Rodčenko, e l’IA ha costruito una prima immagine di grattacielo. Il problema dell’IA è che crea filmati molto brevi e quando le si chiede di continuare, non sempre segue la stessa logica con cui ha prodotto il primo output. Occorre quindi realizzare più brani, che poi vengono montati in post-produzione. È stato un processo conflittuale ed “emotivo” al tempo, soprattutto quando aspettavo ansiosamente – e con un certo terrore! – di vedere che cosa l’IA avrebbe generato a partire dalle mie indicazioni…
AF – È un procedimento che va in senso opposto a quello con il quale normalmente operiamo, che consiste nell’aggiungere strato su strato, andando a perfezionare il dettaglio. Si lavora con un’entità che, se pure artificiale, ha una sua autorialità impossibile da controllare del tutto e che possiede enormi potenzialità ancora inesplorate. Per concludere il discorso relativo alla scenografia, l’unico elemento naturale di una scena completamente artificiale sono i cieli, che Maddalena e io abbiamo filmato, realizzando lunghe sequenze che raccontassero il passaggio del tempo grazie al movimento delle nuvole o al calare del sole.
MP – Sì i cieli sembrano essere quel che resta della fine del mondo, digitali e incapsulati nella cornice di uno schermo a guardarci oltre la siepe. Le luci disegnate da Luigi Biondi evocano quel mondo in rovina, quel grigiore o quel sole spento che i pixel digitali del ledwall cercano di annullare.
Come avete lavorato sul e con il corpo delle attrici?
LFN – A partire dalla primavera scorsa abbiamo cominciato un percorso di atelier con Marta Ciappina, fondamentale per far collassare o meglio per smontare la struttura somatica delle interpreti partendo da un lavoro sulla schiena, che Marta ha chiamato “viaggio nel tempo”, così da allenare le quattro attrici ad “andare e venire” tra le diverse età della vita. L’ intervento di Marco D’Agostin è stato invece sull’essere “millenarie” in senso ampio, sia sulla scena sia quanto a pratiche utili per allenarsi a farlo fuori campo. Solo al termine del percorso abbiamo fatto indossare alle attrici delle parrucche, simili ai loro capelli tra venticinque anni, che sono un segno teatrale più che una pretesa naturalistica.
AF – Sui costumi, avevamo inizialmente desideri distanti: Lisa voleva raccontare la quotidianità che il testo possiede, mentre io cercavo una tenuta che raccontasse un rigore, una costrizione. Ho pensato al cricket, un gioco che può essere molto violento, se non altro anche per lo strumento con cui lo si pratica, e che ha a che fare con lo scavare buchi nel suolo. Mi sembrava un possibile punto di contatto fra queste due dimensioni, sopra e sottoterra – un contatto fra sopra e sotto a cui rimandano anche le talpe, quelle strane creature che tentano di emergere dalla terra all’inizio dello spettacolo e che non sappiamo bene chi e che cosa siano. Abbiamo chiesto così ad Anna Missaglia di mettere insieme le due informazioni, la quotidianità con degli abiti non esattamente casalinghi.
LFN – Una divisa ha sempre qualcosa di perturbante e insieme di comico. Missaglia ha sempre tenuto ben presente i corpi delle attrici, disegnando su di loro costumi che le vestissero, senza costringerle, conservando allo stesso tempo qualcosa di bizzarro. La violenza del cricket sta nell’essere una manifestazione del colonialismo inglese… ma è anche il gioco praticato dall’Alice di Lewis Carroll, un riferimento che nel testo della Churchill ci è sembrato singolarmente presente.
OLTRE LA SCENA
PAROLE IN PUBBLICO – DOBBIAMO PARLARE!
Escaped alone: lacasadargilla incontra Paola Bono e Nicoletta Vallorani
Tra le opere più perturbanti di Caryl Churchill, Escaped Alone è un testo enigmatico e potentissimo, dove convivono quotidianità e catastrofe, ironia e prospettiva distopica, senza mai ricorrere a spiegazioni o facili consolazioni. A scandagliare la lingua affilatissima di Churchill e la sua indomabile scrittura – capace di muoversi con agilità tra riflessione femminista, letteratura di genere e lucidità critica –, lacasadargilla incontra Paola Bono, curatrice dell’edizione italiana dell’opera di Caryl Churchill ed esperta di Storia del Teatro inglese, e Nicoletta Vallorani, scrittrice e docente di Cultura inglese all’Università degli Studi di Milano. Modera Chiara Cappelletto, docente di Estetica all’Università degli Studi di Milano.
Venerdì 16 gennaio, ore 18, Chiostro Nina Vinchi
PAROLE IN PUBBLICO Palcoscenico planetario
Apocalissi (cosmiche) all’ora del tè
Il tema della “fine dei tempi” sembra percorrere Escaped Alone, in particolare attraverso la voce di Mrs Jarrett – una delle quattro donne protagoniste della commedia di Caryl Churchill messa in scena da lacasadargilla – che irrompe nella conversazione di un’ipotetica “ora del tè” con richiami a metà tra il presagio e l’anatema. Questa apocalissi annunciata è già avvenuta, oppure i soliloqui di Mrs Jarrett catturano una visione distopica del futuro? Con la complicità di Fabio Peri, astrofisico, conservatore del Civico Planetario “Ulrico Hoepli” di Milano, e le letture delle attrici della compagnia dello spettacolo, l’appuntamento di “Palcoscenico planetario”, partirà dalle suggestioni dello spettacolo per esplorare, evocando antichi miti e moderne evidenze scientifiche, i molteplici modi in cui l’universo potrebbe finire. I pericoli per il nostro pianeta sono tanti, ma la scienza ci aiuta a riconoscere i “segni del cielo” che potrebbero prefigurare una “apocalisse” mettendoci – forse – nelle condizioni di poterla evitare…in collaborazione con Civico Planetario “Ulrico Hoepli”
Lunedì 19 gennaio, ore 20.30, Civico Planetario “Ulrico Hoepli”
CHI È DI SCENA?
Incontri pre-spettacolo a pochi minuti dall’andata in scena: un momento informale di confronto tra pubblico e operatori del teatro sui temi dello spettacolo.
martedì 13 e giovedì 22 gennaio, ore 18, mercoledì 28 gennaio, ore 19, foyer Teatro Grassi
Piccolo Teatro Grassi (Via Rovello, 2 – M1 Cordusio)
dal 10 gennaio all’8 febbraio 2026
Escaped Alone
di Caryl Churchill
traduzione Monica Capuani
un progetto di lacasadargilla
regia Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
con Caterina Carpio, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Alice Palazzi
dramaturg Margherita Mauro
paesaggi sonori e ideazione spazio scenico Alessandro Ferroni
drammaturgia del movimento Marta Ciappina
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
ambienti visivi Maddalena Parise,
drammaturgia delle luci Luigi Biondi
costumi Anna Missaglia
accompagnamento alla ricerca Marco D’Agostin
assistente alla regia Matteo Finamore
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
diritti di rappresentazione a cura dell’Agenzia Danesi Tolnay
Orari: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica, ore 16.
Lunedì riposo.
Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 - www.piccoloteatro.org





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