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martedì 16 dicembre 2014

MOSTRA MATISSE
 

Nella duplice natura di questo titolo si vuole mostrare la potenza creativa di un’idea che, contemporaneamente, allude a una visione concettuale, alla maniera di interpretare la superficie pittorica e al richiamo di tradizioni culturali che nell’ornamentazione racchiudono il senso stesso di una simbologia basata sugli archetipi di natura e cosmo.
Aspetti tra loro indissolubili perché nati da uno stesso pensiero: ricercare una misura profonda, una nota musicale acutissima che riporti l’emozione a una sensibilità primitiva, a un’essenzialità che Henri Matisse raggiunge attraverso la conoscenza delle icone russe, del mondo bizantino, delle tecniche ricche di cromatismi dell’arte e dei manufatti orientali.

Mostrare quindi come il motivo della decorazione e dell’orientalismo diventi per l’artista francese la ragione prima di una radicale indagine sulla pittura. Di un’estetica fondata sulla sublimazione del colore, della linea, sull’idea stessa di superficie.
Sull’identificazione di una purezza attraverso la semplificazione della forma, intuita nella sintesi cromatico-lineare dei crespi giapponesi che rivelano inizialmente a Matisse la forza espressiva degli elementi della pittura. L’occhio, educato alla leggerezza e all’essenzialità nipponica, è presto affinato al potere emotivo della pittura dei Primitivi del Louvre e dell’arte orientale. Dai motivi avviluppati di civiltà antiche e lontane, Matisse coglie il senso di uno spazio diverso: “uno spazio più vasto, un vero spazio plastico” che lo aiuta a “uscire dalla pittura intimistica”.
La visita alla grande “esposizione di arte maomettana” di Monaco di Baviera nel 1910 – più di ottanta sale di tappeti, di ricami, di tessuti, di oggetti provenienti anche dalle raccolte Shchukin, dalla famiglia di uno dei suoi più appassionati collezionisti – rafforza l’interesse dell’artista per un tipo di decorazione che gli consente di pensare a un diverso impianto compositivo. A un’organizzazione della superficie che egli perfezionerà negli anni della sua lunga carriera fino a creare “uno spazio di dimensioni che la stessa esistenza degli oggetti rappresentati non riesce a limitare”.
L’Oriente e la Russia, nella loro essenza più spirituale e più lontana dalla dimensione semplicemente decorativa, schiudono a Matisse, ancor più dopo il suo viaggio a Mosca nell’ottobre del 1911, la forza di schemi compositivi dai significati elevati. Arabeschi, disegni geometrici e orditi – i due illuminati collezionisti di Matisse dal 1906, Shchukin e Morozov, erano tra l’altro i più importanti imprenditori-mercanti tessili della Russia Imperiale – diventano per Matisse il motivo strutturale dell’immagine nella sua misura simbolica e nel fluire di forme che proiettano il sentimento del divenire sul piano del supporto.
Temi e motivi si concentrano, dopo la fondamentale scoperta del mondo russo che intensifica il desiderio di forme più spirituali, sulla descrizione di scene e costumi orientali da cui riverberano sonorità di linee e di colori mistici. Così l’intuizione di un’unità è nell’ordine stesso di strutture matematiche che individuano ritmi semplici e basilari, il cui effetto seducente verrà osservato e studiato come un vero e proprio stile, oggetto di importanti teorie in Austria e Germania tra fine ottocento e inizi novecento. Motivi già presenti nel periodo tardo antico, nell’arte bizantina e nell’età rinascimentale, interpretati da Matisse con straordinaria modernità in un linguaggio che, di là dall’esattezza delle forme naturali, tocca le sommità del sublime. Temi ancor oggi di straordinario interesse esegetico come attestano gli studi di Edward Said sulla storia della fascinazione dell’Oriente a occhi puramente occidentali. Nella rappresentazione di un Levante inseparabile dai suoi soggetti esotici, impianto di un’idea fantastica e fiabesca di cui Matisse riesce a mostrare con straordinario acume e con perizia originale gli aspetti esteriori purificati poi nella loro dimensione più astratta ed esornativa. L’esempio più evidente di questa ricerca è nel Trittico marocchino del 1912, dipinto pochi mesi dopo il soggiorno a Mosca, dove la scansione dei tre momenti – la visione tradizionale attraverso l’artificio della finestra, l’isolamento del soggetto in uno spazio e l’elevazione di un organismo architettonico a pura assonanza emotiva di timbri di colore – costituisce una realtà unica come dimostra anche la sua riunificazione avvenuta definitivamente a Mosca nel 1962. Insieme allo Studio rosa del 1911 – nell’impossibilità da parte del Museo Pushkin di muovere le due splendide nature morte (Natura morta rosso veneziano o Statuetta e vasi su tappeto orientale 1908 e Natura morta con frutta e statua in bronzo 1909-1910) esemplificative di un principio più mediterraneo dell’aspetto decorativo – il trittico rappresenta il momento più alto della visione di Matisse.
Fondamentale quindi una visione sincronica di questi quattro dipinti intorno ai quali, sia formalmente che concettualmente, l’artista costruisce il percorso di un’intera opera. Visione di una crescita imperativamente vincolata alla lungimiranza e alla finezza intellettuale di due personalità russe cui si vuole rendere omaggio e senza le quali la figura di Matisse non avrebbe avuto una risonanza così clamorosa.
Una mostra complessa che, attraverso il rimando a oggetti di quelle ricche e fastose culture figurative citate, a motivi di ibridazione e a commistioni di generi e stili, farà rivivere il fasto e insieme la delicatezza di un mondo antico e semplice, esaltato dallo sguardo profondo di un artista e trasmesso dall’eco attenta di due grandi collezionisti che hanno da subito intuito il suo grande messaggio.
(Tafter)

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