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lunedì 29 dicembre 2014

VINCENZO INCENZO INAUGURA LA MOSTRA "ZERO" A ROMA
 
Santificare no, ma immortalare un po’ sì: e, anche, ricavare un senso sociologico da una saga umana ed artistica tradizionalmente contemplata come un po’ basso-terra. Riscattare e riordinare in chiave culturale l’eterno debordare della persona e del personaggio, dei neologismi, delle invettive argute, delle tutine e dell’indubbia nazionalpopolarità. Traguardi ardui, ma tant’è. Il primo artista della canzone italiana cui sia mai stata dedicata una mostra tanto ambiziosa è Renato Zero. Precursore da sempre di tempi e tematiche, si riconferma tale visto che è proprio la sua etichetta Tattica (in collaborazione con Macro Museo d’Arte Contemporanea di Roma), a produrre «Zero», che dal 17 dicembre e fino al 22 marzo alla Pelanda del Testaccio, ripercorre le sue ossessioni e le sue gesta.
Senza rinunciare ai santini e alle curiosità (come i disegni che improvvisava per i costumi, con annesso campione di stoffa; o i biglietti per i primi concerti che si disegnava da solo, o i testi delle canzoni, in embrione, a mano) è però una mostra più concettuale che spettacolare. Partendo dai testi delle canzoni, vuole far riflettere sulla figura di questo strano trasformista anarco-reazionario che ha saputo accendere l’immaginario popolare e portare intere famiglie sotto i tendoni circensi della gioventù, visti qui come un embrione della futura rete. Soltanto alcuni dei leggendari costumi si possono intravvedere in alto, sospesi sopra i pannelli luminosi, per evitare le tentazioni dei visitanti zerofolli accorsi in massa in questi giorni natalizi.
Non ci sarebbe Zero senza David Bowie, e non a caso l’esposizione «Zero» arriva dopo l’exploit della mostra di quest’ultimo (che si è limitato a dare il proprio assenso) al Victoria&Albert Museum di Londra l’anno scorso; ma anche una mostra sui Pink Floyd è stata annunciata e annullata senza ulteriori notizie a Milano nei mesi scorsi. Per la musica popolare è arrivato il tempo della storicizzazione: si cerca nuovo pubblico e si rinfresca la fedeltà acquisita, si apre ad altri linguaggi per arricchire i percorsi musicali oggi forse incapaci di vita propria.
Ideata e curata da Simone Veneziano, con la direzione artistica e i testi di Vincenzo Incenzo, progettata da NO3!, «Zero» è la vita di Renato Fiacchini presa fin da quando «Re-Nato» sopravvive, appena nato, grazie a una trasfusione. Pannelli luminosi e filmati ti conducono attraverso una catarsi che ha come perno gli Anni Sessanta e i casermoni della periferia, dove Fiacchini cresce come artista accendendo la propria fantasia di temi non cruciali in quel momento storico, ma popolarissimi poi: già nel ‘74, con «Tragico Samba», Zero cantava di chirurgia estetica. Una bussola traccia con i punti cardinali la ricerca di Dio, l’attenzione per gli Ultimi, la sua Roma, la sessualità. Un ragazzo diverso, bello e magnetico, un alieno vestito da se stesso, cappelli e tutine e colori nati dalla sua fantasia: una sessualità appunto mai definita (e ancora indagata in un sondaggio appeso alle pareti, non privo di ironia) che non sconvolge i seguaci, ma gli altri sì. In un breve spezzone del film «Ciao Ni», Renato indaga sulla propria personalità multiforme, in un delirio di ricerca di libertà. Ma c’è anche un impegnativo parallelismo con Pasolini e le sue tematiche di sentimenti e passioni popolari.
Un lungo stretto corridoio buio simboleggia il tempo della caduta, la perdita di appeal dopo la partecipazione a «Fantastico», poi la resurrezione a Sanremo con «Vecchio», nel ‘91: che segna la ripresa di una carriera condotta fino ad oggi senza scordare, saggiamente, il senso del tempo che passa (pensando ormai, appunto, anche un po’ all’immortalità).
(La Stampa)

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