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mercoledì 24 giugno 2026

TEATRO FONTANA DI MILANO
STAGIONE TEATRALE 2026/2027

10>13 settembre 2026

 PASSIO 

Artieri Marta Annoni, Elisabetta Fraccacreta, Silvia Minchillo, Michele Correra, Raúl Iaiza, Simone Lampis, Stefano Olimpi Scolari ricercatori Marco Berta, Ettore Brocca , Simone Faloppa, Matteo Gregotti Regia e Drammaturgia Raúl Iaiza 

Attorno a una tavola attori e spettatori mangiano, brindano, parlano. Poi qualcosa cambia. Le voci si intrecciano, i corpi si fanno racconto e, quasi senza accorgersene, ci si ritrova dentro una storia che attraversa i secoli. Le figure della Passione tornano ad abitare il presente: Cristo, Maria di Nazareth, Maddalena, Giuda siedono tra il pubblico e trasformano un incontro conviviale in un rito collettivo, una possibile Ultima Cena contemporanea. Il quotidiano si apre così a una dimensione simbolica, dove il rito incontra il teatro e diventa occasione per interrogare temi ancora urgenti: la fragilità umana, l’ingiustizia, il tradimento, la possibilità della rinascita. Il regista Raúl Iaiza firma un progetto scenico per performer-cantanti che intreccia i repertori francescani del Basso Medioevo, le pratiche paraliturgiche popolari del secondo dopoguerra e le suggestioni dei Vangeli apocrifi. Il “dramma cantato” diventa esperienza collettiva, forma rituale che attraversa il tempo e interroga il significato del sacro nella contemporaneità. L’azione si sviluppa attorno a una grande tavolata che accoglie interpreti e spettatori nello stesso spazio, a condividere un vero e proprio aperitivo. La musica, eseguita interamente dal vivo, senza amplificazione né artifici tecnologici, accompagna il pubblico in un’esperienza essenziale e immersiva, in cui la forza della presenza, della voce e dell’ascolto condiviso restituisce al rito la sua dimensione più autentica e partecipata.

17>20 settembre 2026 Chiostri Suite 

LUCE 

Regia Anna Dora Dorno Drammaturgia Nicola Pianzola Con Nicola Pianzola Musiche dal vivo Enrico Bernardi Video mapping e disegno luci Anna Dora Dorno Produzione Instabili Vaganti / Fondazione Rocca dei Bentivoglio

Dai versi di Pier Paolo Pasolini: un concerto-spettacolo che rompe i confini della scena e si trasforma in un’esperienza immersiva che riscrive gli archi e le architetture dei Chiostri Bramanteschi di Santa Maria alla Fontana. Lo spettacolo mette in dialogo le parole poetiche e visionarie di Pasolini con la musica eseguita dal vivo di Bach e Couperin e un intervento di video mapping site-specific, costruendo un attraversamento sensoriale tra poesia, suono e immagine. La dimensione musicale — tra pianoforte e clavicembalo — avvolge e amplifica la parola poetica, mentre le proiezioni trasformano lo spazio scenico in un ambiente mutevole, sospeso tra evocazione e astrazione. I versi si deformano e si ricompongono, diventando materia visiva e sonora, in costante relazione con il corpo del performer, che ne diventa superficie e attraversamento. Il corpo scenico si configura come luogo di passaggio della poesia: non illustrazione ma incarnazione, spazio attraversato da tensioni, densità e dissolvenze. In questo intreccio, la scrittura pasoliniana riemerge come presenza viva, capace di interrogare il presente attraverso la sua forza visionaria e critica.

24>27 settembre Chiostri Suite 

PEITHO - PERSUASIONE Concerto di voci e suoni 

Un progetto di Federica Fracassi e Irene Petra Zani Testo Irene Petra Zani Concept Federica Fracassi Con Federica Fracassi, Dimitrios Papavasiliu e Shari DeLorian Sound artist Shari DeLorian Sculture dall'opera Branco di Velasco Vitali Foto Samuele Pellecchia Cura Teatro di Dioniso | Nicoletta Scrivo e Associazione Culturale Tinaos In collaborazione con Stanze - teatro fuori dai teatri un progetto di Alberica Archinto

Testo vincitore di FUTURO PASSATO 2024, premio di drammaturgia a partire dalla figura dell’intellettuale Carlo Michelstaedter e dalla sua opera più celebre “La persuasione e la rettorica”. Testo vincitore del premio di produzione FESTIL25 in collaborazione con Dialoghi Residenze delle arti performative a Villa Manin a cura del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG

Si ringrazia per la collaborazione Federico Bellini Si ringrazia per la collaborazione all’allestimento scenico Renzo Martinelli Anteprima, 16 giugno 2025 Milano nell'ambito di Stanze – teatro fuori dai teatri

Nato a Gorizia, Carlo Michelstaedter si suicida nel 1910 a soli ventitré anni, subito dopo aver terminato La persuasione e la rettorica, la sua tesi di laurea destinata a diventare una delle opere filosofiche più radicali del Novecento. Il suo pensiero inquieto e tragico anticipa il sentimento di crisi che, pochi anni più tardi, attraverserà l’Europa con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Federica Fracassi porta in scena il testo di Irene Petra Zani, che immagina Michelstaedter come un giovane alla vigilia del conflitto, incapace di aderire ai valori ereditati dai Padri: l’idea della supremazia, della violenza e delle armi come strumenti necessari di affermazione. Al centro della drammaturgia c’è un ragazzo che rifiuta di combattere e si interroga sull’impossibilità di persuadere gli uomini alla pace: si rivolge simbolicamente a Peitho, dea greca della Persuasione, chiamata a confrontarsi con la responsabilità di una parola che, fin dai tempi della Guerra di Troia, ha guidato l’umanità verso la barbarie. Attraverso una struttura che assume i tratti di un’apologia, la vicenda individuale del giovane filosofo si intreccia con una riflessione più ampia sulla violenza come principio che attraversa la storia occidentale. Il protagonista emerge così come un Oreste contemporaneo, incapace di trovare una via d’uscita al conflitto interiore che lo attraversa. 

3, 4 ottobre 2026 Fontana Studio 

UN PO’ MENO FANTASMA 

terzo capitolo del progetto triennale de La libertà dei ciottoli un progetto di Kronoteatro + Francesca Sarteanesi ideazione Tommaso Cheli drammaturgia Tommaso Cheli / Francesca Sarteanesi regia Francesca Sarteanesi con Tommaso Bianco scene e costumi Rebecca Ihle responsabile tecnico Alex Nesti supervisione progetto Maurizio Sguotti produzione Kronoteatro coproduzione Teatro Nazionale di Genova con il sostegno di PimOff, Spazio ZUT!, L'arboreto/Teatro Dimora, Teatro Moderno di Agliana, Gli Scarti/Fuori Luogo

Ogni fazzoletto di carta, se guardi bene, ha tre o quattro strati. Puoi dividerli. Così da un unico fazzoletto ne otterrai almeno quattro. Puoi utilizzare ogni singolo velo per soffiarti il naso, ma devi fare piano, poco alla volta. E il fazzoletto non si bucherà. Il lavoro, nato dalla collaborazione tra Kronoteatro e Francesca Sarteanesi, si sviluppa attorno ai temi della sensibilità, della delicatezza emotiva e di una percezione del mondo fuori misura rispetto al contesto che la circonda. Al centro della scena c’è Marcello, figura apparentemente ordinaria ma segnata da una particolare fragilità: parla a voce molto bassa, abita il mondo con discrezione, quasi in sottrazione. Una modalità di stare nelle relazioni che ha inevitabilmente influenzato la sua vita personale, affettiva e lavorativa. Attraverso un flusso monologante intimo e continuo, emerge il ritratto di un uomo consapevole della propria differenza, ma mai disposto a considerarla una forma di debolezza. La sua sensibilità non assume i tratti della rinuncia o della marginalità, ma diventa uno sguardo limpido e raffinato sulla realtà, destinato però a scontrarsi con il torpore e la grossolanità del mondo circostante. Quella che appare inizialmente come una storia minima e fragile si apre progressivamente a una dimensione emotiva più ampia e profonda. Nel racconto di Marcello prendono forma, per contrasto, le persone incontrate lungo il suo percorso: figure che ne delineano con maggiore nitidezza i contorni emotivi e sentimentali, facendo emergere il senso di una solitudine sottile ma mai vittimistica. Lo spettacolo costruisce così un paesaggio umano fatto di silenzi, scarti e delicatezze, in cui la parola si fa suono intimo e spazio di resistenza contro la brutalità del vivere contemporaneo.

6, 7 ottobre 2006

HOTEL DALIDA 

Ideazione e spazio scenico Roberta Lidia De Stefano Con Roberta Lidia De Stefano Testo e dramaturg Irene Petra Zani Disegno del suono e composizioni musicali Roberta Lidia De Stefano e Gerarda Avallone Disegno luci Serena Serrani Direzione tecnica Silvia Laureti Scene e costumi Roberta Lidia De Stefano realizzati da Erika Carretta Assistente Sofia Murari Fotografie e video in scena Serena Serrani Traduzione liriche e sopratitoli Roberta Lidia De Stefano Produzioni indipendenti Ro.se / Brugole & co. / Lecite Visioni Con il sostegno di Teatro dei Filodrammatici Milano / foyer residenze / Sementerie Artistiche

Durante la primavera araba una reporter di guerra si ritrova prigioniera in una stanza d’albergo al Cairo, senza memoria del proprio rapimento e senza alcuna possibilità di contatto con l’esterno. In questo spazio chiuso e sospeso, l’unica presenza che la accompagna è una voce: quella di Dalida. La pluripremiata Roberta Lidia De Stefano dà voce e corpo a una figura sospesa, attraversando un progressivo slittamento tra realtà e visione. Ciò che inizialmente si manifesta come un’eco martellante si trasforma in un dialogo sempre più intimo, facendo emergere profonde affinità tra la reporter e la celebre artista: una vocazione totalizzante, la fuga dalle proprie origini, la ricerca di una verità da restituire al pubblico, fino alla rinuncia a una dimensione personale e identitaria come la maternità. In questo intreccio, l’intuito visionario di Dalida e l’urgenza testimoniale della reporter convergono in un’unica figura, una Tiresia contemporanea sospesa tra desiderio di vedere oltre il reale e incapacità di guardare dentro di sé. Omaggio a Marie Colvin, giornalista uccisa nel 2012, passando per Oriana Fallaci e Anna Politkovskaja, Hotel Dalida è uno spazio di confine e di memoria, in cui identità e narrazione si disgregano e si ricompongono, mentre le canzoni della celebre interprete, rielaborate in chiave contemporanea, attraversano la scena trasformando la stanza in un teatro di guerra interiore, dove mourir sur scène e morire sul campo diventano le due facce d'una stessa tensione.

9>11 ottobre 2026 Fontana Studio 

QUI VIVREMO BENE  

Di Luigi Vittoria Con Elisa Grilli e Tommaso Russi Una co-produzione Dopolavoro Stadera e Argot Produzioni Disegno luci di Chiara Senesi e Desideria Angeloni Foto e video di Anna Minor Progetto vincitore del festival OVER 2025 Con il sostegno di Pim Off, Teatro Argot , NEST Teatro e Fertili Terreni

È un quartiere di invisibili, ma soprattutto è un luogo dove non c’è niente. Non c'è cultura, non c'è un medico di base, non arrivano i servizi, non arrivano neanche le assegnazioni delle case popolari. Ė un susseguirsi di appartamenti chiusi, abbandonati. Quindi, la gente lasciata ad aspettare per strada, di fronte a una miriade di case vuote, sceglie tra morire di freddo e infrangere la legge. E occupa.

Una casa può diventare un privilegio. Un quartiere può trasformarsi in un campo di battaglia. E il diritto ad abitare può finire al centro di uno scontro politico, sociale e umano. Qui vivremo bene nasce dalle vicende che nel 2018 hanno attraversato il quartiere milanese del Giambellino, tra sgomberi, arresti e mobilitazioni per il diritto alla casa. A partire dalle testimonianze raccolte sul campo — in particolare attraverso gli incontri con gli attivisti del Comitato Abitanti Giambellino — lo spettacolo si addentra nelle crepe dell'edilizia popolare, dando voce a chi vive quotidianamente le tensioni di una città sempre più difficile da abitare. La drammaturgia si costruisce per frammenti e prospettive che si rincorrono e si scontrano. Alle storie del Comitato si intrecciano episodi che raccontano le trasformazioni urbane, l'erosione dei diritti, la precarietà crescente e le nuove forme di esclusione. Accanto alla dimensione collettiva emergono racconti personali, in cui le biografie individuali diventano il riflesso di un disagio condiviso. Attraverso linguaggi e dispositivi scenici differenti, Qui vivremo bene compone il ritratto di una città attraversata da contraddizioni profonde. Più che raccontare una crisi abitativa, lo spettacolo interroga ciò che una casa rappresenta oggi: non soltanto un tetto, ma la possibilità di appartenere a un luogo, di costruire relazioni, di immaginare un futuro.

13>15 ottobre 2026

LE TRE CICORIANE 

Liberamente tratto dalla fiaba calabrese Le tre raccoglitrici di cicoria raccolta da Letterio Di Francia (“Fiabe e novelle calabresi” – Donzelli Editore, 2015) Testo, interpretazione, spazio scenico, disegno luci, costumi e regia Dario De Luca Sonorizzazioni elettroacustiche originali eseguite dal vivo Gianfranco De Franco Luci Vincenzo Parisi Oggetti di scena e allestimento Giovanni Spina Organizzazione e amministrazione Tiziana Covello Distribuzione Egilda Orrico Produzione Scena Verticale Con il sostegno di CURA (Centro Umbro delle Residenze Artistiche) e Spazio MAI – Movement Art Is - Perugia un grazie a Teatro della Chimera, Castrovillari (CS) e a Cubo Teatro, Torino

Con Le tre Cicoriane, Dario De Luca conclude una trilogia dedicata alla riscrittura della fiaba calabrese, restituendo centralità a una figura femminile forte e determinata: Mariuccia, eroina volitiva e impavida, erede di un immaginario in cui le donne incarnano una forza arcaica capace di guidare, trasformare e sovvertire il corso degli eventi. Il lavoro affonda le proprie radici nella tradizione orale dialettale, rielaborando una delle storie raccolte da Letterio Di Francia e successivamente inclusa da Italo Calvino nell’Antologia delle fiabe italiane con il titolo Le tre raccoglitrici di cicoria. Una madre e tre figlie, costrette dalla povertà a raccogliere cicoria per sopravvivere, si muovono in un paesaggio arcaico e spoglio, dove il confine tra quotidiano e perturbante si assottiglia fino a dissolversi. Durante una giornata di lavoro, la maggiore, Teresina, scopre una botola nascosta nel terreno che conduce a un’abitazione sotterranea: da quel momento scompare senza lasciare traccia. La secondogenita, Concetta, si mette alla sua ricerca, ma il suo destino si compie nello stesso enigma. Sarà Mariuccia, la più giovane, a intraprendere il percorso decisivo: seguendo le orme delle sorelle, attraversa lo stesso varco ma con uno sguardo diverso, capace di svelare i segreti della casa e di affrontare la presenza oscura che la abita. Una favola nera in cui elementi di violenza arcaica e dimensione simbolica si intrecciano in uno spazio-tempo sospeso, capace di risuonare con il presente.

16 ottobre 2026 Fontana Studio 

SEG_MEN_TAR_SI Reading performativo 

Regia Ivonne Capece drammaturgia Chiara Arrigoni interpreti Stefano Carenza, Silvia Di Cesare, Ion Donà, Pasquale Montemurro curatela del progetto Maddalena Massafra

Menzione speciale Franco Quadri al Premio Riccione per il Teatro 2025 Testo vincitore del PREMIO NAZIONALE DI DRAMMATURGIA OMISSIS 2025 con il supporto di Theatron 2.0

L’affascinante testo di Chiara Arrigoni, vincitore del Premio Nazionale di Drammaturgia Omissis 2025 viene indagato dalla regista Ivonne Capece in un reading performativo perturbante in cui la sala operatoria diventa un centro di gravità. Tutto accade lì: la dissezione del corpo e la proliferazione dei ricordi. Il corpo umano è fermo, anestetizzato, ma la sua mente continua a produrre immagini, dialoghi domestici, voci pubblicitarie, conversazioni, ricordi, monologhi interiori. Il tempo dell’intervento diventa la cornice dentro cui scorrono i flash della vita. Più il corpo viene smontato, più la memoria si accende. Uno slittamento che ricorda una delle intuizioni più affascinanti della fantascienza contemporanea, quella formulata da Philip K. Dick nel romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? e portata sullo schermo da Ridley Scott in Blade Runner. L' idea che la vera frontiera tra umano e artificiale non sia biologica ma emotiva, sociale, economica. In Dick gli androidi desiderano esperienze umane, memoria, empatia. In Seg_men_tar_si il desiderio prende una forma ancora più radicale: gli androidi acquistano il corpo umano, gli umani acquistano il futuro vendendo se stessi. La domanda di Dick "Cosa significa essere umani?" è diventata più brutale: quanto vale esserlo? Il risultato è un rito contemporaneo a metà tra chirurgia e sacrificio, una fiaba tecnologica collegata al valore.

17, 18 ottobre 2026

NON SENTIRE IL MALE Dedicato a Eleonora Duse 

Di e con Elena Bucci Disegno luci Maurizio Viani Cura del suono Raffaele Bassetti, Franco Naddei nella versione concerto le musiche sono composte ed eseguite dal vivo al pianoforte da Andrea Agostini Assistenza al progetto Nicoletta Fabbri e Gaetano Colella Produzione Le belle bandiere Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna e Comune di Russi

  grazie a Walter Pretolani, Claudio Meldolesi e Laura Mariani

Attrice, capocomica e imprenditrice Eleonora Duse ha segnato una svolta radicale nel teatro europeo, imponendo una pratica scenica fondata sulla libertà espressiva e su un’intensità capace di scardinare le convenzioni del proprio tempo. A partire dalla sua figura e dai suoi scritti, il lavoro di Elena Bucci intreccia biografia, memoria e reinvenzione, restituendo un ritratto mobile e stratificato, lontano da ogni intento celebrativo. In questo percorso la figura della Duse emerge come presenza guida, molteplice e contraddittoria. La drammaturgia si compone di frammenti tratti da lettere, testimonianze e scritti, riorganizzati secondo un criterio personale che mira a restituire la complessità di un’esistenza irriducibile a una forma univoca. Il dispositivo scenico è uno spazio di trasformazione, in cui il corpo dell’interprete diventa luogo di scrittura e attraversamento, dando forma a un teatro essenziale, privo di retorica, radicato in una dimensione interiore. Al centro, l’immagine di una Duse immaginata in un momento limite: malata e sostituita da Gabriele D’Annunzio ne La figlia di Iorio, mentre attraversa e interpreta tutte le parti, sotto lo sguardo di Matilde Serao. Una figura che, nel gesto stesso della recitazione, tenta una liberazione dalla materia del teatro per avvicinarsi a una dimensione ulteriore, in cui arte e vita si ricongiungono. Lo spettacolo è un’indagine sul teatro e sui suoi limiti, sul rapporto tra corpo e parola, presenza e dissoluzione, e sulla possibilità di rinnovare, attraverso la scena, un contatto vivo con l’esperienza.

23, 24 ottobre 2026

PEZZO A DUE CON DIECI PIANTE 

Di conferenza balaam Con Leonardo Barbierato, Alessandra Cocorullo, Marco Tè Musiche live e originali Leonardo Barbierato Direzione Artistica Beatrice Fedi e Alessandro De Giovanni Disegno Luci Lucia Ferrero Costumi Valeria Forconi Produzione esecutiva Pallaksch ETS Consulenza botanica Stefano Marzullo, dipartimento di Biologia Ambientale dell'Università di Roma La Sapienza e Francesco Sabatini, dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali all'Università di Bologna.

Col sostegno di Teatro Comandini - Cesena; Teatro di Meano - Trento; Fortezza Est - Roma; Vivaio Bonsai Idea di Roma.

Progetto selezionato Powered by REf 24, tutor Filippo Lilli - con il sostegno di PIMOFF

Quali sono le conseguenze del non avere il pollice verde? La morte di una pianta o due, qualcuno potrebbe considerarlo un delitto ma insomma ci siamo passati tutti.

“Siamo l’85% della biomassa terrestre, ma l’umanità non ci vede.” 

Tra cronaca surreale e nevrosi domestiche, lo spettacolo mette in scena il tragicomico tentativo di un Ragazzo, una Biologa ed un Musicista - Giardiniere di comunicare con il mondo vegetale. Poetico, etico, ecologico e intimo: un’esperienza collettiva contemporanea che vi porterà a chiedervi se le piante del vostro salotto vi stanno guardando. “Pezzo a due con dieci piante” è un’ opera di coesistenza transpecie che fonde teatro, performance indagine scientifica e musica dal vivo. Un sensore traduce in suono gli impulsi elettrici dei vegetali presenti in scena: un’interazione imprevedibile che sfida il controllo antropocentrico. Tra paure, ricordi e un’atmosfera rituale, l’opera si fa spazio comune per riscoprire una nuova ecologia del sentire. 

28>30 ottobre 2026

A CENA CON MACBETH  

Da William Shakespeare Adattamento e regia Emanuele Conte Con gli attori della compagnia Produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse

Spettacolo in allestimento

Tra le cucine e la sala da pranzo dei Macbeth, vivi e morti, sovrani ed assassini condividono la tavola per una cena sanguinaria, dove delitti, vendette e tradimenti si consumano all’ombra delle buone maniere. Una cucina animata dalle streghe, un portiere/buffone che accoglie gli ospiti all’ingresso, nobili e cortigiani che si godono il banchetto: in questo spazio ristretto, la tragedia della cupidigia umana prende vita, evocando le cupe ambientazioni della landa scozzese.

2>7 novembre & 9>13 dicembre 2026

ACCABADORA 

Dal romanzo di Michela Murgia Edito da Giulio Einaudi Editore Drammaturgia Carlotta Corradi Con Anna Della Rosa Regia Veronica CrucianiProduzione Savà Produzioni Creative

Spettacolo fuori abbonamento

Accabadora, dal romanzo di Michela Murgia (Premio Campiello 2010), affronta uno dei nodi più spinosi e universali: il gesto estremo di accompagnare qualcuno alla fine della vita. In un paese immaginario della Sardegna, Maria cresce accanto a Tzia Bonaria, figura materna e salvifica che la accoglie e la forma. Ma quell’equilibrio si incrina quando Maria scopre ciò che Bonaria fa davvero: dare sollievo alle sofferenze estreme, fino a interrompere il dolore. Un segreto che non può essere disinnescato e che apre una frattura destinata a non rimarginarsi. La fuga verso il continente sembra una rottura definitiva, ma il tempo non chiude davvero le storie. Quando Maria torna al capezzale di Bonaria, tutto ciò che è stato rimosso riemerge con forza: il silenzio, la distanza, la gratitudine, il rancore. In quello spazio sospeso tra vita e fine, il legame tra le due donne si ricompone senza semplificazioni, attraversato da amore e ferocia, riconoscimento e ferite ancora aperte. La regia di Veronica Cruciani traduce questa materia incandescente in un teatro essenziale e vibrante, affidandola alla presenza magnetica di Anna Della Rosa, tra le più interessanti interpreti del teatro italiano contemporaneo. Attraverso la memoria della protagonista riaffiora un mondo arcaico in cui la comunità conosce e custodisce un gesto estremo: l'Accabadora è la donna che aiuta chi soffre a compiere l’ultimo passo.

10>15 novembre 2026 Nuova produzione 

LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEKYLL E DEL SIGNOR HYDE  

Liberamente tratto da R.L. Stevenson Drammaturgia Federico Bellini Regia Fabio Condemi Con Christian La Rosa Drammaturgia delle immagini e spazio scenico Fabio Cherstich Scenografo collaboratore Andrea Colombo Luci Veronica Varesi Monti Audio e Video Francesco Sileo Assistente alla regia Andrea Lucchetta Produzione Compagnia Umberto Orsini, La Fabbrica dell’Attore, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, LAC Lugano Arte Cultura Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro

Nato da un incubo che Robert Louis Stevenson trascrisse di getto, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è un racconto che continua a interrogare il presente attraverso i temi del doppio, dell’identità e della tremula transitorietà del corpo. Scritto nel 1886, il romanzo affronta questioni ancora attuali come il rapporto tra scienza e responsabilità, gli impulsi nascosti e le contraddizioni che abitano ogni individuo. In questo lavoro Fabio Condemi prosegue una ricerca che attraversa molti dei suoi spettacoli precedenti, con la drammaturgia di Federico Bellini che contribuisce a costruire un dispositivo testuale capace di esaltare la seducente inquietudine del romanzo. Dopo aver indagato l’elogio del crimine in De Sade, gli incubi postindustriali di Thomas Ligotti e i deserti geografici e metafisici di Roberto Bolaño, il regista torna a confrontarsi con una domanda che attraversa il suo percorso artistico: quella sul male, sulle sue forme di rappresentazione e sul suo rapporto con la creazione artistica. Come il notaio Utterson, vero protagonista del romanzo di Stevenson, il lettore segue le tracce di Mr. Hyde, del male nascosto in evidenza nelle città, nei rapporti umani e nelle istituzioni senza mai afferrarlo del tutto in un inquietante nascondino (hide and seek in inglese). In scena il pluripremiato Christian La Rosa dà voce alle tensioni e alle ambiguità che attraversano il racconto di Stevenson.

17, 18 novembre 2026

NELL’OCCHIO DEL LABIRINTO Apologia di Enzo Tortora

A Milano, dalle parti di Corso Magenta, proprio di fronte al Teatro Litta, si apre Largo Enzo Tortora: una piccola targa ne segna il nome, più simile a una traccia di memoria incisa nella città che a una semplice indicazione stradale. In piccolo, sotto il nome, appare la scritta giornalista con le date di nascita e di morte: 1928-1988. Da questa presenza fantasmatica prende avvio un’indagine scenica che riapre uno degli episodi più emblematici ed eclatanti di malagiustizia e di costruzione mediatica del colpevole nella storia italiana contemporanea. Il lavoro ripercorre il progressivo meccanismo di accusa che travolse Enzo Tortora, figura pubblica nota al grande pubblico televisivo, coinvolta in un processo in cui presunzione di innocenza, verifica dei fatti e responsabilità dell’informazione risultarono profondamente compromesse. Lo spettacolo mette in luce il ruolo della stampa, della magistratura e dell’opinione pubblica nella formazione di una “verità” costruita, alimentata da indiscrezioni, anticipazioni mediatiche e narrazioni non verificate. Al centro emerge il ritratto di un uomo che, pur nella piena consapevolezza della propria innocenza, decide di affrontare il processo senza sottrarsi, rinunciando persino alle proprie tutele istituzionali per trasformare la propria vicenda in una battaglia pubblica per l’idea di una giustizia giusta. La struttura scenica del monologo, interpretato da Simone Tudda (Segnalato al 30° Premio Hystrio alla Vocazione), passa dalla terza persona di un osservatore che attraversa luoghi e figure del caso, alla prima persona del giornalista e dell’uomo coinvolto, fino a una dimensione più intima che tenta di restituire lo smarrimento e la pressione psicologica dell’arresto e della detenzione.

20>22 novembre 2026

LIFE IS A FLOWER 

Produzione Mulino ad Arte Da un'idea di Daniele Ronco Drammaturgia Francesco Bianchi e Daniele Ronco Con Graziano Piazza e Daniele Ronco Regia Raffaele Latagliata

In un futuro prossimo segnato da piogge acide, aria irrespirabile e una natura fuori controllo, l’umanità vive sotto un regime di restrizioni sempre più severe in cui la mobilità è limitata, le risorse sono razionate e la libertà appare incompatibile con la sopravvivenza. In questo scenario sospeso tra emergenza permanente e illusione di normalità, convivono forzatamente Vez, anziano architetto vedovo, e Gio, giovane travel influencer dal passato opaco: due generazioni e due visioni del mondo inconciliabili, costrette a condividere uno spazio che si configura come rifugio e prigione. Il loro incontro si trasforma progressivamente in un confronto serrato fatto di attriti, paure e rimozioni, in cui lo scontro personale diventa specchio di una frattura più ampia. Tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere, i due personaggi si trovano a interrogare non solo la propria relazione, ma la possibilità stessa di un cambiamento, individuale e collettivo, all’interno di un mondo che ha già iniziato a mutare forma. Lo spettacolo è una riflessione sui paradossi del presente, sul dialogo tra generazioni e sul fragile equilibrio tra libertà e responsabilità, in un paesaggio distopico che amplifica tensioni e contraddizioni del contemporaneo.

24>29 novembre 2026

L’AMANTE  

Di Harold Pinter Traduzione Alessandra Serra Regia Veronica Cruciani Con Giorgio Marchesi e Simonetta Solder Scene Maria Spazzi | costumi Erika Carretta Drammaturgia sonora John Cascone Luci Gianni Staropoli Movement coach Marta Ciappina Assistente alla regia Tommaso Capodanno Assistente alla scenografia Nina Donatini Produzione e distribuzione Savà Produzioni Creative Spettacolo fuori abbonamento

Sarah e Richard sono una coppia borghese che mantiene in equilibrio il proprio matrimonio attraverso un rituale ambiguo e ripetuto: ogni pomeriggio lei riceve la visita del suo amante, con la tacita complicità del marito. Ma il dispositivo che li tiene insieme si regge su una domanda costante e sotterranea: chi è davvero l’amante? e fino a che punto il gioco resta controllabile prima di trasformarsi in qualcos’altro? L’Amante del Premio Nobel per la Letteratura Harold Pinter, mette in scena un rapporto coniugale costruito sull’ambiguità, sul potere del linguaggio e su una continua negoziazione tra dominio e perdita. L’intimità diventa terreno di scontro e di rappresentazione, mentre la parola agisce come strumento di seduzione e di minaccia, spostando continuamente il senso di ciò che accade. La regia di Veronica Cruciani affronta il testo come un dispositivo che si costruisce e si incrina progressivamente, esaltandone silenzi, scarti e tensioni sotterranee. In scena Giorgio Marchesi e Simonetta Solder, coppia anche nella vita, abitano questo duello emotivo all’interno di uno spazio essenziale dominato da due grandi finestre con veneziane - più dispositivo luminoso che elemento realistico - in cui l’esterno rimane sempre evocato ma mai accessibile, oscillando tra abbagli e oscurità. L’impianto visivo assume progressivamente una qualità noir, costruito su geometrie oppressive, ombre nette e luci radenti, mentre le musiche d’epoca si contaminano con sonorità dissonanti che accompagnano la chiusura del gioco in una forma sempre più coercitiva. Il sistema iniziale, presentato come un rituale ordinato e quasi sit-comico, si incrina fino a smontarsi, lasciando emergere le fratture del rapporto e la natura profondamente instabile dei ruoli che lo sostengono.

31 dicembre 2026

CIACCI LIVE - Capodanno edition

Di e con Alessandro Ciacci Distribuzione Terry Chegia

Uno spettacolo unico nel suo genere, un’esplosione di comicità e follia creativa, scritto e interpretato da Alessandro Ciacci, che dopo essere stato nel cast di LOL 5 (Amazon Prime) e accanto a Piero Chiambretti su Rai 3, torna sulle scene con un nuovo ed esilarante one man show “Capodanno Edition”. Con il suo stile inconfondibile – un mix originale e raffinato di umorismo intelligente, virtuosismo linguistico ed energia debordante, in cui alto e basso si fondono con equilibrio irresistibile – Ciacci trascina il pubblico all’interno di un vero e proprio flusso comico travolgente, una discesa in acquascivolo nella mente di un artista che unisce la stand-up più tagliente al teatro di narrazione, il cabaret allo storytelling, senza mai rinunciare alla complicità del pubblico e all’improvvisazione pura. Si festeggerà il vecchio e il nuovo anno sul palco.   

7,8 gennaio 2027

CLOWN • SCHNAPSIDEE

Da Heinrich Böll Adattamento Drammaturgico Jonathan Bertolai e Ian Gualdani Regia Jonathan Bertolai Con Ian Gualdani Con la Partecipazione di Giacomo Vezzani e le voci di Elsa Bossi, Woody Neri e Jacopo Venturiero Assistente alla regia Silvia Bennett Ambiente sonoro Giacomo Vezzani Disegno luci Orlando Bolognesi Oggetti di scena Matteo Raciti Costumi Laura Bartelloni Foto di scena, progetto grafico e diapositive Manuela Giusto Film e lavorazioni 16mm a cura di Tiziano Doria e Samira Guadagnuolo - Warshadfilm Produzione Mat - Movimenti Artistici Trasversali Assistente alla produzione Giacomo Pecchia Con il contributo di Ministero Della Cultura, Regione Toscana, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Fondazione Banca Del Monte di Lucca Con il patrocinio del Comune di Viareggio e della Fondazione Carnevale di Viareggio si ringraziano Ge.Ci.Te./C.U.R.A. Umbria e Spazio Rossellini-Roma per il sostegno alla produzione

Dall’incontro artistico tra Ian Gualdani e Jonathan Bertolai, già collaboratori in Caligola. underdog/upset, nasce CLOWN • SCHNAPSIDEE, adattamento di Opinioni di un clown del Premio Nobel per la Letteratura Heinrich Böll: un romanzo feroce e disincantato che, attraverso lo sguardo del clown Hans Schnier, mette a nudo le ipocrisie della società del benessere e la rimozione delle proprie responsabilità storiche. Il lavoro si sviluppa come un’immersione in uno spazio mentale e sospeso, dove la memoria prende la forma di un archivio instabile: diapositive, musicassette, pellicole analogiche che riaffiorano, si interrompono, si deformano. In questo habitat psichico Ian Gualdani, nei panni del clown Hans, ricompone frammenti della propria vita come in una memoria che non smette di riattivarsi. Al centro, la ferita dell’amore perduto con Maria; poi l’infanzia, segnata dalla guerra e da un contesto familiare militarista, che riemerge come nucleo originario del suo sguardo disallineato; infine ancora Maria, traslata in una quotidianità borghese, rassicurante e distante, ormai irraggiungibile. Questo viaggio nei ricordi prende forma attraverso una struttura che alterna parola e corpo: la loquacità del protagonista del romanzo viene accompagnata da una forte partitura fisica, fatta di numeri clowneschi ripetuti come ossessioni, quasi a esercitare una memoria incarnata. Ne emerge la sensibilità clownesca di Hans: un modo di stare al mondo fatto di deviazioni, fissazioni e improvvise lucidità. Un personaggio che oscilla tra malinconia e ironia, fragilità e sguardo radicale.

14, 15 gennaio 2027

IL MIRACOLO DI SAN SEBASTIANO  

di Matthieu Pastore regia di Aldo Cassano con Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore Sound design Antonio Spitaleri Aiuto regia Natascia Curci Scene e costumi Lucia Lapolla Luci Giuseppe Sordi Produzione ANIMANERA E.T.S.San Sebastiano, con la sua iconografia cristallizzata nel tempo — la pelle diafana, la tensione armonica dei muscoli giovanili e le frecce che ne attraversano il corpo — ha progressivamente oltrepassato i confini della devozione cattolica per diventare una figura trasversale nell’immaginario contemporaneo. La sua immagine, profondamente radicata nella storia dell’arte occidentale, è oggi frequentemente riletta e reinterpretata all’interno di codici estetici e culturali eterogenei, fino ad essere talvolta associata all’estetica del mondo queer e gay. Attraverso un’analisi che intreccia storia, iconografia e tradizione agiografica, Matthieu Pastore, con la regia di Aldo Cassano, ricostruisce la vicenda di San Sebastiano non soltanto come figura martiriale, ma come simbolo stratificato di rivelazione, esposizione e possibile accettazione di sé. La narrazione si muove tra dimensione storica e risonanze contemporanee, evidenziando come la sua figura continui a generare interpretazioni multiple e talvolta contraddittorie. Sebastiano emerge così come un personaggio sorprendentemente attuale: un corpo esposto, vulnerabile e al tempo stesso resistente, che interroga lo spettatore sulle dinamiche del desiderio, dello sguardo e dell’identità. In questa prospettiva, il martirio diventa metafora di una tensione universale: quella tra ciò che si è e ciò che si è chiamati a essere, tra l’autenticità dell’individuo e le aspettative di una società che spesso tende a ridurre la complessità delle differenze. San Sebastiano diventa una figura liminale, capace di mettere in discussione i confini tra sacro e profano, tra rappresentazione e identità, tra accettazione e negazione di sé.

16, 17 gennaio 2027

FEAR NO MORE 

Regia Simona Gonella Con Leda Kreider, Maria Laura Palmeri, Matthieu Pastore Scene e costumi Annamaria Gallo Luci Stefano Colonna Produzione QUI e ORA, MTM Manifatture Teatrali Milanesi, Lac/Lugano in scena Con il sostegno di Fondazione Claudia Lombardi per il teatro e Olinda Supporto alla produzione Franco D’Ippolito

Virginia Woolf dialoga con le proprie creature: Clarissa Dalloway e Septimus Warren Smith escono dal romanzo e le chiedono conto della vita. Tra voci, ricordi e interferenze, cerca un inizio mentre i suoi personaggi la inseguono in un gioco vertiginoso di specchi, dove chi scrive e chi è scritto si confondono, e nessuno resta al proprio posto. La drammaturga Francesca Sangalli trae ispirazione da Mrs Dalloway di Virginia Woolf per creare un dialogo intenso e visionario tra un’autrice e le sue creature. Le parole della scrittrice inglese si intrecciano a una riscrittura contemporanea, composta da frammenti poetici e immagini evocative, dando vita a un tempo sospeso in cui finzione e coscienza si confondono. Clarissa e Septimus acquisiscono qui una voce autonoma: non più semplici personaggi, ma presenze vive che interrogano la propria origine e sfidano l’autrice chiedendo di essere raccontati ancora. Clarissa ripercorre il tempo della giovinezza e delle scelte, mentre Septimus si muove tra visioni e realtà, segnato dalla guerra e da una profonda fragilità interiore. Al centro, Virginia si confronta con il senso della scrittura e con la responsabilità del creare. Ad attraversare la scena l’eco del verso shakespeariano “Fear no more the heat o’ the sun”, che risuona come un mantra: un invito a liberarsi dalla paura, forse l’unica vera prigione.

19, 20 gennaio 2027

TORQUATO TASSO Una discesa nel verso

Dal dramma di Johann Wolfgang Goethe Ideazione e Regia Giuseppe Isgrò Drammaturgia Francesca Marianna Consonni, Giuseppe Isgrò Con Daniele Fedeli Sound Shari DeLorian Visuals Luca Intermite Voce off Giovanni Franzoni In video Francesca Frigoli, Maria Bacci Pasello Cura del progetto Francesca Marianna Consonni Immagine Francesca Frigoli Assistenza scene e costumi Danilo Vuolo Assistenza alla regia Giorgia Angioletti, Giulia Dalle Rive Prodotto da Teatro dell’Elfo In collaborazione con MAT- Movimenti Artistici Trasversali (Viareggio), Teatro E (Trento) Con il sostegno di Terzo Paesaggio (Chiaravalle, Milano), Teatro Chisciotte (Montecelio, Roma) Con il patrocinio di Goethe-Institut Mailand

Goethe scrisse poco più che quarantenne quest’opera teatrale, attratto dalla figura di Torquato Tasso, il primo poeta che, sotto la custodia e la lusinga del potere, impazzisce a causa dei rapporti di corte e delle strategie dei cortigiani. Il Tasso immaginato da Goethe corrisponde a quello che ritroviamo nelle sue lettere, ulteriore materiale per la drammaturgia, ovvero un individuo fragile, ipersensibile, frenetico. Troviamo il poeta nel pieno del suo delirio, una volta recluso nell'Ospedale di Sant'Anna a Ferrara, devastato dagli accadimenti appena trascorsi e ossessionato dalle figure che hanno determinato il suo impazzimento. I versi di Goethe sono ripensati come un canto interiore, in cui risuonano le voci che hanno invaso l'animo del poeta, suoni che ne hanno infine sovrastato il verso. Il lavoro è interpretato da un unico attore a cui è affidato il compito di dare vita a questo concerto interiore, con l'uso della propria voce e con una continua trasformazione in scena, sotto gli occhi del pubblico

22>31 gennaio 2027

LA CITTÀ DEI VIVI

Liberamente tratto dal romanzo di Nicola Lagioia regia, video e adattamento drammaturgico Ivonne Capece Interpreti Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi, Cristian Zandonella Interpreti in video Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té, Samuele Finocchiaro, Stefano Carenza, Pietro Savoi, Lorenzo Vio, Ioana Miruna, Penelope Sangiorgi, Barbara Capece, Luigi de Luca, Pietro Gennuso, Giuseppina Manaresi, Olmo Broglia Anghinoni scene Rosita Vallefuoco assistente alla scenografia Michele Lubrano Lavadera videomaking e regia video Ivonne Capece costumi e concept visivo Micol Vighi sound designer Simone Arganini assistente alla regia Micol Vighi assistente costumista Giorgia Piatta assistenti volontari Pasquale Montemurro, Barbara Capece, Luigi de Luca light designer Luigi Biondi riprese Antar Corrado post-produzione video Domenico Parrino responsabile di produzione Nadia Fiorio responsabile tecnico Rossano Siragusano prodotto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro di Sardegna Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro

Un caso di cronaca nera tra i più angoscianti degli ultimi anni diventa materia teatrale. Un delitto assurdo e brutale scuote Roma nel cuore della notte: due giovani insospettabili torturano e uccidono un coetaneo senza un motivo apparente. Lo spettacolo La città dei vivi porta in scena la discesa in un inferno che appartiene non solo ai protagonisti, ma a un’intera società. Liberamente tratto dall’inchiesta narrativa di Nicola Lagioia, affronta il male nella sua forma più disarmante: quella che si nasconde dietro volti normali, in vite comuni. Attraverso una drammaturgia tesa, ibrida tra racconto e confessione, il teatro diventa lo spazio dove guardare l’indicibile. Roma, presenza viva e ambigua, è insieme scenario e protagonista: una città che ammalia e consuma, che attrae e abbandona. Viva, tentacolare, oscura. Una città che pulsa di desideri, illusioni, fallimenti. I personaggi si muovono dentro una spirale di fascinazione e repulsione, mentre il pubblico è chiamato a guardare dove normalmente si distoglie lo sguardo. La città dei vivi, bestseller internazionale di Nicola Lagioia, nuova creazione della regista e digital artist Ivonne Capece, interroga il confine tra narrazione e realtà, esigenza artistica e ossessione esistenziale. Non è la cronaca di un delitto, ma il riflesso di un’autopsia interiore, in cui l’artista si espone al vortice emotivo che lo lega alla sua città e al suo stesso impulso di raccontare.

4>7 febbraio 2027

CRICK Atto unico in sei resoconti 

“Il topolino Crick” di Francesco Silvestri e Melina Formicola Regia Rosario Sparno Con Luca Iervolino e Francesco Roccasecca Musiche Massimo Cordovani Costumi Alessandra Gaudioso Scene Fabrizio Comparone Disegno luci Simone Picardi Foto di scena Pino Miraglia Progetto grafico Sofia de Capoa Si ringrazia Francesca De Nicolais Produzione Casa del Contemporaneo

Rosario Sparno firma la regia di Crick, tratto da Il Topolino Crick di Francesco Silvestri e Melina Formicola, andato in scena per la prima volta nel 1987. Ispirandosi liberamente a Fiori per Algernon, il celebre romanzo di Daniel Keyes, Silvestri ne trasporta la vicenda in una Napoli operaia e visionaria. Charlie Gordon e il topo Algernon diventano Antonio Cafiero, addetto alle pulizie in una fabbrica di scarpe, e il topo Crick. Entrambi sono cavie di un esperimento destinato a triplicarne l’intelligenza. Per Antonio, affetto da un deficit cognitivo, quell’intervento rappresenta la promessa di una vita nuova: essere finalmente accettato, riconosciuto, uguale agli altri. Ma il sogno dell’inclusione si trasforma presto in una domanda inquietante: cosa siamo disposti a sacrificare per essere all’altezza delle aspettative del mondo? A quasi quarant’anni dalla sua scrittura, Crick risuona con sorprendente attualità. La sua è una distopia che assomiglia sempre più al presente, un tempo in cui l’intelligenza sembra destinata a diventare artificiale e la performance misura il valore delle persone. In una società ossessionata dall’efficienza, dal risultato e dall’ottimizzazione, fragilità, fallimento e tenerezza rischiano di non avere più spazio. Con forza poetica e sguardo lucido, lo spettacolo interroga il rapporto tra progresso e umanità, mettendo in discussione l’idea stessa di successo e ricordandoci che ciò che ci rende umani non coincide necessariamente con ciò che ci rende più performanti.

9, 10 febbraio 2027

BREVIARIO DI SITUAZIONI IN CUI OCCORREREBBE AVERE QUALCHE FONDAMENTO DI TAO  

Dei Tristeza Ensemble Drammaturgia di Matteo Gatta Regia di Viola Marietti e Matteo Gatta Con Matteo Gatta, Joshua Isaiah Maduro, Viola Marietti, Elisa Wong Assistente alla regia Giuseppe Aceto Scenografia di Federico Biancalani Disegno tecnico di Mattia Sartoni Dramaturg Gabriele Gerets Albanese Supervisione artistica di Paolo Antonio Simioni Una produzione servomutoTeatro Progetto vincitore di Toscana Terra Accogliente 24/25 Col sostegno di Capotrave/Kilowatt, Giallomare Minimal Teatro, Teatrino dei Fondi e Centro Teatrale Mamimò Un ringraziamento al Teatro LabArca, Giulio Cai e Alessandro Xin Zheng

Uno spettacolo comico, contemporaneo e multilingue che affronta il rapporto tra Oriente e Occidente, tra desiderio di affermazione personale e ricerca di equilibrio. Tutto nasce dall’incontro accidentale con il Zhuang-zi, uno dei testi fondamentali del Canone Taoista, in cui i Tristeza Ensemble inciampano quasi per caso. Da quel momento, Viola e Matteo, convinti di non aver mai ricevuto il riconoscimento che meritano nel mondo del teatro, vedono in un misterioso manoscritto taoista l’occasione definitiva per dimostrare il proprio genio. Determinati a mettere in scena quello che immaginano come il loro capolavoro, reclutano due giovani italo-asiatici e iniziano le prove nel retro di un ristorante cinese. Ma mentre cercano di appropriarsi di una sapienza millenaria, finiscono inevitabilmente per scontrarsi con i propri limiti, le proprie ambizioni e con una domanda che attraversa tutto lo spettacolo: quanto dei nostri sogni nasce davvero dal desiderio autentico e quanto, invece, da un ego incapace di accettare la propria irrilevanza? Tra comicità, paradossi e cortocircuiti culturali, Breviario mette in scena un incontro ironico e disarmante tra il pensiero occidentale della performance e il Taoismo, pratica anti-antropocentrica che invita al non-agire, al non-giudizio, all’abbandono del controllo. Come nel celebre sogno della farfalla narrato da Zhuang-zi, la realtà si fa instabile: non sappiamo più chi sogna chi, né dove finisca il desiderio di successo e inizi la possibilità di perdersi nel flusso delle cose.

18 febbraio 2027

BEATLES!

John Stanson band di Luciano Gentile con Marcello Colò, Lorenzo De Finti, Mitia Maccaferri, Walter Muto, Stefano Pecorelli produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

I Beatles non sono solo una band: sono un vero e proprio fenomeno che ha cambiato la storia della musica e della cultura mondiale. Negli anni ’60 hanno rivoluzionato il modo di fare musica, creando canzoni che ancora oggi parlano ai giovani di ogni generazione. Le loro melodie, i testi e il loro spirito di pace, uguaglianza e solidarietà continuano a ispirare e unire milioni di persone nel mondo. Questo concerto mostra perché i Beatles sono ancora così amati, e come la loro musica riesca a superare il tempo, diventando un ponte tra passato e futuro. Un viaggio nel cuore del rock che ha fatto la storia, da ascoltare, cantare e vivere insieme. 

25, 26 febbraio 2027

 IL PIACERE - I

di Gabriele D’Annunzio riletto da Andrea Adriatico e Nicolò Collivignarelli, Arianna Panieri, Flaminia Ricci e Patrizia Bernardi, Federico Costantini, Nicola Pensabene Perez, Agostino Rocca, Andrea Russo e Luca Sebastiano Scelfo attendente e Andrea Barberini, Giovanni Santecchia per le scene e i costumi e Enea Bucchi per trucco e parrucco e Anas Arqawi, Federica My, Giulia Serinelli per la cura prodotto da Saverio Peschechera produzione Teatri di Vita con il contributo di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura con il patrocinio della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani e del Centro Nazionale Studi Dannunziani

Il Piacere I mette in scena il primo capitolo del romanzo e segue Andrea Sperelli nel suo salotto romano, sospeso tra memoria e desiderio, mentre attende il ritorno di Elena Muti e rivive la traccia del loro amore. In questo spazio intimo e mentale prende forma la sua ossessione estetica e sentimentale, tra oggetti e ricordi. La lingua dannunziana viene riletta in chiave contemporanea attraverso una sensibilità scenica che intreccia teatro, immagini e linguaggi del presente

27, 28 febbraio 2027

 IL PIACERE - II 

con Nicolò Collivignarelli scene e costumi Andrea Barberini, Giovanni Santecchia trucco e parrucco Enea Bucchi cura Anas Arqawi, Federica My, Giulia Serinelli prodotto da Saverio Peschechera produzione Teatri di Vita con il contributo di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura con il patrocinio della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani e del Centro Nazionale Studi Dannunziani

Seconda tappa del romanzo, lo spettacolo riprende la vicenda di Andrea Sperelli dopo l’incontro con Elena Muti e lo ritrova in una villa sul mare, ancora immerso nella ricerca del piacere e nel tentativo di colmare la perdita amorosa. L’arrivo di Maria, moglie di un diplomatico, apre un nuovo spazio di desiderio e contraddizione, in cui il protagonista continua a inseguire una dimensione estetica ed emotiva sempre più instabile.

5 marzo 2027 Nuova Produzione 

UNA NOTTE IN ITALIA Viaggio nella canzone d’autore 

P&M Duo Carlo Pastori e Walter Muto Fisarmonica e voce: Carlo Pastori Chitarra e voce: Walter Muto Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

Un viaggio nella grande canzone d’autore italiana che attraversa i repertori di Battisti, Dalla, Gaber, De Gregori, Fossati, Capossela, Bersani, Chieffo e molti altri — con incursioni anche nei brani originali di Pastori & Muto — proposti in una dimensione rigorosamente acustica, essenziale e coinvolgente. In scena, una “coppia di fatto” dello spettacolo: Walter Muto e Carlo Pastori, da anni complici in un percorso che intreccia musica e teatro. Muto, chitarrista e compositore, costruisce trame sonore raffinate e dinamiche; Pastori, attore e musicista, affianca alle canzoni monologhi ironici e momenti di narrazione, portando un tocco di cabaret che dialoga con il repertorio musicale.

10>14 marzo 2027 Repertorio 

CASA DI BAMBOLA 

Da Henrik Ibsen regia Ivonne Capece traduzione Adattamento drammaturgico Mattia Favaro con Stefano Braschi, Pasquale Montemurro, Maria Laura Palmeri Scene e Costumi Micol Vighi Sound designer Simone Arganini Direzione Tecnica e disegno luci Rossano Siragusano Assistente alla regia Sofia Sironi realizzazione costumi Giorgia Piatta dell’Abbondio Responsabile di produzione Nadia Fiorio produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro

L’opera più scandalosa di Ibsen si traduce in scena con una regia affilata come un rasoio che capovolge la prospettiva: non solo l’epopea dell’emancipazione femminile, ma un viaggio nell’inquietudine maschile post-abbandono. Nora se n’è andata. La porta si è chiusa da tempo. Ma Torvald è ancora lì, a rimettere insieme i cocci della propria virilità smarrita. Nell’immaginaria prima lunga notte da solo, Torvald ripercorre tra ricordi e incubi i passi che lo hanno portato fino a lì. Cosa resta di un uomo quando il suo ruolo sociale, affettivo e identitario va in frantumi? In un Casa di bambola rovesciato da una regia tagliente e dallo stile aspro e spregiudicato del giovane drammaturgo Mattia Favaro, Ivonne Capece capovolge lo sguardo sull’opera, trasformandola in un sequel contemporaneo: un’esposizione chirurgica delle fragilità dell’uomo, sospese tra patriarcato in decomposizione e desiderio (forse tardivo) di rinascita. Una sonorità performativa che avvolge il pubblico in una spirale, tra tango e minacciosi voli d’uccelli alla Hitchcock, e lo trascina in un mondo interiore saturo di rimpianto, frustrazione e domande irrisolte, nel quale il femminile libero appare come una Gorgone mostruosa.

19, 20 Marzo 2027

FINESTRE SULL’IMMAGINARIO 2027 XI edizione 

Undicesima Edizione del progetto dedicato al teatro d’immagine e alla performance tecnologica a cura di Manuel Renga e Ariella Vidach con il tutoraggio tecnico di Fabio Brusadin che coinvolge il 3° Corso Regia e 3° Corso Danza Contemporanea della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.

Cinque performance tra teatro, danza, multimedia e creazione site-specific trasformano il Teatro Fontana in un territorio da attraversare. Sale, corridoi, spazi inattesi diventano luoghi di visione e incontro, dando forma a un percorso che invita il pubblico a esplorare il teatro oltre i suoi confini abituali. Nato dalla collaborazione con la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano e giunto alla sua undicesima edizione, Finestre sull’Immaginario è un osservatorio privilegiato sulle nuove sensibilità della scena contemporanea. Un progetto che mette al centro lo sguardo dei giovani registi e delle giovani registe allievi della scuola, chiamati a confrontarsi con la performance come spazio aperto di ricerca, rischio e invenzione. Ogni creazione nasce dall'incontro tra linguaggi differenti: regia, danza, arti performative e tecnologie dialogano per costruire dispositivi scenici in cui il rapporto con lo spazio, il corpo e lo spettatore viene continuamente ridefinito. Le tecnologie non sono semplici strumenti, ma elementi drammaturgici che contribuiscono a generare nuove forme di racconto e di presenza. Finestre sull’Immaginario è un laboratorio di visioni in movimento, un luogo in cui l'autorialità emerge attraverso la sperimentazione e il confronto, trasformando il teatro in un campo di possibilità ancora aperte. 

25, 26 marzo 2027 Fontana Studio 

ISABEL Tratto da una storia vera 

Con Caroline Loiseau Musica dal vivo Marco Memetaj Produzione Twain Centro Produzione Danza / Anonima Teatri In residenza presso Teatro Il Rivellino, Spazio Fani, Supercinema – Tuscania, Teatro “La Bottega” – Carloforte, Teatro Libero - Palermo Con il sostegno di Tersicorea / progetto RIZOMI – Residenza “Artisti nei Territori” Carloforte/Isola di San Pietro/Teatro “La Bottega”, Teatro Libero Palermo - Centro di Produzione Teatrale Con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Lazio, Fondazione Carivit, Comune di Tuscania Vincitore Premio Presente Futuro 2024 – Teatro Libero Palermo Vincitore Premio Zero in condotta – Cobas

Isabel – tratto da una storia vera attraversa quasi sessant’anni di storia argentina intrecciando memoria privata e vicende collettive, fino a farle coincidere. Tutto comincia nel dicembre 2022. Buenos Aires è in festa per la vittoria dei Mondiali e un giornalista arriva in città per raccontare l’entusiasmo che travolge le strade. Ma dietro l’euforia di quei giorni affiora un’altra storia. È quella di Isabel, una donna il cui destino si intreccia profondamente con quello dell’Argentina. Attraverso il racconto della sua vita e della sua famiglia, emergono le ferite e le trasformazioni di un Paese attraversato da dittature, assenze, lotte e rinascite. Isabel diventa così molto più di un personaggio: è figlia, sorella, madre, testimone e custode di una memoria che continua a interrogare il presente. Nella sua esperienza si riflettono le vite di molte donne che hanno attraversato la storia senza mai smettere di cercare uno spazio possibile per sé e per gli altri. Tra teatro, danza e narrazione, lo spettacolo costruisce il ritratto di una donna capace di resistere alle tempeste della storia senza perdere la propria umanità. Una vicenda intima che si apre a una dimensione universale, raccontando il coraggio di chi continua a immaginare il futuro anche quando tutto sembra negarlo. Lo spettacolo si ispira alla storia vera di Victoria Donda, prima figlia di desaparecidos eletta alla Camera dei deputati argentina, una figura che incarna il legame profondo tra memoria, identità e giustizia.

31 marzo>4 aprile 2027 Nuova produzione 

I SETTE A TEBE

Da Eschilo Traduzione di Riccardo Favaro Regia di Giovanni Ortoleva Drammaturgia di Riccardo Favaro e Giovanni Ortoleva Musiche di Pietro Guarracino Con Marco Divsic, Edoardo Sorgente e cast in via di definizione Produzione Fondazione Luzzati - Teatro della Tosse, CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Casa del Contemporaneo Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro

Cosa accade a una comunità quando la guerra non è ancora iniziata, ma è ormai impossibile da evitare? Come cambia lo sguardo, il linguaggio, il rapporto con gli altri quando la minaccia si avvicina e diventa presenza costante? Ne I sette contro Tebe, Eschilo affronta un tema sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea: non tanto la guerra, quanto ciò che la sua imminenza produce nella mente degli esseri umani. Asserragliati dentro le mura della città, Eteocle e il suo popolo attendono l'arrivo dell'esercito guidato da Polinice. Il destino dei due fratelli, figli di Edipo, è già segnato: lo scontro li condurrà alla morte. Ma prima della battaglia c'è l'attesa, e nell'attesa si consuma una tragedia altrettanto profonda. La nuova coproduzione Elsinor firmata da Giovanni Ortoleva, tra le voci più interessanti della nuova scena italiana, legge il capolavoro di Eschilo come un'indagine sulla paura collettiva e sui meccanismi psicologici che l'assedio innesca. Lo spettacolo si addentra in quel territorio fragile dove il pericolo, ancora invisibile, comincia a deformare la realtà: il timore si fa ossessione, la tensione diventa nevrosi, la minaccia altera il modo di percepire il mondo e di stare insieme. La tragedia antica si trasforma così in un potente riflesso del presente, restituendo sulla scena il senso di precarietà, allarme e inquietudine che attraversa il nostro tempo.

7 aprile 2027 Fontana Studio 

ORGIA DI GUERRA 

Da un’idea di Marco Palazzoni Regia di Elena Delithanassis e Marco Palazzoni Con Marco Palazzoni, Roberto Amadeo Sound design Roberto Amadeo Light design Tommaso Zanella Produzione Teatro degli Sterpi Co-produzione Hangar Teatri

Uno spettacolo-performance che attraversa la parola poetica e feroce di Gregory Corso, Bernard-Marie Koltès e di altri autori contemporanei, per interrogare la guerra nella sua brutalità e nella sua atroce spettacolarizzazione. In scena, un attore e un musicista costruiscono un paesaggio fisico e interiore fatto di frammenti, immagini e visioni che si susseguono come un flusso continuo. Il palcoscenico diventa un campo di battaglia attraversato da retorica, potere, follia e violenza, dove il corpo dell’interprete si trasforma di volta in volta in dittatore, soldato, vittima e uomo comune, immerso in un conflitto che è insieme storico, politico e personale. Lo spettacolo non celebra la guerra, ma ne espone il linguaggio e i meccanismi, smascherandone l’eccesso e la seduzione. Il percorso culmina in un testo originale scritto da Marco Palazzoni ed Elena Delithanassis, ispirato alla poesia di Gonzalo Millán: una visione in cui la storia sembra riavvolgersi, i proiettili rientrano nelle pistole e la distruzione lascia lentamente spazio alla possibilità di ricostruire relazioni, fiducia e speranza. 

8>11 aprile 2027

L’ESTINZIONE DELLA RAZZA UMANA

Con Giusto Cucchiarini, Eleonora Giovanardi, Luca Mammoli, Silvia Valsesia, Riccardo Vicardi Con la partecipazione vocale di Elio De Capitani Scene Francesco Fassone Luci Luca Serafini Costumi Costanza Maramotti Maschera Alessandra Faienza Consulenza sonora GUP Alcaro Musiche Riccardo Tesorini Progetto grafico Lucia Catellani Aiuto regia Giorgio Franchi Foto Luigi De Palma Produzione Associazione Teatrale Autori Vivi, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale in collaborazione con La Corte Ospitale – Centro di Residenza Emilia-Romagna testo selezionato da Eurodram 2022 presentato in anteprima radiofonica su Rai Radio 3 all’interno di “PRESENTE/FUTURO Nuove scritture per la scena italiana” pubblicato sulla rivista Hystrio, luglio 2022

In un mondo incastrato dentro ritmi sempre più frenetici e disumani, l’arrivo di un virus che trasforma le persone in tacchini blocca e deforma ogni cosa. Le certezze vacillano, il tempo si dilata, la normalità si incrina. Così due coppie e un giovane uomo, persone comuni e portatrici di visioni opposte dell’esistenza, si ritrovano nell’androne di un palazzo assediati da domande, paure e frustrazioni. Con il suo inconfondibile intreccio di realismo, grottesco e paradosso, Emanuele Aldrovandi — tra i più premiati autori della sua generazione, vincitore tra gli altri del Premio Riccione Tondelli e del Premio Hystrio — costruisce una commedia amara che usa l’assurdo per interrogare il presente. Lo spettacolo segue cinque esseri umani scavando nelle loro contraddizioni e nei loro desideri più profondi. Quando il mondo sembra crollare, cosa resta? A cosa ci si aggrappa quando vengono meno le abitudini, le ambizioni e perfino l’idea di futuro? Tra ironia feroce e vertigine esistenziale, Aldrovandi mette in scena personaggi che cercano disperatamente un senso nel caos, trasformando una situazione surreale in uno specchio lucidissimo delle nostre inquietudini contemporanee.

15>18 aprile 2027

NEANCHE PARENTI

Testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò Con la Compagnia Bellini Teatro Factory: Greta Bertani, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta, Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra Assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate Progetto sonoro Antonio Della Ragione Disegno luci Giuseppe Di Lorenzo Scene Accademia di Belle Arti di Napoli, Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno Con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella Costumi Enzo Pirozzi Produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini Foto di Flavia Tartaglia

«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Da questa celebre frase di Tolstoj prende forma un progetto originale ideato da Gabriele Russo e Arianna D’Angiò insieme agli attori e alle attrici appena diplomati della Bellini Teatro Factory. Non una storia unica, ma una costellazione di storie. Non una famiglia, ma molte. Famiglie che si cercano e si perdono, che si amano e si feriscono, attraversate da silenzi, assenze, aspettative e desideri mai del tutto condivisi. Madri e figlie, coppie che si allontanano, ricordi che riaffiorano, parole che arrivano troppo tardi: frammenti di vite che si intrecciano componendo una geografia emotiva tanto personale quanto universale. Nato da un processo di scrittura collettiva, lo spettacolo affonda nelle contraddizioni dei legami familiari senza cercare colpevoli né assoluzioni. Quello che emerge è un paesaggio umano attraversato da affetti profondi e ferite invisibili, dove ogni relazione custodisce una propria verità e ogni memoria continua a essere riscritta. Tra ironia e smarrimento, tenerezza e conflitto, la scena diventa il luogo in cui osservare da vicino ciò che ci unisce e ciò che ci separa. Perché, in fondo, la famiglia resta il primo luogo in cui impariamo ad amare, a perdere e a raccontarci chi siamo.

20, 21 aprile 2027

KR70M16 NAUFRAGO SENZA NOME   

Scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina e con Cecilia Foti e Dario De Luca Musiche originali Gianfranco De Franco Disegno luci e illustrazione Dario De Luca Luci e audio Daniele Nocera Costumi Cecilia Foti Responsabile allestimento Giovanni Spina Assistente alla regia Rosy Parrotta Organizzazione Egilda Orrico Amministrazione Tiziana Covello Produzione Scena Verticale 

Scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina, che continua il suo percorso di indagine sulle ferite irrisolte della Storia e sulle marginalità del presente, KR70M16 Naufrago senza nome attraversa il tema delle migrazioni e della memoria collettiva come una frattura ancora aperta. In una dimensione sospesa, visionaria e spiazzante, lo spettacolo immagina l’incontro in un cimitero tra due assenze: una vittima della migrazione clandestina e una vittima della Shoah. Due tragedie lontane nel tempo, ma accomunate dallo stesso destino di cancellazione, perdita di identità e sottrazione alla memoria. Già nel titolo si condensa il dispositivo del lavoro: “KR” indica la provincia di ritrovamento, “70” il numero del corpo, “M” il genere, “16” l’età. Una sigla che sostituisce il nome e racconta, da sola, il processo di spersonalizzazione dei corpi e la difficoltà — sempre più politica — di restituire una storia agli sconfitti della Storia. Dietro ogni naufragio resta infatti un’identità sospesa, un lutto senza volto, una vita che rischia di non diventare mai racconto condiviso. Attraversando echi classici e contemporanei, dalla supplica di Priamo nell’Iliade alle tragedie del Mediterraneo di oggi, lo spettacolo mette in tensione memoria e oblio, perdita e dignità, con una scrittura che alterna ferocia lucida e sotterranea ironia teatrale.

23 aprile 2027 Speciale Festa della Liberazione 

GOTT MIT UNS   

Spettacolo dedicato all’universo pittorico antifascista di Renato Guttuso Ideazione e regia Riccardo Lanzarone Dramaturg Alessandro Gallo Con Davide Benaglia, Letizia Buchini, Davide Riboldi, Alessio Sallustio, Susanna Zoccali Cura dei movimenti Antonella Albanese Scene Paolo Romanini Costumi Saoriana Boccucci Sound Designer Fabio Gesmundo Luci Emiliano Curà Produzione Solares Fondazione delle Arti - Teatro delle Briciole Col sostegno della Civica Accademia D’Arte Drammatica Nico Pepe

Una scritta sulle fibbie. Tre parole che bastano a condensare un’ideologia di potere e violenza: “Gott mit uns”. Da qui prende forma lo spettacolo ispirato all’opera-libro di Renato Guttuso realizzata tra il 1943 e il 1944, testimonianza diretta delle atrocità naziste durante l’occupazione in Italia. Lo spettacolo non segue una trama lineare né costruisce personaggi in senso tradizionale. È piuttosto una partitura visiva, un campo di immagini in cui le figure emergono e si dissolvono attraversando l’universo pittorico di Guttuso. La scena si compone come un mosaico instabile: frammenti autonomi che si richiamano, si sovrappongono, si contaminano, dando forma a una memoria che non può essere ordinata ma solo attraversata. In questo spazio, la pittura diventa azione scenica e la testimonianza si fa presente, urgente, condivisa. Gott mit uns rielabora così il materiale pittorico come gesto civile e politico, una dichiarazione contro ogni forma di dittatura e insieme un omaggio alla Resistenza e alla lotta partigiana per la liberazione del Paese.

27, 28 aprile 2027 Fontana Studio 

L’ARTE DI VIVERE Il giorno in cui i corvi smisero di farmi paura

Ideazione Francesca Merli e Laura Serena Con Laura Serena In video Alessandro Cucci, Massimo Lusuardi, Giacomo Conte, Gianluca Cottafava, Andrea Messori Regia Francesca Merli Drammaturgia Francesca Garolla Riprese video e direzione della fotografia Francesco Giacomel Regia video Merli-Serena Montaggio Francesco Marotta Musiche Giacomo Benvenuto Scene Andrea Colombo Luci Francesca Merli Animazione video Ameer Al Sudani Direzione tecnica Alessandro Barbieri Organizzazione Daniele Filosi Una co-produzione Teatro Stabile del Veneto –Teatro Nazionale | TSProduzioni ETS con il sostegno di Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale"| Centro di Residenza della Toscana (Armunia-CapoTrave/Kilowatt), Comune di Sansepolcro | IntercettAzioni-Centro di Residenza Artistica della Lombardia e in collaborazione con Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin 2022 – 2024.

La morte può essere pensata come parte della vita, o resta sempre ciò che la interrompe? In scena un’attrice e la sua storia, che si sviluppa come un attraversamento lucido e insieme spiazzante dell’esperienza del lutto. Un tentativo di condividere con il pubblico ciò che accade quando la perdita entra nella vita e la obbliga a ridefinirsi. Lo spettacolo si costruisce come un percorso surreale ma concreto, seguito passo dopo passo: dal momento del decesso fino all’“ultimo saluto”, attraversando le figure e le pratiche che si occupano della morte — chi la certifica, chi prepara il corpo, chi ne cura la sepoltura, chi ne accompagna simbolicamente il passaggio. Con un tono che oscilla tra sguardo scientifico e ironia disarmata, la protagonista — un’attrice senza personaggio — prova a dare forma e pensiero all’assenza, come se comprenderla potesse renderla più sopportabile. Ma più il racconto si organizza, più emerge una domanda che resiste a ogni spiegazione: è davvero possibile razionalizzare la perdita, o c’è sempre un punto in cui il pensiero si interrompe? E in quel vuoto, ciò che resta è una questione più semplice e più radicale: cosa permette, davvero, di continuare a vivere?

29 aprile 2027 Nuova produzione 

DALLA. COM’È PROFONDO LUCIO Canzoni e discorsi da osteria 

Uno spettacolo di John Stanson Band Con Walter Muto chitarra Carlo Pastori fisarmonica e pianoforte Carlo Lazzaroni violino Una produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale

Fra i talenti di Lucio Dalla c’era quello di trasformare il quotidiano in poesia, con melodie e parole semplici solo in apparenza, capaci di essere popolari e insieme profondissime. Un albero resta un albero, finché lo si guarda senza ascoltarlo. Nelle sue canzoni diventa domanda: Cosa sarà che fa crescere gli alberi e la felicità? e ancora che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento?. Un viaggio dentro la sua poetica, a dieci anni dalla scomparsa, attraversa canzoni e testimonianze di chi lo ha conosciuto da vicino, restituendo la voce di un autore che “parlava un’altra lingua, però sapeva amare”. Gli arrangiamenti di Walter Muto disegnano un suono quasi cameristico per chitarra, voce, fisarmonica e pianoforte di Carlo Pastori, e violino di Carlo Lazzaroni, intrecciando i brani in medley che si avvicinano al respiro vivo di un concerto da osteria: uno spazio semplice, essenziale, dove la musica si appoggia a un tavolo e tutto il resto diventa poesia.

8,9 maggio 2027

1984

Da George Orwell Drammaturgia e regia Corrado Accordino Con Luigi Aquilino, Daniele Crasti, Daniele Ornatelli, Silvia Rubino, Alessia Vicardi Movimenti coreografici Romina Contiero Aiuto regia Valentina Paiano Produzione Compagnia Teatro Binario 7

In un presente in cui la vita privata è costantemente esposta e monitorata — tra telecamere, dispositivi digitali e tracciamenti invisibili — Corrado Accordino firma uno spettacolo ispirato all’universo distopico di 1984, mettendo in scena una società in cui nessuno è davvero solo e in cui ogni individuo è inserito in un sistema di osservazione permanente. A ciò si aggiunge una condizione diffusa di instabilità e paura, alimentata da minacce continue e dalla pressione costante dei media sui desideri e sulle paure collettive. La scena diventa così il luogo in cui si manifesta l’annullamento della coscienza individuale: personaggi svuotati di interiorità, funzionali al mantenimento del sistema, abitano un mondo dominato dall’omologazione e dalla perdita di pensiero autonomo. Il “virus” contemporaneo è l’adeguamento al pensiero collettivo, la rinuncia alla voce personale in favore di una massa urlante e indistinta. All’interno di questo paesaggio distopico emerge, come possibilità residuale ma necessaria, il gesto della ribellione: il rifiuto di “fare la cosa giusta”, la resistenza del pensiero indipendente, anche quando scomodo o marginale. Lo spettacolo attraversa così immagini ipnotiche e pensieri fuori controllo, riflettendo su un presente in cui, come in Orwell, il passato sembra già proiettato nel futuro.

12>16 maggio 2027 Repertorio 

F*CK A MODERN MUSICAL LOVE

Con Andrea Lietti, Giovanni Longhin, Ilaria Longo, Nicola Lorusso, Roberto Marinelli, Paola Tintinelli, Marco Rizzo, Elena Scalet Libretto, testi, musiche, regia Gipo Gurrado Movimenti scenici, coreografie Maja Delak Scene e costumi Marina Conti 19bgassistenti ai costumi Giorgia Piatta, Simona Venkova Assistente alla scena Simona Venkova Suono Stefano Giungato (Indiehub Studio) Produzione Elsinor Centro di produzione teatrale Spettacolo realizzato con il sostegno di NEXT - Laboratorio delle Idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro

L’ultimo spettacolo di Gipo Gurrado, terzo capitolo della Modern Trilogy avviata con Supermarket e Family, porta in scena la fragilità profonda e contemporanea delle relazioni umane: quelle che desideriamo, quelle che costruiamo per difenderci, quelle che inevitabilmente ci sfuggono. Con le musiche prodotte negli studi Indiehub di Milano, le scene di Marina Conti e le coreografie di Maja Delak, il palcoscenico si trasforma in una metropolitana, non-luogo per eccellenza e specchio di una quotidianità sospesa. Tra porte che si aprono e si chiudono, si incrociano otto personaggi in cerca di sesso, di un posto nel mondo, di amore – anche se non ne ricordano più con precisione il significato. Tutto prende forma nei pochi minuti d’attesa su una banchina qualunque, abitata da un’umanità distratta e diffidente, chiusa nelle proprie solitudini ma immediatamente riconoscibile nei gesti, nei tic e negli automatismi del vivere quotidiano. Coralità e assoli si alternano in una drammaturgia musicale costruita su canzoni dalle strutture inusuali, mentre una colonna sonora minimale ma pulsante intreccia groove funk ed echi cantautorali che richiamano Ciampi e Testa. In scena, solo tre strumenti – basso, piano elettrico e batteria – e una trama di voci che dà ritmo e respiro emotivo al viaggio. Le coreografie di Maja Delak trasformano il movimento quotidiano in danza, facendo della corsa di un vagone un respiro collettivo, un flusso condiviso che unisce corpi e storie. F*ck è un musical d’autore ironico e profondamente contemporaneo, lontano dalla tradizione anglosassone alla Grease, che restituisce con lucidità e tenerezza l’imperfezione che ci accomuna: siamo tutti, inevitabilmente, un po’ fucked up.

19, 20 maggio 2027 Fontana Studio 

LEIBNIZ Uno spettacolo barocco

Ideazione Eleonora Paris e Irene Serini regia Irene Serini drammaturgia Eleonora Paris con Alessandro Balestrieri, Eleonora Paris, Irene Serini direzione tecnica Alessandro Balestrieri video e suono Andrea Centonza assistenza alla regia Francesca Repetti sguardo esterno Virginia Landi consulenza filosofica Raffaella Colombo Foto e video promozionali di Marcella Foccardi

Ideato da Eleonora Paris e Irene Serini, anche in scena con Alessandro Balestrieri, lo spettacolo indaga sulla parte irrazionale di noi. Quella che temiamo e che, spesso, rimuoviamo sotto strati di sovrastrutture, come se potesse essere cancellata. Ma perché continuare a evitarla? Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa al mondo e la principale causa di disabilità, con un impatto economico e sociale superiore alle patologie cardiovascolari. Un fenomeno in crescita che riflette le tensioni di uno stile di vita sempre più accelerato, performativo e sottoposto a stress costante. Leibniz nasce da questa consapevolezza. È uno spettacolo che indaga il rapporto tra l’essere umano e la realtà, riportando al centro quella dimensione irrazionale che abita in noi, anche quando viene esclusa “prima ancora di essere compresa”, come scriveva Jung. La figura del filosofo e matematico del Barocco, diventa specchio dell’uomo contemporaneo: sempre più efficiente sul piano razionale, ma sempre più distante dalla propria dimensione emotiva, ambigua, non controllabile. La domanda che attraversa il lavoro è radicale: cosa siamo disposti a sacrificare per essere produttivi? Con uno sguardo ironico e lucido, lo spettacolo attraversa il malessere diffuso della nostra società, interrogando le certezze su cui si fondano i nostri sistemi di vita. Riconoscere e riattivare la propria parte irrazionale non significa esserne sopraffatti, ma sottrarla a forme di controllo e manipolazione. È proprio su questa mancanza che agiscono i dispositivi del capitalismo contemporaneo e delle derive populiste.

21>23 maggio 2027

LA RAGIONE DEGLI ALTRI Dalla vita, da una novella e dal dramma omonimo di Luigi Pirandello 

Da Luigi Pirandello Dramaturg Linda Dalisi Regia Alfonso Postiglione Con Anna Bocchino, Viola Forestiero, Ettore Nigro e Monica Palomby Ass. alla regia Giovanni Sbarra Scene Sara Palmieri Costumi Giovanna Napolitano Realizzazione scene Paolo lammarone e Vincenzo Fiorillo Realizzazione video Alchemia Pictures Realizzazione foto in/di scena Francesco D'Ambrosio Grafica locandina Francesco Palladino Produzione Piccola Città Teatro Tradizione e Turismo Centro di produzione teatrale - Teatro Sannazaro Solares - Fondazione delle Arti Si ringrazia per la collaborazione La Corte Ospitale Si ringrazia per la collaborazione e le location video l'Amministrazione Comunale di San Giorgio a Cremano Con il sostegno di Progetto Confini Aperti Ats Creare Campania Progetto residenza del Teatro Eduardo De Filippo (Servizi Teatrali srl)

Tratto dall’omonimo dramma di Luigi Pirandello — ispirato a una vicenda di cronaca familiare che lo scrittore visse da vicino — lo spettacolo rilegge una trama di ossessioni e conflitti restituendone tutta la forza contemporanea. La drammaturgia di Linda Dalisi, Premio Ubu per La ferocia, e la regia di Alfonso Postiglione trasformano il testo pirandelliano in un dispositivo scenico stratificato, in cui il tema della maternità, della coppia e dell’identità femminile si confronta con questioni ancora urgenti nel presente. Al centro della vicenda c’è Leonardo Arciani, scrittore e giornalista intrappolato in un matrimonio spento con la ricca Livia. Una relazione con Elena, sua antica amante in difficoltà economiche, porta alla nascita di una bambina che diventa il punto di frattura e di attrazione di tutti i legami. Quando Livia propone di accogliere la figlia illegittima nella propria casa, si apre una zona ambigua e perturbante in cui il desiderio di maternità si traduce in una forma di maternità delegata, quasi una maternità surrogata ante litteram: un gesto che sposta il corpo della cura da una donna all’altra, mettendo in crisi i confini tra amore, possesso e sostituzione. Una dinamica che lo spettacolo osserva alla luce del presente, dove le forme di genitorialità e di gestazione per altri interrogano ancora oggi il rapporto tra desiderio, corpo e potere.

25, 26 maggio 2027 Fontana Studio 

NON UNA GRANDE STORIA   

Da un’idea di Vittorio Continelli e Stefano Tè Con Vittorio Continelli Testi Vittorio Continelli Regia di Stefano Tè Produzione Teatro dei Venti in collaborazione con Sidera con il contributo del Ministero della Cultura e della Regione Emilia-Romagna

Un assolo affidato a Vittorio Continelli e alla regia di Stefano Tè, fondatore del Teatro dei Venti, che da anni porta avanti una ricerca in cui teatro, spazio pubblico e pratiche sociali si contaminano senza soluzione di continuità. Al centro, una vita ordinaria che scorre senza scosse apparenti: lavoro, abitudini, piccoli desideri. Una sequenza di frammenti quotidiani solo in apparenza innocui, nei quali si insinua però il progressivo restringimento degli spazi di libertà individuale nel presente, insieme alle tensioni di un’esperienza migratoria che attraversa identità, radici e appartenenza. Un evento traumatico interrompe questo equilibrio e costringe il protagonista a ripercorrere la propria storia, rimettendo in discussione il modo in cui ha abitato il mondo fino a quel momento. In scena resta la sua voce: gli altri — la famiglia, la polizia, un medico — esistono solo attraverso ciò che lui ricorda e racconta, come presenze che affiorano e si dissolvono nello stesso istante. Lo spettacolo si concentra così su un individuo e sulla sua tenuta nel presente, sul suo tentativo di riconoscersi e appartenere ancora a un luogo, o forse di inventarne uno nuovo. Una storia intima che, nella sua essenzialità, apre una domanda più ampia su cosa significhi oggi restare o essere respinti dal mondo.

28, 29 maggio 2027

HAN!

Diretto da Thomas Richards Con e di Hyun Ju Baek Assistente alla regia Jessica Losilla-Hébrail Spettacolo in coreano con sovratitoli in italiano

Sotto una luce al neon che tradisce ogni idea di sacralità, una danza antica continua a ripetersi. Una vergine-fantasma osserva il mondo da uno schermo televisivo; una bambina sola in un appartamento interroga il silenzio; una donna adulta scava nei propri ricordi, tentando di dare forma a una parola che contiene tutto e non si lascia afferrare: Han. La protagonista attraversa un paesaggio interiore fatto di fratture e ritorni, oscillando tra i miti fondativi di Gojoseon, l’assenza della nonna, la memoria della madre e la propria vita presente. Tre generazioni di donne coreane legate da un filo invisibile e tenace: un “silenzio resiliente” che attraversa il tempo, si sedimenta nei corpi e si tramanda come eredità emotiva. In questo viaggio mentale e visionario, la storia privata diventa campo di forze più ampio: aspettative familiari, pressioni sociali, identità nazionale, destino. Tutto si deposita addosso alla protagonista come una materia pesante e invisibile, mentre la domanda fondamentale resta sospesa: come si sopravvive a ciò che ci è stato consegnato? Tra mito e modernità, lo spettacolo apre uno spazio ibrido e inquieto in cui il trauma si trasforma in visione. Il concetto coreano di Han — sofferenza stratificata, dolore trattenuto, resistenza silenziosa — diventa un fuoco mentale che illumina e consuma, guidando lo spettatore in una meditazione dinamica sul rapporto tra sacrificio, memoria e destino.

4>6 giugno 2027

LO ZOO DI VETRO

di Tennessee Williams Traduzione Gerardo Guerrieri Ideazione e regia Rajeev Badhan Con Giuseppina Turra, Elena Strada, Ruggero Franceschini, Diego Facciotti Animazioni Emanuele Kabu Assistente alla regia Harbans Badhan Consulenza drammaturgica Franco Lonati Costumi Alice Gazzi Scene Rajeev Badhan, Elena Strada Foto di scena Elisa Calabrese Produzione esecutiva Rajeev Badhan Assistenza tecnica Caterina Donaldel Produzione SlowMachine 2027 “LO ZOO DI VETRO” viene presentato per gentile concessione de la University of the South, Sewanee, Tennessee.”

Primo grande successo di Tennessee Williams prima della consacrazione con Un tram chiamato Desiderio, Lo zoo di vetro è un dramma di vertiginosa delicatezza, intriso di autobiografia e memoria ferita. Dentro un nucleo familiare fragile e sospeso, si apre un universo di solitudini che si sfiorano senza mai davvero incontrarsi: la madre Amanda, aggrappata a un passato che non esiste più; la sorella Laura, chiusa in una diversità che diventa mondo interiore; il padre assente, presenza che pesa come una mancanza; Tom, alter ego dell’autore e narratore di una memoria che non consola ma continua a bruciare; e Jim, l’ospite inatteso, il possibile, “quel qualcosa da lungo atteso ma sempre rinviato per il quale viviamo”. È un serraglio invisibile di vite intrappolate nel desiderio, nella frustrazione, nell’amore che non trova forma. Un “dramma del ricordo” in cui la realtà non è mai stabile, ma si ricompone come immagine emotiva, selettiva, fragile come il vetro stesso. In questa rilettura di Rajeev Badhan, la scena diventa uno spazio mentale attraversato dal video, che non illustra ma distorce e amplifica il ricordo. Le immagini si fanno materia instabile, cartoline di una felicità costruita, frammenti che interrogano la nostra percezione contemporanea del reale, sempre più mediata, standardizzata, filtrata. Il ricordo qui è atto creativo e violento: seleziona, elimina, reinventa. E proprio per questo diventa terreno di indagine sul presente, dove anche la memoria è una costruzione esposta allo sguardo dei media e alla loro capacità di trasformare l’esperienza in immagine.

8 giugno 2027

MILANO EURO BABY   

Regia e drammaturgia Giulia Sangiorgio e Nicolò Sordo Con Rossana Cannone, Alexandra Florina Lovin, Nicolò Sordo e la presenza sonora di Silvia La Notte Movimenti coreografici Manuela Victoria Colacicco Light design Tullia Luce Ruggeri Sound design Simone Vitiello Produzione Pergine Festival, con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”, in collaborazione con Residenza artistica IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia / ZONA K (Milano), La Panchina Sottosopra APS Foto e teaser Masiar Pasquali Cover Lorenzo Rossini Video integrale e trailer Giulia Lenzi

Scritto e diretto da Giulia Sangiorgio e Nicolò Sordo, Milano Euro Baby si muove sul confine tra realtà e finzione, attraversando immaginari e geografie lontane — dalla Milano dei primi anni Duemila alla Romania di Ceaușescu, fino alla Colombia e alla Tokyo contemporanea. In una continua oscillazione tra eroismo, decadenza e desiderio di riscatto, lo spettacolo mette al centro corpi e identità che cercano di sottrarsi agli automatismi sociali, inseguendo una possibilità di libertà e autodeterminazione. Il pugilato femminile diventa così una potente metafora del presente: un’arena fisica ed emotiva in cui affrontare il vuoto, il bisogno di essere ricordati e il tentativo ostinato di strappare alla vita “una goccia di splendore”. Percorso da un immaginario urbano, visionario e popolare insieme, tra violenza, magia e desiderio, Milano Euro Baby racconta personaggi vitali e disperati impegnati nel confronto più difficile: quello con se stessi. In un mondo che sembra chiedere continuamente compromessi e rinunce, lo spettacolo interroga la possibilità di scegliere la propria strada senza perdere qualcosa di essenziale.

9 giugno 2027

TECNICHE DI LAVORO DI GRUPPO Appunti per uno schiuma party

di e con Pietro Cerchiello regia Ariele Celeste Soresina una produzione Dimore Creative con il sostegno di C.U.R.A., Teatro Stabile La Contrada, Residenze in FVG, Periferie Artistiche, Settimocielo Vincitore Next 2025, Migliori quattro spettacoli al FringeMI 2025, Premio del Pubblico e Miglior Monologo Giovani Realtà del Teatro 2024, Miglior Drammaturgia Teatri Riflessi 2024,, Vincitore C.U.R.A. 2024, Semifinalista Scenario 2023

Una città alla deriva, dove le istituzioni sono evaporate: il sindaco è fuggito, il vicesindaco è irreperibile e l’assessore alla cultura esercita un potere assoluto trasformando la vita pubblica in un unico grande evento permanente, lo Schiuma Party. In questo scenario surreale, un giovane attore lavora in una scuola media. Vorrebbe insegnare teatro, ma non può: per i genitori è inutile. Per ottenere l’approvazione del suo progetto è costretto a reinventarsi, traducendo la sua materia in “Tecniche di Lavoro di Gruppo” e adattando il linguaggio artistico alle logiche dell’utilità e della didattica. Liberamente ispirato a una storia vera, lo spettacolo mette in relazione generazioni diverse e il loro modo di abitare il presente, interrogando ciò che resta del desiderio, della formazione e della possibilità stessa di immaginare un futuro condiviso. Tra grottesco e lucidità, emerge una domanda semplice e spiazzante: dove si colloca oggi chi prova ancora a fare teatro, e cosa significa, davvero , trovare un posto nella società?

10 giugno 2027

 MOR Storia per le mie madri

dal fumetto di Sara Garagnani (Add Editore, 2022) un progetto di Lucia Raffaella Mariani con Lucia Raffaella Mariani, Eleonora Limongi, Eva Meskhi suono a cura di Dario De Angelis tutor/primo spettatore Andrea Pizzalis | organizzazione Daniele Filosi una co-produzione TS Produzioni Ets | Teatri di Bari | Teatro Kismet con il sostegno di Centro Santa Chiara Trento | Fondazione Caritro in collaborazione con Add Editore

Mor. Storia per le mie madri è un racconto familiare che rinuncia a un unico punto di vista per restituire una costellazione di sguardi, in cui non esistono protagonisti né antagonisti, ma solo possibilità diverse di essere. A ispirare la narrazione è l’omonimo fumetto, che apre una riflessione sul linguaggio stesso della maternità: in svedese mor significa madre, e la lingua costruisce una genealogia in cui ogni generazione viene nominata e stratificata, fino a rendere visibile il legame ininterrotto tra le madri e le loro madri. Al centro della storia si intrecciano tre generazioni: Inger, madre narcisista; Annette, figlia fragile che diventa a sua volta madre segnata dall’alcolismo; e Sara, autrice e figlia, che raccoglie l’eredità familiare con il bisogno di ordinarla, comprenderla e forse riscattarla. È una linea femminile attraversata da traumi, silenzi e trasmissioni inconsapevoli, che si sedimentano come un’eredità emotiva difficile da decifrare. Lo spettacolo si interroga su come oggi le generazioni più giovani si confrontino con questo “deposito” del passato, in un tempo in cui la narrazione dei traumi ha cambiato forma e linguaggio: dai silenzi familiari alle piattaforme digitali, dai percorsi terapeutici online alla condivisione pubblica delle fragilità. Una trasformazione che da un lato costruisce consapevolezza e nuove forme di relazione, dall’altro rischia di esporre l’intimità a una deriva spettacolare. Mor si muove così tra memoria e presente, tra trasmissione e rottura, interrogando non tanto il peso del trauma in sé, quanto il modo in cui esso attraversa i corpi, i linguaggi e le generazioni.

17, 18 giugno 2027

ADOLF PRIMA DI HITLER

Di Antonio Mocciola Regia Diego Sommaripa Con Vincenzo Coppola, Francesco Barra e Valeria Bertani Foto Umberto Averardi spettacolo vincitore del Premio Mario Mieli per il Teatro 2023.

Liberamente tratto dalla biografia Il giovane Hitler che conobbi, che Gustav Kubizek scrisse a partire dai quattro anni trascorsi accanto ad Adolf Hitler nella Vienna di inizio Novecento, Adolf prima di Hitler di Antonio Mocciola porta in scena uno squarcio intimo e perturbante sulla giovinezza del futuro dittatore. In un piccolo monolocale due ragazzi poco più che ventenni cercano di comprendere il mondo e se stessi. Da una parte Gustav Kubizek, figlio di un tappezziere e futuro direttore d’orchestra; dall’altra Adolf Hitler, ancora lontano dalla figura che segnerà tragicamente il Novecento. Tra i due prende forma un legame profondo, ambiguo e indicibile per l’epoca, fatto di dipendenza emotiva, desiderio e tensioni sotterranee. Lo spettacolo sceglie di guardare Hitler prima della Storia, sospendendo per un momento il peso dell’immaginario collettivo per interrogare il punto in cui tutto avrebbe potuto prendere un’altra direzione. In quella stanza umida e claustrofobica, tra parole non dette, fragilità adolescenziali e rapporti segreti, si consuma infatti un passaggio decisivo, come un cerchio che lentamente si stringe attorno ai personaggi e al loro destino. La regia lavora su pochi elementi scenici, lasciando emergere la forza del rapporto tra Adolf e Gustav e trasformando la parola in uno strumento di tensione continua, quasi da thriller psicologico, amplificato dalla presenza ambigua della padrona di casa. Ne nasce una messinscena sospesa tra intimità e presagio, che attraversa il confine sottile tra dimensione privata e tragedia collettiva, interrogandosi su quanto la storia possa dipendere anche da ciò che non accade, da uno sguardo mancato, da un gesto mai compiuto.

22, 23 giugno 2027

PALE BLUE DOT 

di e con Sathya Nardelli e Nicholas Turba video design Nicholas Turba costume design Mariana Oddis sound design Nasa Bianconi consulenze drammaturgiche Elena Patacchini e Diego Piemontese consulenza al movimento Noemi Bresciani in collaborazione con Laboratori Permanenti/Residenza Artistica Sansepolcro con il sostegno di IntercettAzioni - Centro di Residenza Artistica della Lombardia, ZONA K, Collettivo Effe, Diesis Teatrango, Campsirago Residenza Finalista Premio Dante Cappelletti 2024 Vincitore Bando Portraits on Stage 2025 

Pale Blue Dot è una fiaba nera e un racconto di formazione che segue l’apparizione di un essere alieno sulla Terra e il suo progressivo viaggio di scoperta di sé, dell’altro e del mondo che lo circonda. Un percorso di conoscenza che si costruisce come esperienza percettiva e identitaria, in cui lo sguardo sull’umano diventa progressivamente più complesso, fragile e perturbante. Lo spettacolo mescola linguaggi differenti — dal fumetto al teatro fisico, dal motion design all’animazione, dal disegno alla scultura dal vivo — dando vita a un ambiente visivo che richiama l’immaginario del cinema d’animazione e cerca di tradurre il digitale in materia scenica, in costante dialogo con il corpo reale dell’attrice. Il titolo richiama la celebre immagine del pianeta Terra ripresa da Voyager 1 da una distanza di circa sei miliardi di chilometri: un minuscolo punto azzurro sospeso nel buio cosmico, definito da Carl Sagan come “un granello di polvere sospeso in un raggio di sole. L’unica casa che abbiamo mai avuto”. In questa prospettiva, il viaggio dell’essere alieno diventa anche uno sguardo rovesciato sull’umano, sulla sua fragilità e sul suo bisogno di senso, in un racconto che unisce meraviglia e disorientamento.

24>27 giugno 2027

COSÌ È (SE VI PARE) Reading performativo

Di Luigi Pirandello Adattamento drammaturgico e regia Ivonne Capece Cast in via di definizione Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale Reading in allestimento Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro

Una moglie, un genero e una suocera. Una storia impossibile da verificare. E intorno, un paese intero che pretende di sapere. Che osserva, commenta, interpreta, spia. Una comunità che trasforma il dubbio in spettacolo, la vita degli altri in un'ossessione collettiva. Uno studio che prende Così è (se vi pare) e lo porta dove il bisogno di conoscere la verità si confonde con il desiderio di giudicare. Pirandello aveva intuito il meccanismo feroce di una comunità che si alimenta di voci, sospetti e ricostruzioni arbitrarie. Un piccolo paese che assomiglia terribilmente al nostro mondo iperconnesso, ai social network, ai talk show permanenti delle nostre vite. Non importa capire, importa prendere posizione. Accanto agli attori, un'enorme comunità dà voce a questa massa inquieta e mutevole: una folla che interroga, accusa, fantastica, si contraddice, si eccita davanti alla vita degli altri. Lo studio si concentra su questo organismo collettivo: la comunità come macchina narrativa, tribunale senza prove, dispositivo che produce verità a partire dal vuoto. Perché il centro dell'opera non è il segreto dei protagonisti, ma il desiderio insaziabile di chi vuole svelarlo. Pirandello diventa così sorprendentemente contemporaneo: un autore che ci mette davanti alla nostra fame di certezze, alla nostra ossessione per le vite degli altri e alla violenza, spesso inconsapevole, con cui trasformiamo il dubbio in condanna. Se la verità non fosse accessibile, saremmo capaci di accettarlo? O continueremmo a inventarla pur di non sopportare il vuoto?


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