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lunedì 19 marzo 2018


TRE DEBUTTI AL
TEATRO ELFO PUCCINI DI MILANO

20/25 marzo e 4/8 aprile | sala Bausch
Leonardo, che genio!
Uno spettacolo pop-up
di e con Elena Russo Arman
musica a cura di Alessandra Novaga
luci di Giacomo Marettelli Priorelli
suono di Giuseppe Marzoli
produzione Teatro dell'Elfo
prima nazionale

Elena Russo Arman per tre stagioni ha deliziato i giovani spettatori con il suo Shakespeare a merenda, un piccolo best seller che ha convinto pubblico e critica. Dopo averci fatto scoprire il “dietro le quinte” del Globe Theater all’epoca della regina Elisabetta I, ora ci guida attraverso il mondo di Leonardo.

Immaginate un grande libro, chiuso, che attende di essere aperto. Immaginate che questo libro contenga la storia del più grande uomo del Rinascimento: Leonardo da Vinci. 

Immaginate ora che il racconto contenuto all’interno del libro, non sia fatto solo di parole ma, come per incanto una volta aperto, ci riveli un mondo in tre dimensioni che, pagina dopo pagina, ripercorre le tappe fondamentali della vita del grande artista: l’infanzia nel villaggio di Vinci, l’apprendistato a Firenze, il periodo felice del primo soggiorno a Milano, l’incertezza e il suo continuo peregrinare, fino agli ultimi giorni alla corte del re di Francia.

A raccontarci i successi ma anche le difficoltà di questo incredibile personaggio, è Elena Russo Arman che, come una cantastorie, ne ripercorre l’esistenza attraverso un libro pop-up che ha interamente progettato e realizzato e che avrebbe forse divertito Leonardo, sempre attento ad intrattenere e sorprendere il suo pubblico.

Il mondo che prende vita davanti ai nostri occhi è un mondo di carta, quella stessa carta di cui Leonardo si è servito per tutta la vita, osservando e annotando incessantemente ciò che lo circondava, con vivace curiosità e desiderio di conoscenza.

Lui, che amava definirsi ‘omo sanza lettere’, cioè uomo illetterato perché non aveva studiato il latino, è stato tante cose al tempo stesso: pittore, disegnatore, architetto, scienziato, urbanista, studioso di botanica, anatomia e fisica; inventore di macchine da guerra, ingegnere idraulico, musicista, scrittore e scenografo. Amava intrattenere e stupire il suo pubblico e, grazie al suo talento di pittore, alla mente brillante, alla sua eleganza e alla gentilezza dei modi, conquistò le corti dei potenti, diventando una celebrità del suo tempo e non solo.

Di un uomo così eclettico ed enigmatico, la Storia e la leggenda si sono fuse, trasformandolo in un archetipo, un artista per il quale viene comunemente usata la definizione di genio.

20/25 marzo | sala Fassbinder
Il misantropo
di Molière traduzione Cesare Garboli
adattamento e regia Monica Conti
con Roberto Trifirò, Nicola Stravalaci, Flaminia Cuzzoli, Giuditta Mingucci, Stefano Braschi, Antonio Giuseppe Peligra, Stefania Medri, Monica Conti, Davide Lorino
Elsinor Centro di produzione teatrale

Il misantropo, opera in cinque atti di Molière, rappresentata per la prima volta nel 1666, ha visto nei secoli le più diverse interpretazioni. La versione proposta da Elsinor rappresenta il quarto incontro di Monica Conti con Molière, dopo Medico per forza, Dispetto d’amore e Le intellettuali. Un progetto la cui sostanza è la necessità di presentare dei classici “riscritti” attraverso un grande lavoro attoriale che renda la parola corpo come nuova.

La ricerca registica indaga gli stati d’animo, le relazioni, le situazioni , i sotto-testi e la musica. Già ne Le intellettuali importanti si sono rivelati la musicalità, il ritmo dei dialoghi l’atletismo verbale che ne consegue. Nel Misantropo prosegue questo lavoro, teso a dare rilievo al ritmo e al suono non come forme estetiche, ma come forme di espressione dell’inconscio.

Qui Alceste, interpretato da Roberto Trifirò, non è un eroe tragico o romantico, ma tragicomico perché infelice, disorientato e violento. È uno spettatore della vita eternamente immobilizzato nel suo scontento.

NOTE DI REGIA
Nel Misantropo più che la trama, contano le relazioni umane che sono poi la cosa più importante della nostra vita. Nell’arco di una giornata Alceste rompe con la società malata in cui vive. E’ un essere intelligente e ironico ma che nutre un odio feroce per gli uomini che fa ingigantire in lui la percezione dei loro difetti. È un essere contraddittorio, contemporaneamente saggio e folle, che ama proprio la donna che incarna tutti i vizi che lui odia o, forse, la ama proprio per questo.

Ho cercato di approfondire al massimo queste relazioni e, nello stesso tempo, di far diventare carne i versi di Molière tradotti nell’italiano di Cesare Garboli. Lavorando da anni su Molière e in particolare su questo testo, ho cercato anche di cogliere ciò che sta sotto a un linguaggio ricercato e “antico”, ma che, a tratti, pare scritto col sangue da un poeta veggente. E se nei primi tre atti ancora, qua e là, traluce il genio comico dell’autore, nel quarto sprofonda nella follia e nel quinto nel disincanto, aprendo la strada al Teatro moderno.

In uno spazio semplicissimo agito dagli attori, sono essi stessi che creano coi loro corpi i luoghi ora reali, ora onirici, in cui si svolge questa vana e folle giornata di Alceste. Per ritrovarsi alla fine in un’alba di una qualsiasi città e scoprirsi anime ingannate e perse, al di là dei vizi e delle virtù, ma anche anime che transitano e si dibattono brevemente in questo mondo prima di tornare alla natura.

Ho sempre pensato al Misantropo come a una “ballata dell’essere umano” posto di fronte all’enigma dell’esistenza e della percezione di una realtà che è sempre sfuggente, multiforme e soggettiva.
Monica Conti

«Dopo Le intellettuali un altro Molière messo in scena da Monica Conti. I toni satirici di queste due opere sono diversi, gli stili di approccio (e d’interpretazione) altrettanto. Ciò che ne Le intellettuali era asciutto, nel Misantropo è sfuggente, quasi liquido; ciò che era realistico, oggi è, in termini culturali, espressionista. Ma in termini non culturali possiamo a ragion veduta definirlo eccessivo: tutto lo spettacolo è fondato su furia e rabbia. La folle journée di Alceste diventa una pazza giornata per tutti gli altri».
Franco Cordelli, Corriere della Sera

21/25 marzo | sala Shakespeare
Collaborators
di John Hodge
traduzione e regia Bruno Fornasari
con Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Michele Basile, Emanuela Caruso, Eugenio Fea, Enzo Giraldo, Marta Lucini, Alberto Mancioppi, Daniele Profeta, Michele Radice, Chiara Serangeli, Umberto Terruso, Elisabetta Torlasco, Antonio Valentino
scene e costumi Erika Carretta, disegno luci Fabrizio Visconti
musiche originali Rossella Spinosa, eseguite da New MADE Ensemble
produzione Teatro Filodrammatici di Milano

Si rinnova la collaborazione tra Elfo e Filodrammatici che si “scambiano” gli spettacoli di produzione nella convinzione che la creatività si alimenti contaminando e incrociando il pubblico, le idee e le generazioni. All’Elfo arriva dunque Collaborators, lo spettacolo prodotto dal teatro guidato da Fornasari e Amadio, mentre Ferdinando Bruni porta al “Filo” il suo Racconto di Natale.

La commedia amara di John Hodge (sceneggiatore di Trainspotting, Piccoli omicidi tra amici, The Beach Trainspotting 2, diretti da Danny Boyle) affronta il delicato argomento della relazione tra regime e cultura, tra potere e creazione artistica.
Mosca 1939. A Michail Bulgakov, ex scrittore di successo ora mal visto dall’intellighenzia sovietica, viene proposto di scrivere una commedia su Stalin per celebrarne il sessantesimo compleanno. Scrivere un testo che tinga di eroismo le origini e la giovinezza dell’uomo che lui considera un tiranno spietato, potrebbe salvargli la carriera, ma si trova a fare i conti con le convinzioni che l’hanno fin qui portato a essere censurato e sgradito al regime. Che fare? Per proteggere se stesso e la moglie Yelena, Bulgakov accetta.

«Un testo onirico ma concretissimo. Complimenti a Fornasari che ci ha visto lungo».
Diego Vincenti, Il giorno

«Collaborators è un miracolo di equilibrio e intelligenza registica. Spiazza le aspettative dello spettatore, facendo sentire sulla pelle tutta la fascinazione per il male e l’irragionevolezza del Potere».
Roberto Rizzente, Hystrio

«La parte del leone la fanno Tommaso Amadio nei panni di Bulgakov e Alberto Mancioppi in quella di Stalin, visibilmente ispirati dalle rispettive parti, bravi a trascinare il resto del solido cast».
Michele Weiss, La Stampa

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