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mercoledì 8 maggio 2019


DUE DEBUTTI AL TEATRO 
ELFO PUCCINI DI MILANO
"LEAR SCHIAVO D'AMORE"
SALA FASSBINDER
"EDUCARSI ALLA LIBERTÀ"
SALA SHAKESPEARE

14 / 19 maggio, sala Fassbinder
Amore è la richiesta generale della specie alla specie; anzi azzardosi supponiamo che alla sentimentalità vada la tensione precipua della materia universa (fisica docet).
Quindi: “Lear schiavo d’amore”, perché siamo/stiamo tutti proni davanti agli allettamenti del cuore, i quali sempre cerchiamo di fiutare a cannella; indiscutibilmente. Ciò è pacifico e ciò giustifica in pieno anche il titolo deliberatamente fotoromantico di quest’ultimo spettacolo dei Marcido.

La poesia di Shakespeare, questo è palese, gode di un’estrema permeabilità, il suo bilanciatissimo gioco linguistico permette che la si possa agevolmente abitare senza temere catastrofi semantiche; c’è nella sua trama un invito alla “ricreazione” assai difficile da eludere; ed infatti non ci si è potuti semplicemente limitare ad una “traduzione” del Lear, l’abbiamo “dovuto”
bensì riscrivere in rapporto obbligato, direi quasi sotto dettatura della mano dispotica che la nostra idea di Teatro impone alle variabili iconiche e drammaturgiche che andranno a comporre la realtà ultima della messa in scena.
Marco Isidori

Grande metafora scenica degli inciampi ineludibili della vecchiezza umana, grande storia familiare, grande Teatro delle limitazioni intrinseche relative comunque alla sordità naturale della nostra condizione di viventi; tutto ciò è la tragedia del Lear.

Lear, schiavo d’amore respira all'interno di una spazialità scenografica assai particolare, le cui contraddittorie caratteristiche strutturali (potremmo descriverne l’immagine come quella di un Sottomarino/Volante) sono esaltate e potenziate da un impegno drammaturgico che ha saputo privilegiare soprattutto la dimensione epica del racconto del Bardo. Le situazioni dello sviluppo storico vengono accompagnate in sequenza, sottolineandole e contrappuntandone le fasi climatiche, da una serie di trasformazioni di tutto il panorama scenografico, stupefacenti per effetto visivo, ma, quel che più conta, per l'estrema aderenza della loro misura iconica alle intenzioni/intuizioni generali della regia.

Oggi, scegliere Shakespeare in qualità di autore, eleggerlo a depositario nonché garante di una sensibilità che contenga e rappresenti il nostro presente, significa saperne restituire l'infinita complessità dei nodi tragici (non dimenticando, però, i supremi momenti del grottesco), con la semplicità lineare propria di un processo di “sottrazione”, la quale, sfrondando anche spietatamente i rami pleonastici del plot, possa restituire allo spettatore moderno, quel ritmo essenziale, fisiologicamente/magicamente affine al lavorìo cardiaco, quella musicalità interna alla misura del verso shakespeariano, bagaglio indispensabile perché la messa in scena di uno dei capolavori indiscussi del poeta inglese, abbia adesso, per noi, oggi, un valido motivo per inverarsi quale compiuto e necessario fatto teatrale.
I Marcido tengono molto a conferire alle imprese spettacolari che li hanno appassionati, non soltanto un forte marchio di bellezza figurale, ma durante i loro trent'anni di attività professionale, hanno potuto constatare come nessuna verticalità estetica da sola, possa giustificare in toto l'azione drammatica contemporanea; occorre prevedere, immettendolo nel piano di qualsivoglia tentativo di rappresentazione, il dispiegamento calcolato, determinato, quasi programmatico, di una precisa istanza etica: nel corso dell'imbastitura della pièce, seguendo uno dei precetti brechtiani a noi più cari, siamo stati trascinati, guidati dalla potente eloquenza del dettato poetico che avevamo tra le mani, verso un compimento del lavoro scenico, che proprio nella risposta a domande sulla necessità urgente di una “nuova alleanza” (ci sentiamo di definir tale ciò che per Brecht era l'empito rivoluzionario) tra i soggetti umani, ha trovato la sua miglior cadenza/sapienza teatrale; d'altro non eravamo alla ricerca.

«Questa volta, imbarcatosi su un sottomarino volante, il comandante Marco Isidori viaggia verso Shakespeare con la fedele ciurma dei Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. Naviga inaspettatamente verso l’immenso monumento del Re Lear, ma poiché Isidori è Isidori e non un qualunque quaquaraquà, non gli basta apporvi le mani in segno di conquista, neanche un po’. Vuole invece affondarvi tutto il braccio, per sentirne la materia e plasmarla. A propria immagine? Quasi.

Il risultato è magnifico. La chiave è tutta qui, nell’amore dato, preteso, negato e rubato. E ha ragione Isidori nel mostrarne il potere schiavizzante. In termini teatrali lo fa ricorrendo alla polifonia, alla commistione di toni e di generi, mescolando dramma e buffoneria, parodia e sfottò. Ma il suo lavoro risulterebbe per lo meno dimezzato senza l’apporto scenografico di Daniela Dal Cin.

Che qui, con il suo candido sottomarino volante, ha creato un capolavoro. Forse mai come adesso ha saputo fornire un habitat teatrale capace di diventare esso stesso personaggio. Con i suoi torrioni, i boccaporti, i pertugi, le passerelle, gli sfiatatoi ha montato una macchina mutevole e necessaria. Tutti questi elementi sommati fra loro danno la temperatura di uno spettacolo felice a cui hanno messo mano anche gli impavidi e concentratissimi Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Batty La Val, Francesca Rolli, Vittorio Berger, Eduardo Botto, Nevano Vujic, i quali, a fine rito, hanno strappato fragorosi applausi al folto pubblico di giovani e giovanissimi».
Osvaldo Guerrieri, La Stampa

Elfo Puccini, sala Fassbinder – da martedì a sabato ore 21.00/domenica ore 16.30 – Info e prenotazione: tel. 02.0066.0606 – Prezzi: Intero € 32.50, online € 16.50, Martedì € 21,50 – www.elfo.org

14 / 17 maggio, ELFO PUCCINI, sala Shakespeare

14 maggio L’infanzia ad alta sicurezza
15 maggio Sangue
16-17 maggio Benedetta

Si viene presi da un turbamento fulmineo. Le convinzioni maturate sulla base di fatti durissimi, non di ideologie, si increspano… Che cosa pensare davanti a queste parole che fluiscono a metà tra la scimitarra e la poesia? Che cosa pensare della figlia di un boss tra i più celebri che centellina con voce gentile le note dell’inno nazionale? Sembra un miracolo. Si è costretti a farsi delle domande.
Nando Dalla Chiesa

Il Teatro Elfo Puccini dal 14 al 17 maggio dedica una personale a Mimmo Sorrentino e alle detenute del reparto di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Vigevano, protagoniste del progetto Educarsi alla libertà che ha ricevuto l’Alto Patrocinio del Ministero di Giustizia.
Premio Enriquez per il Teatro civile (2009) e Premio ANCT–Teatri delle diversità (2014), Sorrentino è regista, drammaturgo e teorico del teatro partecipato, abituato a lavorare nei luoghi del disagio sociale, e non solo, con gli strumenti dell’antropologia.

Il gruppo è diventato famoso negli ultimi due anni e attrae ormai i pubblici più sensibili nei teatri cittadini e nelle aule magne delle università, oltre che nel teatro del carcere di Vigevano. Il pubblico, nell’ultimo anno 4.000 spettatori, è rimasto sorpreso, commosso e si è ritrovato a riflettere in modo nuovo sulla detenzione e sulla criminalità organizzata. Il dolore raccontato da queste straordinarie attrici sfugge alla analisi sociologiche di genere, alla letteratura di stampo iperrealista. È il dolore delle donne Caino di cui nessuno sa niente che, nel svelarsi, svela dall’interno valori, simboli e storie dei contesti familiari della criminalità organizzata.

I tre lavori proposti all’Elfo Puccini - L’infanzia dell’alta sicurezza, Sangue e Benedetta - sono diventati un caso di rilevanza nazionale non solo per la straordinarietà del risultato artistico, ma anche per le ricadute sociali e giuridiche che ha generato.

Sociali perché grazie a questi lavori vi è una conoscenza diretta e nuova della condizione femminile nei contesti di criminalità organizzata e perché ha tracciato nuove strade per parlare del fenomeno, proponendo nuove strategie per superarlo. Tanto da fare affermare al Prof. Nando Dalla Chiesa che il valore di questo progetto “è incalcolabile perché queste donne, anche se non denunciano, non tradiscono, possono diventare un fatto esemplare per il paese”.

Giuridiche perché, grazie a queste evidenti e tangibili cambiamenti sociali prodotti, i magistrati di sorveglianza delle detenute e le autorità giudiziarie, hanno permesso a queste donne detenute in circuiti di alta sicurezza di uscire dal carcere per rappresentare i loro spettacoli con un permesso di necessità con scorta. Cioè per la prima volta in Italia dei magistrati hanno stabilito che per un gruppo di persone praticare arte e cultura fosse una necessità e che pertanto andavano rimossi gli ostacoli che impedivano loro di usufruirne.
Per questi motivi il progetto “educarsi alla libertà” è stato ed è oggetto di studio nelle più prestigiose università italiane, sia nelle cattedre di sociologia e di pedagogia che nelle facoltà giuridiche. E lo è anche nelle facoltà di teatro e di spettacolo perché in questo caso il teatro oltre a svolgere l’importante compito di rendere più coscienti la comunità sul reale della propria condizione, la trasforma.

L’infanzia dell’alta sicurezza racconta la storia di sette donne recluse nel reparto di alta sicurezza del carcere di Vigevano che ripercorrono la loro fanciullezza, il tempo mitico, svelando dall’interno valori, simboli e storie dei contesti familiari della criminalità organizzata.

Sangue vedrà in scena insieme sei detenute e sei agenti della Polizia Penitenziaria. Racconta dei delitti di sangue a cui queste donne hanno assistito e di come quel vissuto sia ora dentro i loro corpi. Nell'attraversare i loro destini queste donne trovano il coraggio di rintracciare la strada del perdono attraverso una preghiera che scandisce le storie narrate.
Benedetta mostra la condizione femminile nei contesti di criminalità organizzata, mettendo in scena una donna e del suo doppio. Benedetta si sdoppia per non essere travolta dal reale, dall'incubo della sua condizione.

14 maggio, sala Shakespeare
L’INFANZIA DELL’ ALTA SICUREZZA
scritto e diretto da Mimmo Sorrentino
con sette detenute del reparto di alta sicurezza del carcere di Vigevano

Sette donne recluse nel reparto di alta sicurezza del carcere di Vigevano raccontano la loro infanzia, il tempo mitico, svelando dall’interno valori, simboli e storie dei contesti familiari della criminalità organizzata.

Il testo è nato dopo aver ascoltato le storie delle detenute, ma nessuna in scena recita la propria. Nei loro racconti non c’è nulla che le giustifichi, nulla di retorico; dalle loro testimonianze si aprono squarci di umanità e poesia, nonostante dalle loro storie la poesia fosse stata bandita, cancellata, violentata.

15 maggio, sala Shakespeare
SANGUE
scritto e diretto da Mimmo Sorrentino
con sei detenute e Agenti di Polizia Penitenziaria del reparto di alta sicurezza del carcere di Vigevano

Lo spettacolo, che nasce dopo aver ascoltato le storie delle detenute del reparto di alta sicurezza del carcere di Vigevano, ci svela i delitti di sangue, a cui sei di queste donne, nessuno delle quali recita la propria storia, hanno assistito e di come questo vissuto abbia lasciato tracce profonde sui loro corpi.

Ma è proprio nel percorrere i loro atroci destini che queste donne trovano il coraggio per intonare una struggente preghiera al perdono. Attraverso questa supplica, che scandisce le storie narrate, si manifesta uno sguardo nuovo sul reale per trasformarlo e, quindi, trasformarci. Il teatro per queste donne diventa un mezzo necessario per sentirsi liberate, pur rimanendo recluse in carcere, e diventa un volano di trasformazione della realtà.

16 – 17 maggio, sala Shakespeare
BENEDETTA
scritto e diretto da Mimmo Sorrentino
con Donatella Finocchiaro, Margherita Cau
musiche Andrea Taroppi

In occasione delle due repliche all’Elfo Puccini, lo spettacolo viene interpretato per la prima volta da Donatella Finocchiaro, una delle attrici più note e attive tra cinema, teatro e televisione. Accanto a lei Margherita Cau, un’attrice formatasi in carcere, che oggi ha finito di scontare la sua pena.

Benedetta svela la condizione femminile nei contesti della criminalità organizzata. Benedetta, nonostante i crimini subiti, sofferti e provocati, citando Simone Weil, si aspetta che comunque le venga fatto del bene e non del male, proprio come tutti noi. Benedetta si sdoppia per non essere travolta dalla realtà e dall’incubo della sua condizione. Sbraita, si insulta, si detesta, teme se stessa. Nella sua scissione ci fa vivere la tensione della separazione e la naturale propensione alla ricomposizione.

Sala Shakespeare, Elfo Puccini, corso Bueno Aires, 33 – Milano
martedì 14 maggio L’infanzia ad alta sicurezza
mercoledì 15 maggio Sangue
giovedì 16 e venerdì 17 maggio Benedetta
ore 20.30 – Info e prenotazione: tel. 02.0066.0606 – biglietteria@elfo.org - Prezzi: Posto unico € 16.50 www.elfo.org

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