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domenica 22 novembre 2015

AL CIRCOLO MARRAS DI MILANO LA MOSTRA DI FERDINANDO BRUNI
"FAVOLE DELLA BUONANOTTE"

Dal 24 Novembre 2015 al 20 Gennaio 2016 dalle ore 10,00 alle ore 19,00.

Inventavo il colore delle vocali! - A nero, E bianco, I rosso, O azzurro, U verde. - regolavo la forma e il movimento di ogni consonante, e, coi ritmi istintivi, m’inorgoglivo d’inventare una parola poetica accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Tenevo per me la traduzione. Prima fu un tentativo. Scrivevo dei silenzi, delle notti, annotavo l’inesprimibile, ancoravo le vertigini” (Arthur Rimbaud).

Una “porta magica” che apre gli occhi al mondo dell’immagine e di una storia… un’arte che parla direttamente alle emozioni ma che aiuta anche a pensare, a riflettere e a comprendere, immagini che sublimano la realtà come una metafora, sugge- rendo insondabili pulsioni emozionali e sollevando dubbi piuttosto che proponendo risposte. Camaleontico, eccentrico, poetico, Ferdinando Bruni è sempre pronto a ridefinire la propria identità. Ed è proprio questo senso di libertà che si respira nelle sue opere e nel suo essere anticonformista, ma nel sentirsi libero di spaziare dalla recitazione alla traduzione, dalla regia alla pittura, perché creare è per lui sinonimo di essere. Bruni sembra mettere al centro la ma- nipolazione del linguaggio, un aspetto essenziale della vita in quanto mezzo di comunicazione. L’uso che fa del linguaggio risponde all’idea che delle realtà diverse si possono esplorare in maniera più complessa e profonda rispetto all’esperienza quotidiana.
 

Delle realtà che sono sempre spietate e, appunto, distopiche in quanto un mondo perfetto sarebbe meno interes- sante da raccontare. Sono molto più rivelatrici le cose che non funzionano. Un aspetto ricorrente del suo lavoro è una dimen- sione straniata e straniante, in cui le foto, i segni, le parole, sembrano al contempo dentro e fuori le storie, un processo di scrittura e riscrittura che anche nel caso delle immagini diviene una storia che lascia aperte delle possibilità di esplorazione.

Ferdinando Bruni affida all’opera il compito di trasmettere emozioni: oggetti, foto, reperti, inserimenti, tutto diviene la materia che rivela una qualità di essere, di significato, di sensazione. E nelle sue tele, gli spazi sono attraversati da segni e colore che si muovono su fondi dai quali affiorano tracce di immagini rubate alla storia, ad una storia.... Tela, legno, scarpette, foto, e scale e casette e parole e volti e impronte….fondi e frammenti, disposti su tutta la superficie, che creano un orizzonte visionario che pare suggerire un’inarrestabile esfoliazione della materia e del racconto che vi è dipinto sopra. Scritte, materiali, oggetti e segni diventano tutti parte di una narrazione, che cerca in chi guarda la complicità di chi è disposto a scoprire.
Per Ferdinando Bruni è la scoperta di un punto di convergenza in cui tutte le componenti dell’opera sono parti di un desiderio di trasformare… la visione, il racconto, la vita. Quelle di Ferdinando Bruni sono invenzioni di storie private, di identità nascoste sotto strati di disinteresse, ai margini della Storia, e, proprio perché ai margini della storia, perdute, senza speranza di lasciare traccia, di partecipare all’immortalità…

E ‘ridar vita’ sembra essere una delle possibilità di Bruni, una risorsa estrema, forse una delle ultime carte da giocare. Non una semplice ed innocente visione del mondo, ma un tentativo di pensare senza il mondo, per pensare, insomma, il mondo al di là del mondo. Rappresentare altre storie, racconti non ancora ascoltati, intraprendendo la strada del reperto, del sentito, del familiare: del luogo comune. E proprio perché si tratta di ‘luoghi comuni’ queste tavole espongono la loro precarietà, la loro natura mutevole e visionaria. È la scoperta della propria fragilità, ma è anche la scoperta di un sentimento di partecipazione alla molteplicità, un modo di fissare le tracce della propria esistenza.
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MAPPE PERCORSI ORIZZONTI
Francesca Alfano Miglietti

 
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 FERDINANDO BRUNI
Dal 1973, quando fonda il Teatro dell’Elfo, lavora a tutto campo nelle produzioni della compagnia come attore, spesso in ruoli di protagonista, regista, scenografo e occasionalmente anche traduttore. Fino al 2014 è stato direttore artistico di Teatridithalia insieme a Elio De Capitani e con lui ha firmato molti degli spetta- coli che hanno segnato lo stile e la storia del gruppo: dalla Trilogia di Fassbinder - Le amare lacrime di Petra Von Kant,  La bottega del caffè, I rifiuti, La città e la morte (che Bruni in seguito ha arricchito dirigendo e interpretando Come gocce su pietre roventi) – fino ai recenti successi di Angels in America (parte I e parte II) di Tony Kushner, bestseller americano con cui ha vinto tutti i più importanti premi teatrali italiani, e Racconto d’inverno di William Shakespeare di cui è anche protagonista. Tra i successi personali vanno ricordate le interpretazioni shakespeariane di Amleto, debuttato nel 1994 ed elogiato da un ottima critica sul Financial Times, di Shylock nel Mercante di Venezia prodotto per l’Estate Teatrale Veronese nel 2003 e della Tempesta di Shakespeare, realizzata con Francesco Frongia, nella quale, dando voce a una schiera di personaggi-marionette “si propone – secondo molti critici - come erede legittimo di Carmelo Bene”. La sua maturità d’attore si è definitivamente imposta con il monologo sdisOrè di Giovanni Testori, giudicato “uno dei culmini della sua carriera”, ma non va dimenticata la difficile prova comica di Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo, nel quale firma anche la regia con de Capitani. Tra le regie vanno citati due “classici moderni” con Ida Marinelli protagonista: Zoo di vetro di Tennessee Williams e l’importante progetto del Giardino dei ciliegi di Cechov, messo in scena nel 2006 con la compagnia dell’Elfo, in un allestimento applaudito per rigore e sensibilità interpretativa e vincitore di due Premi Persefone 08 (Miglior scenografia e Miglior attore coprotagonista). Nella primavera del 2012 è protagonista di Rosso, bestseller del teatro americano contemporaneo, che racconta la storia del pittore Mark Rothko. È del dicembre 2012 Alice Undergroud, un inedito esperimento di “cartoon teatrale” nel quale Frongia ha animato in video 300 acquerelli realizzati da Bruni. Nella stagione 2013/14 firma con Elio De Capitani la regia di Frost/Nixon, nell’ottobre 2014 firma la traduzione e, a quattro mani con Francesco Frongia la regia, del Vizio dell’arte di Alan Bennett, impegnato anche nel ruolo protagonista del poeta W. H. Auden. Ha debuttato il 3 novembre del 2015 con Salomè, di cui firma la regia con Francesco Frongia.

FAVOLE DELLA BUONANOTTE
In principio era – o, più familiarmente, c’era una volta - un vecchio album di foto, il catalogo di un fotografo americano – Chicago 1860 o giù di lì – trovato a Portobello Road. Ritratti. Facce di donne, uomini, giovani, vecchi, bambini arrivati da un passato lontano coi loro volti seri, resi attoniti dalle lunghe pose, vagamente sinistri e misteriosi. Identità sconosciute, solo un nome in tutta quella schiera di presenze anonime: Fannie Moore, age 14. Gli altri, murati nei loro abiti borghesi, probabilmente i loro più eleganti, a pormi la sfida di un racconto. Personaggi senza autore e senza storia. Così li ho interrogati a lungo, mi sono chiesto a lungo di quali vite fossero il ricordo, di quali naufragi fossero i relitti. Per molto tempo hanno dormito in un cassetto. Poi, piano piano, intuendo forse una via per incrociare la pittura al teatro, ho costruito insieme a loro un’ipotesi di rappresentazione. Li ho riuniti in gruppi familiari, ho inventato per loro relazioni arbitrarie, luoghi fantasma, abitazioni inospitali con scale per fuggire (forse), incubi domestici, echi paurosi di infanzia e sullo sfondo il riverbero di antiche filastrocche vittoriane, ricordi sfilacciati di parole. Solo pochissimi fra loro hanno avuto diritto a una trasfigurazione letteraria: un improbabile Lear con in braccio la sua piccola Cordelia, un Verlaine con Rimbaud, una santa-bambina su una collina in fiamme. Gli altri riuniti in tetre congreghe pa- rentali, spesso ostili uno all’altro nello stesso quadro, a raccontare l’eterna, soffocante storia della famiglia piccolo borghese nei suoi spettrali giardini, nei suoi salotti bui dove i tappeti si trasformano in gorghi di noia, pericolosi come sabbie mobili mentre incombe sul fragile tetto delle loro casette, come un presagio, come una minaccia di future tragedie domestiche, un nuvolone carico di pioggia. Mi è capitato a volte, mentre dipingevo, di scoprirmi un piccolo ghigno malvagio: povere signore, poveri signo- ri, poveri bimbi: chi gliel’avrebbe detto, mentre posavano impettiti a Chicago, che la loro faccia, l’immagine di sé costruita con tanta cura, avrebbe animato centocinquant’anni dopo questi microdrammi, queste favole nere della buona notte. Ma il teatro è anche questo, il teatro ha anche questo potere misterioso: far rivivere i morti, dare loro una seconda chance.
Ferdinando Brun
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