TEATRO CARCANO DI MILANO
STAGIONE TEATRALE 2026/2027
con Aldo Cazzullo e Angelo Branduardi testi scritti di Aldo Cazzullo
musiche di Angelo Branduardi
eseguite dal vivo in collaborazione con Fabio Valdemarin
luci/audio Stefano Dellepiane, Andrea Garibaldi, Mauro Pagiaro
produzione Corvino Produzioni, Lungomare srl
Nel 2026 l'Italia celebrerà il suo santo patrono, "il più italiano dei santi": San Francesco, morto 800 anni fa. Aldo Cazzullo e Angelo Branduardi raccontano la storia del santo, anzi le storie. Il San Francesco della devozione: il lupo, la predica agli uccelli, le stimmate. Il San Francesco della storia: la conversione, la spoliazione, il rapporto con il Papa, la nascita dell'ordine, la crociata, l'incontro con il sultano. Il San Francesco poeta: il Cantico delle Creature. I grandi francescani, dai terziari – Dante, Colombo – ai santi: Sant'Antonio, Padre Pio. Fino al primo Papa chiamato Francesco. Attraverso parole, musiche, immagini, torna la figura di un santo meraviglioso, e si ricostruisce un tassello prezioso dell'identità italiana.
Dall’8 all’11 ottobre 2026
QUESTIONI DI CUORE
con Lella Costa
da un'idea di Aldo Balzanelli
dall’omonimo libro di Natalia Aspesi
produzione Teatro Carcano
scritto da Gabriele Vacis e Lella Costa
con Lella Costa
regia Gabriele Vacis
scenofonia e luminismi Roberto Tarasco
prodotto da Teatro Carcano
“Nella Divina commedia i personaggi femminili non sono molti. Ma quelli che ci sono, sono determinanti. Basti dire che ad accompagnare Dante nel paradiso è una donna: Beatrice. Scelta coraggiosa, perché la donna, in questo modo, assume un ruolo sacerdotale, guida spirituale che precede un uomo nel cammino verso la salvezza. Uno scandalo per il medioevo del sommo poeta. Ma anche oggi, in fondo.” Il racconto scritto da Gabriele Vacis e Lella Costa sceglie alcune tra le donne di Dante e le fa parlare direttamente al pubblico, in modo confidenziale, da prospettive “insolite”. “Naturalmente c’è Beatrice, ideale dell’amore puro del poeta, ma anche di tanta gente da settecento anni in qua. E poi c’è Francesca che finalmente ci spiegherà perché Dante l’ha mandata all’inferno insieme al suo Paolo. Ci sarà Taide, la prostituta delle Malebolge, costretta ad annaspare nel letame per un motivo ben diverso da quella che è stata la sua “professione”. E Gemma Donati, la moglie del poeta, madre dei suoi figli, che spiegherà come si convive con l’ideale amoroso di tuo marito, se non sei tu. La narrazione delle protagoniste della vita artistica e privata del poeta si muove tra gioco e ironia, tenendosi sempre fedele al vero storico e alla larga dalla parodia.”
“Nella Divina commedia i personaggi femminili non sono molti. Ma quelli che ci sono, sono determinanti. Basti dire che ad accompagnare Dante nel paradiso è una donna: Beatrice. Scelta coraggiosa, perché la donna, in questo modo, assume un ruolo sacerdotale, guida spirituale che precede un uomo nel cammino verso la salvezza. Uno scandalo per il medioevo del sommo poeta. Ma anche oggi, in fondo.” Il racconto scritto da Gabriele Vacis e Lella Costa sceglie alcune tra le donne di Dante e le fa parlare direttamente al pubblico, in modo confidenziale, da prospettive “insolite”. “Naturalmente c’è Beatrice, ideale dell’amore puro del poeta, ma anche di tanta gente da settecento anni in qua. E poi c’è Francesca che finalmente ci spiegherà perché Dante l’ha mandata all’inferno insieme al suo Paolo. Ci sarà Taide, la prostituta delle Malebolge, costretta ad annaspare nel letame per un motivo ben diverso da quella che è stata la sua “professione”. E Gemma Donati, la moglie del poeta, madre dei suoi figli, che spiegherà come si convive con l’ideale amoroso di tuo marito, se non sei tu. La narrazione delle protagoniste della vita artistica e privata del poeta si muove tra gioco e ironia, tenendosi sempre fedele al vero storico e alla larga dalla parodia.”
Gabriele Vacis
di e con Lella Costa
tratto da Patrizia Cavalli, Datura (Einaudi, 2013)
con Cesare Chiacchiaretta (bandoneon) e Giampaolo Bandini (chitarra)
produzione Teatro Carcano
Certo, sarebbe un gran vantaggio poterla immaginare, tutta intera, dai tratti femminili, dato il nome… Questi sono i versi iniziali di La Patria (edizioni Nottetempo), una lunga poesia di Patrizia Cavalli, poetessa italiana tra le più significative. Poesia che prosegue così: Capita a volte/ che hai un mezzo pomeriggio in una delle tante/ belle città italiane di provincia./ Vai dove devi andare, non hai voglia/ di fare la turista, e anzi scegli/ stradine laterali, senza gente;/ camminando t’imbatti in uno slargo/ con una chiesa, di quelle un po’ neglette,/ spesso chiuse; sei già in ritardo, ma guardi/ la facciata che sonnecchia, e subito/ i tuoi passi si allentano, si disfano,/ si fanno trasognati finché non resti/ immobile a chiederti cos’è/ quel denso concentrato di esistenza/ sorpresa dentro un tempo che ti assorbe/ in una proporzione originaria./ Più che bellezza: è un’appartenenza elementare, semplice, già data./ Ah, non toccate niente, non sciupate!/ C’è la mia patria in quelle pietre addormentata. Lella Costa interpreta il poetico testo di Patrizia Cavalli che celebra la patria come sentimento di appartenenza e speranza, riscoprendo nei luoghi comuni e nelle piccole cose la bellezza e il senso profondo di casa. Patrizia Cavalli, intervistata su cosa significhi il termine Patria, rispose che non la sentiva come un’istituzione quanto come un sentimento di appartenenza: la si può riconoscere solo dove e quando la si incontra, magari anche in luoghi lontani dalla propria geografia. Inoltre, disse, “fare bene quello che si fa, fosse anche la cosa più umile, per me è la patria”.
Certo, sarebbe un gran vantaggio poterla immaginare, tutta intera, dai tratti femminili, dato il nome… Questi sono i versi iniziali di La Patria (edizioni Nottetempo), una lunga poesia di Patrizia Cavalli, poetessa italiana tra le più significative. Poesia che prosegue così: Capita a volte/ che hai un mezzo pomeriggio in una delle tante/ belle città italiane di provincia./ Vai dove devi andare, non hai voglia/ di fare la turista, e anzi scegli/ stradine laterali, senza gente;/ camminando t’imbatti in uno slargo/ con una chiesa, di quelle un po’ neglette,/ spesso chiuse; sei già in ritardo, ma guardi/ la facciata che sonnecchia, e subito/ i tuoi passi si allentano, si disfano,/ si fanno trasognati finché non resti/ immobile a chiederti cos’è/ quel denso concentrato di esistenza/ sorpresa dentro un tempo che ti assorbe/ in una proporzione originaria./ Più che bellezza: è un’appartenenza elementare, semplice, già data./ Ah, non toccate niente, non sciupate!/ C’è la mia patria in quelle pietre addormentata. Lella Costa interpreta il poetico testo di Patrizia Cavalli che celebra la patria come sentimento di appartenenza e speranza, riscoprendo nei luoghi comuni e nelle piccole cose la bellezza e il senso profondo di casa. Patrizia Cavalli, intervistata su cosa significhi il termine Patria, rispose che non la sentiva come un’istituzione quanto come un sentimento di appartenenza: la si può riconoscere solo dove e quando la si incontra, magari anche in luoghi lontani dalla propria geografia. Inoltre, disse, “fare bene quello che si fa, fosse anche la cosa più umile, per me è la patria”.
Tratto dal capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry
con Paolo Ruffini (Aviatore) e Nicholas Ori (Il Piccolo Principe)
regia Stefano Genovese
produzione Razmataz Live srl
Il Piccolo Principe ci ricorda ciò che gli adulti dimenticano: le cose davvero importanti. Una rivisitazione teatrale unica, che unisce racconto, musica, canto e circo per riportare la magia e l’emozione del classico di Saint-Exupéry direttamente al cuore degli spettatori. Il Piccolo Principe è una storia che tutti conoscono ma nessuno ricorda. Questa è la prova che il concetto che ribadisce l’autore corrisponde a verità: gli adulti non pensano mai alle cose veramente importanti. Quali sono le cose importanti? Sono quelle che gli adulti ci hanno insegnato da bambini e che abbiamo dimenticato diventando adulti. Spetta quindi al Piccolo Principe, eterno bambino, rinfrescarci la memoria. Proprio come sosteneva lo stesso Antoine de Saint-Exupéry, le immagini aiutano a non dimenticare, a rendere reale ciò che, se fosse solo raccontato, non sarebbe creduto. Un pensiero molto attuale, estremamente all’avanguardia in un’epoca in cui ancora la fotografia era agli albori, quasi a predire l’importanza che essa, un secolo dopo, avrebbe iniziato ad avere nelle vite di ciascuno di noi. Fedele allo stile dell’opera originale, Stefano Genovese ha deciso di non lasciare solo alle parole il ruolo centrale, ma di affidare il racconto all’immaginazione, traducendolo in un’esperienza evocativa che solo il teatro, per sua stessa natura, è in grado di restituire. Un’esperienza che combina il racconto, la musica, il canto, il circo e il teatro performativo per dar vita ad uno show senza precedenti. Ogni scena, ogni personaggio, ogni snodo della storia, ogni elemento attinge allo strumento più adatto per arrivare alla destinazione finale: il cuore di ogni spettatore. Una rivisitazione unica nel suo genere di un classico senza tempo, amato da adulti e bambini per generazioni. Lo spettacolo Il Piccolo Principe vanta un cast creativo di prim’ordine: Stefano Genovese (Regia), Carmelo Giammello (Scene), Paolo Silvestri (Direzione e arrangiamenti musicali) e Guido Fiorato (Costumi).
Il Piccolo Principe ci ricorda ciò che gli adulti dimenticano: le cose davvero importanti. Una rivisitazione teatrale unica, che unisce racconto, musica, canto e circo per riportare la magia e l’emozione del classico di Saint-Exupéry direttamente al cuore degli spettatori. Il Piccolo Principe è una storia che tutti conoscono ma nessuno ricorda. Questa è la prova che il concetto che ribadisce l’autore corrisponde a verità: gli adulti non pensano mai alle cose veramente importanti. Quali sono le cose importanti? Sono quelle che gli adulti ci hanno insegnato da bambini e che abbiamo dimenticato diventando adulti. Spetta quindi al Piccolo Principe, eterno bambino, rinfrescarci la memoria. Proprio come sosteneva lo stesso Antoine de Saint-Exupéry, le immagini aiutano a non dimenticare, a rendere reale ciò che, se fosse solo raccontato, non sarebbe creduto. Un pensiero molto attuale, estremamente all’avanguardia in un’epoca in cui ancora la fotografia era agli albori, quasi a predire l’importanza che essa, un secolo dopo, avrebbe iniziato ad avere nelle vite di ciascuno di noi. Fedele allo stile dell’opera originale, Stefano Genovese ha deciso di non lasciare solo alle parole il ruolo centrale, ma di affidare il racconto all’immaginazione, traducendolo in un’esperienza evocativa che solo il teatro, per sua stessa natura, è in grado di restituire. Un’esperienza che combina il racconto, la musica, il canto, il circo e il teatro performativo per dar vita ad uno show senza precedenti. Ogni scena, ogni personaggio, ogni snodo della storia, ogni elemento attinge allo strumento più adatto per arrivare alla destinazione finale: il cuore di ogni spettatore. Una rivisitazione unica nel suo genere di un classico senza tempo, amato da adulti e bambini per generazioni. Lo spettacolo Il Piccolo Principe vanta un cast creativo di prim’ordine: Stefano Genovese (Regia), Carmelo Giammello (Scene), Paolo Silvestri (Direzione e arrangiamenti musicali) e Guido Fiorato (Costumi).
di Stefano Benni
con Ambra Angiolini
composizioni sonore Dardust
light designer Marco Filibeck
scenografia Chiara Modolo
con le creazioni artistiche di Cracking Art
regia Ambra Angiolini
assistente alla regia Beatrice Cazzaro
consulenza Gio Reyes
costumi Gentucca Bini
hair stylist GSC Extension Academy - Silvana Copes
direttore di scena Nicola Pighetti
elettricista Federico Calzini
fonico Niccolò Bruni
sarta Evelin Cacace
foto Serena Serrani
produzione Teatro Carcano Milano
Durante lo spettacolo saranno presenti luci stroboscopiche ed effetti luminosi intermittenti.
La misteriosa scomparsa di W, il testo di Stefano Benni, torna in scena nella stagione 2026-27 con Ambra Angiolini che debutta alla regia proponendo un lavoro che definisce reale e fortemente contemporaneo per esigenze “umane”, in una forma teatrale che in questi anni l’ha fatta maturare nella qualità delle sue scelte artistiche.
Un “soliloquio di gruppo”, lo definisce Angiolini, tragicomico, buƯo e amaro, luminoso e cupo, nel gigantesco ossimoro che è la vita di tutti. Ambra scannerizza con il virtuosismo letterario di Benni, anche i resti del suo passato da ricomporre, per ritrovare quel che le manca, per riconquistare il suo pezzo V di W.
“W” tornerà ad essere una donna nuovamente intera, meravigliosamente non conforme, solida nelle crepe di fragilità, che avrà ricostruito davanti a tutti il suo corpo e la sua umanità, in un mondo apparentemente troppo cinico e senza più umane ambizioni.
Lo spettacolo La misteriosa scomparsa di W debutta il 14 giugno 2026 al Ravenna Festival, già sold out, per proseguire la tournée estiva e autunnale in tutta Italia.
Note di regia W una mattina si sveglia e non è più “a posto”, molte cose non tornano nel suo sentire. Tutte le promesse che le erano state fatte da piccola non sono state mantenute e i rapporti, per lo più disumani, hanno rotto tutto quello che era intero. Ai suoi piedi, in una piscina di macerie, pezzi di plastica, gli scarti di materiale velenoso di cui il mondo ormai si nutre. W apre gli occhi e si guarda intorno. Esce dal suo coniglio che ora è tanto grande da contenerla tutta, imprigionata più che protetta da un bisogno di infanzia perenne, per sentire meno il male che fa lo stare al mondo come ci stanno tutti gli altri.
Il corpo di W è postbellico fuori dal suo “coniglio”, esploso in mille pezzi: W li cercherà uno ad uno. Scoprirà che nessuno dei suoi pezzi ha la forma o la grandezza di prima e che quindi lo sforzo non sarà solo quello di cercarli, ma capire come rimetterli comunque e nonostante tutto al loro posto: “Sono solo una povera donna con tutti i suoi pezzi... tutti i suoi pezzi... a posto! Bastardi...”.
W incarna tutte quelle persone che non vogliono morire ma non sanno come si fa a vivere in questa vita. Uno spettacolo esperienziale: nessuno verrà soltanto per sedersi e guardare. Gli spettatori porteranno quel che provano, sentono, e Ambra-W cercherà, nella sua espressione artistica più anticonformista, di far vivere tutta questa umanità che fuori dal circuito teatrale non è facilmente applicabile alla vita. Per chi accetterà l’invito sarà, per un’ora e quindici, autorizzato a essere ancora l’invenzione migliore sul pianeta. Una serata biologica, dove l’artificiale non esiste, dove tornare ad essere “noi” è l’unico artificio.
Per permettere a tutto quello che vivrà sul palco di avere sempre qualcosa da dire, abbiamo chiesto alla Cracking Art di abitare lo spazio di W. Vogliamo ricreare un luogo dove le intenzioni nel fare arte convergono per sostenere e rafforzare i concetti che le parole, il corpo e la voce di Ambra proveranno a far arrivare giù dal palco. Cracking Art è un movimento fondato nel 1993 da Alex Angi, Renzo Nucara, Sweetlove, Marco Veronese e Kicco. “Cracking” come la chiamata alla reazione chimica che trasforma il petrolio grezzo in plastica: per gli artisti è questo il momento in cui il naturale permuta in artificiale. La plastica ha in sé le radici di una storia che dura da millenni, un brano culturale in cui la natura umana mostra una resa consapevole dell’inevitabilità del fatto che il nostro mondo stia diventando sempre più artificiale. Rigenerare la plastica significa sottrarla alla distruzione tossica e devastante per l’ambiente donandole nuova vita; farne opere d’arte significa comunicare attraverso un linguaggio estetico innovativo, esprimendo una particolare sensibilità nei confronti della natura.
E ancora... che suono ha un corpo quando viene “rotto”? E quando si “ricompone”? Da questa domanda è partita Ambra Angiolini alla ricerca di Dardust come compagno di suoni emotivi potentissimi e spesso non conformi. Dardust è il visionario che fonde la profondità della musica classica con la forza pulsante dell’elettronica contemporanea. Pianista, compositore e produttore tra i più innovativi della scena europea, ha ridefinito il concetto di musica strumentale portandola fuori dai confini tradizionali. Dietro il suo alias si cela Dario Faini, autore affermato per artisti del calibro di Mahmood ed Elisa, ma è con il progetto Dardust che la sua anima artistica esplode in tutta la sua originalità. Le ultime novità lo vedono protagonista di una nuova fase artistica: tra collaborazioni internazionali e un nuovo tour europeo, Dardust si conferma una presenza imprescindibile per chi cerca un concerto che non sia solo da ascoltare, ma da vivere sulla pelle.
In perfetta armonia con questo Collettivo di Emoteatranti, nuovi e meno nuovi, dove tutto sarà biologico. Spegnete i telefoni cellulari: l’applicazione migliore l’avete già dentro di voi.
Durante lo spettacolo saranno presenti luci stroboscopiche ed effetti luminosi intermittenti.
La misteriosa scomparsa di W, il testo di Stefano Benni, torna in scena nella stagione 2026-27 con Ambra Angiolini che debutta alla regia proponendo un lavoro che definisce reale e fortemente contemporaneo per esigenze “umane”, in una forma teatrale che in questi anni l’ha fatta maturare nella qualità delle sue scelte artistiche.
Un “soliloquio di gruppo”, lo definisce Angiolini, tragicomico, buƯo e amaro, luminoso e cupo, nel gigantesco ossimoro che è la vita di tutti. Ambra scannerizza con il virtuosismo letterario di Benni, anche i resti del suo passato da ricomporre, per ritrovare quel che le manca, per riconquistare il suo pezzo V di W.
“W” tornerà ad essere una donna nuovamente intera, meravigliosamente non conforme, solida nelle crepe di fragilità, che avrà ricostruito davanti a tutti il suo corpo e la sua umanità, in un mondo apparentemente troppo cinico e senza più umane ambizioni.
Lo spettacolo La misteriosa scomparsa di W debutta il 14 giugno 2026 al Ravenna Festival, già sold out, per proseguire la tournée estiva e autunnale in tutta Italia.
Note di regia W una mattina si sveglia e non è più “a posto”, molte cose non tornano nel suo sentire. Tutte le promesse che le erano state fatte da piccola non sono state mantenute e i rapporti, per lo più disumani, hanno rotto tutto quello che era intero. Ai suoi piedi, in una piscina di macerie, pezzi di plastica, gli scarti di materiale velenoso di cui il mondo ormai si nutre. W apre gli occhi e si guarda intorno. Esce dal suo coniglio che ora è tanto grande da contenerla tutta, imprigionata più che protetta da un bisogno di infanzia perenne, per sentire meno il male che fa lo stare al mondo come ci stanno tutti gli altri.
Il corpo di W è postbellico fuori dal suo “coniglio”, esploso in mille pezzi: W li cercherà uno ad uno. Scoprirà che nessuno dei suoi pezzi ha la forma o la grandezza di prima e che quindi lo sforzo non sarà solo quello di cercarli, ma capire come rimetterli comunque e nonostante tutto al loro posto: “Sono solo una povera donna con tutti i suoi pezzi... tutti i suoi pezzi... a posto! Bastardi...”.
W incarna tutte quelle persone che non vogliono morire ma non sanno come si fa a vivere in questa vita. Uno spettacolo esperienziale: nessuno verrà soltanto per sedersi e guardare. Gli spettatori porteranno quel che provano, sentono, e Ambra-W cercherà, nella sua espressione artistica più anticonformista, di far vivere tutta questa umanità che fuori dal circuito teatrale non è facilmente applicabile alla vita. Per chi accetterà l’invito sarà, per un’ora e quindici, autorizzato a essere ancora l’invenzione migliore sul pianeta. Una serata biologica, dove l’artificiale non esiste, dove tornare ad essere “noi” è l’unico artificio.
Per permettere a tutto quello che vivrà sul palco di avere sempre qualcosa da dire, abbiamo chiesto alla Cracking Art di abitare lo spazio di W. Vogliamo ricreare un luogo dove le intenzioni nel fare arte convergono per sostenere e rafforzare i concetti che le parole, il corpo e la voce di Ambra proveranno a far arrivare giù dal palco. Cracking Art è un movimento fondato nel 1993 da Alex Angi, Renzo Nucara, Sweetlove, Marco Veronese e Kicco. “Cracking” come la chiamata alla reazione chimica che trasforma il petrolio grezzo in plastica: per gli artisti è questo il momento in cui il naturale permuta in artificiale. La plastica ha in sé le radici di una storia che dura da millenni, un brano culturale in cui la natura umana mostra una resa consapevole dell’inevitabilità del fatto che il nostro mondo stia diventando sempre più artificiale. Rigenerare la plastica significa sottrarla alla distruzione tossica e devastante per l’ambiente donandole nuova vita; farne opere d’arte significa comunicare attraverso un linguaggio estetico innovativo, esprimendo una particolare sensibilità nei confronti della natura.
E ancora... che suono ha un corpo quando viene “rotto”? E quando si “ricompone”? Da questa domanda è partita Ambra Angiolini alla ricerca di Dardust come compagno di suoni emotivi potentissimi e spesso non conformi. Dardust è il visionario che fonde la profondità della musica classica con la forza pulsante dell’elettronica contemporanea. Pianista, compositore e produttore tra i più innovativi della scena europea, ha ridefinito il concetto di musica strumentale portandola fuori dai confini tradizionali. Dietro il suo alias si cela Dario Faini, autore affermato per artisti del calibro di Mahmood ed Elisa, ma è con il progetto Dardust che la sua anima artistica esplode in tutta la sua originalità. Le ultime novità lo vedono protagonista di una nuova fase artistica: tra collaborazioni internazionali e un nuovo tour europeo, Dardust si conferma una presenza imprescindibile per chi cerca un concerto che non sia solo da ascoltare, ma da vivere sulla pelle.
In perfetta armonia con questo Collettivo di Emoteatranti, nuovi e meno nuovi, dove tutto sarà biologico. Spegnete i telefoni cellulari: l’applicazione migliore l’avete già dentro di voi.
di Eve Ensler
traduzione Monica Capuani
con Lella Costa, Viola Marietti, Rita Pelusio, Beatrice Schiros
produzione Teatro Carcano
in collaborazione con Fondazione AEM e Teatro della Cometa
La prima pubblicazione de I monologhi della vagina risale al 1994, dopo che Eve Ensler intervistò più di 200 donne sulla loro idea di sesso, di relazione e di violenza contro le donne. Nel 1996 il libro venne rappresentato dall’autrice stessa a teatro, a New York. A distanza di 30 anni Lella Costa, che oltre a interpretarlo in Italia fu a Boston con Eve Ensler nel primo V Day, lo riporta a teatro nell’ambito di un breve tour a novembre che partirà dal Teatro della Cometa a Roma per poi proseguire al Teatro Era di Pontedera, al Teatro Duse di Bologna e chiudere al Teatro Carcano di Milano alla vigilia della Giornata Internazionale della violenza contro le donne. Con lei su ogni piazza altre quattro attrici. Ensler nel suo libro dà voce alle vagine di migliaia di donne. Emergono storie di violenze, abusi, mutilazioni, sesso (buono e cattivo), orgasmi (veri e simulati). La vagina diventa uno strumento di emancipazione e parla una lingua divertente e disinibita. Nel 2006 il New York Times definì I monologhi della vagina “forse la più importante opera di teatro politico del decennio”. Il coraggio dell’opera apriva e apre una breccia attraverso la repressione, la negazione, i segreti, la vergogna e l’odio contro sé stesse che la violenza sessuale e di genere provocano.
La prima pubblicazione de I monologhi della vagina risale al 1994, dopo che Eve Ensler intervistò più di 200 donne sulla loro idea di sesso, di relazione e di violenza contro le donne. Nel 1996 il libro venne rappresentato dall’autrice stessa a teatro, a New York. A distanza di 30 anni Lella Costa, che oltre a interpretarlo in Italia fu a Boston con Eve Ensler nel primo V Day, lo riporta a teatro nell’ambito di un breve tour a novembre che partirà dal Teatro della Cometa a Roma per poi proseguire al Teatro Era di Pontedera, al Teatro Duse di Bologna e chiudere al Teatro Carcano di Milano alla vigilia della Giornata Internazionale della violenza contro le donne. Con lei su ogni piazza altre quattro attrici. Ensler nel suo libro dà voce alle vagine di migliaia di donne. Emergono storie di violenze, abusi, mutilazioni, sesso (buono e cattivo), orgasmi (veri e simulati). La vagina diventa uno strumento di emancipazione e parla una lingua divertente e disinibita. Nel 2006 il New York Times definì I monologhi della vagina “forse la più importante opera di teatro politico del decennio”. Il coraggio dell’opera apriva e apre una breccia attraverso la repressione, la negazione, i segreti, la vergogna e l’odio contro sé stesse che la violenza sessuale e di genere provocano.
25 novembre 2026
Nella mente di un femminicida
Reading contro la violenza sulle donne
con Alessio Boni e Omar Pedrini
chitarra e musiche Omar Pedrini
testi Massimo Carlotto, Andrea Colamedici, Pino Corrias, Edoardo Erba, Maurizio De Giovanni,
Marcello Fois, Francesco Pacifico
regia Alessio Boni
produzione Teatro Carcano
Note di regia di Alessio Boni
Il femminicida non è un malato, è un figlio sano del patriarcato. È uno di noi, cresciuto come noi,
che pensa come noi. Che in maniera più o meno consapevole considera la donna un essere
inferiore. Da “proteggere” e ingabbiare, da sminuire, soggiogare, quando non da picchiare,
violentare, ammazzare. In Italia ne muore una ogni tre giorni, la stragrande maggioranza per mano
di chi dovrebbe amarle. Non si contano i casi di stupro, di botte tra le mura di casa, di aggressioni o
catcalling per strada, di plagio psicologico, di violenza economica, di mansplaining, di intimazioni
tipo “Stai zitta!”: un sommerso di male che rende metà della popolazione vittima, l’altra metà
carnefice.
Questo progetto è un viaggio. Un viaggio immaginario nella mente del carnefice, che uccide in
tanti modi, non solo con un’arma. Un viaggio ideato dal Teatro Carcano, scritto da sette autori,
volutamente uomini, e interpretato da me e Omar Pedrini: insieme denunciamo noi stessi come
rappresentanti di una categoria, in un momento di autocoscienza collettiva di cui, oggi più che mai,
sentiamo il bisogno.
Lo raccontiamo il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, ma vorremmo
ripeterlo ogni giorno, questo tentativo di affrancamento da un retaggio culturale patriarcale che ci
ha formati, con cui abbiamo convissuto fino a ora e che adesso vogliamo provare a smantellare.
Perché anche se ogni volta che leggiamo un titolo di cronaca istintivamente pensiamo “Io non
sono così, io non lo farei mai”, nel nostro profondo sappiamo che, nel corso di una vita, qualche
tipo di sopraffazione nei confronti delle donne, magari inconsapevolmente, l’abbiamo compiuta
anche noi.
dall’omonimo libro di Michela Murgia (Einaudi Editore)
di e con Antonella Questa, Valentina Melis e Letizia Bravi
regia Marta Dalla Via
disegno luci Daniele Passeri
scene Alessandro Ratti
fonica Marco Oligeri
produzione GLI SCARTI ETS
Durata: 75 minuti
Durata: 75 minuti
Scrive Murgia: «I tentativi di ammutolimento di una donna verificatisi sui media italiani negli ultimi anni sono numerosi... La pratica dello “Stai zitta” non è solo maleducata, ma soprattutto sessista perché unilaterale... Che cosa c'è dietro questa frase? Per quale motivo tutti coloro che la ascoltano pensano si tratti di una reazione normale nella dialettica con persone di sesso femminile?». Antonella Questa, Valentina Melis e Lisa Galantini hanno sempre avuto qualche difficoltà a stare zitte e lo dimostrano in questi anni i loro tanti spettacoli, video e libri, che affrontano, con ironia e intelligenza, tematiche sociali e anche femministe. Inevitabile quindi si incontrassero un giorno per dare vita a uno spettacolo comico e dissacrante su quanto la discriminazione di genere passi spesso proprio dal linguaggio. Le “frasi che non vogliamo più sentirci dire” contenute nel libro, offrono così l'occasione di raccontare la società contemporanea attraverso una carrellata di personaggi e di situazioni surreali. Dal mansplaining all'uso indiscriminato del nome proprio per le donne, passando per la celebrazione della figura “mamma e moglie di”, Questa, Melis e Cinque, guidate dalla esperta regia di Marta Dalla Via, coinvolgono lo spettatore con leggerezza e sapienza nella lotta contro gli stereotipi di genere, annullando già di fatto, con questo spettacolo, quello secondo cui “le donne sono le peggiori nemiche delle donne”. «Celebre scrittrice, e tra le figure intellettuali di riferimento nel mondo della cultura italiana, Michela Murgia affronta con eleganza, brio e intelligenza quel legame sottile e mortificante che da sempre esiste, per le donne, tra le ingiustizie che vivono e le parole che le descrivono o con le quali ci si rivolge loro. In un universo in cui sono quasi sempre i maschi che hanno la possibilità di esprimersi in televisione, alla radio o sui giornali – come se solo i filosofi, gli scrittori, i giornalisti e i politici fossero in grado di avere risposte di fronte alle complessità del mondo – le filosofe, le scrittrici, le giornaliste e le politiche che si azzardano a prendere la parola vengono sistematicamente trattate come saccenti, maestrine, isteriche, talvolta persino galline. E se c'è chi, forse più educato di altri, riesce a trattenersi, è raro, anzi rarissimo, che una professoressa ordinaria non sia definita "dottoressa" o che un'avvocata non sia ridotta a "signorina" o "signora"». (Michela Marzano, «La Stampa») Note di regia di Antonella Questa STAI ZITTA e altre nove frasi che non vogliamo sentire più è uno strumento che evidenzia il legame mortificante che esiste tra le ingiustizie che viviamo e le parole che sentiamo. Murgia ha come obiettivo che tra dieci anni una ragazza, leggendolo, lo trovi antiquato; noi vorremmo contribuire ad accorciare questo tempo, attraverso il linguaggio teatrale. Questo per noi non è solo uno spettacolo, è l’occasione di lavorare in un modo nuovo e su un tema dichiaratamente femminista. Bell hooks - scrittrice, attivista e femminista statunitense - spiega bene che se non impariamo a usare le parole giuste, in particolare quelle che definiscono il sistema discriminatorio nel quale viviamo, nulla potrà cambiare davvero. Questo spettacolo è femminista e parlerà di patriarcato. Inoltre sarò attrice, autrice e co-produttrice. Sono diverse responsabilità, lo so, ma non sono sola, ci sono delle sorelle con me. E questo significa tantissimo! Con Teresa Cinque avevamo già lavorato insieme creando le pillole video Dress Code, sul victim blaming, mentre con Valentina Melis stavamo già pensando ad uno spettacolo teatrale che avrei scritto e diretto per lei. Quando Valentina ha visto i nostri video ha subito proposto di fare una cosa insieme. Complice la sua amicizia con Michela Murgia e parlando di cosa avremmo potuto portare in scena, ho proposto Stai zitta!. L’idea di portare in scena il libro di Murgia ci ha esaltate immediatamente. Marta Dalla Via è arrivata nei miei pensieri quando Teresa ha suggerito la necessità di avere una regia. Erano anni che io e Marta ci “guardavamo da lontano”, espressione che racconta stima reciproca e desiderio di trovare un progetto comune sul quale lavorare. SCARTI Centro di Produzione teatrale di Innovazione, con sede a Spezia e diretto da Andrea Cerri, mio nuovo co-produttore, ha accolto da subito, entusiasta, il progetto, al quale si è aggiunta anche Armunia Teatro, mia casa artistica dal 2017 oltre al Teatro Carcano, sempre attento ai temi trattati da Murgia.
con Mariangela D’Abbraccio di Edward Albee
con Fabrizio Croci, Marta Jacquie, Alberto Carbone
regia Marco Tullio Giordana
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Chiara Donato
produzione United Artists
Tra le produzioni di punta del 2026 figura Chi ha paura di Virginia Woolf?, capolavoro di Edward Albee, che da noi verrà allestito in una grande edizione, con interpreti prestigiosi quali Mariangela D’Abbraccio, affiancata da un protagonista maschile in via di definizione e due attori “under 35” scelti tra i migliori in Italia. La figura di Virginia Woolf non ha alcuna attinenza con il dramma: il titolo è un gioco di parole con la canzoncina “Chi ha paura del lupo cattivo?” della fiaba dei Tre porcellini, che George e Martha canticchiano di quando in quando per esorcizzare il “lupo cattivo” presente nella loro esistenza, ossia la “Virginia Woolf”, personaggio squilibrato e suicida, che c’è in loro. L’opera è del 1962 ed è ritenuta uno dei grandi capolavori del secolo scorso, rappresentata in tutto il mondo dai teatri più importanti.
Tra le produzioni di punta del 2026 figura Chi ha paura di Virginia Woolf?, capolavoro di Edward Albee, che da noi verrà allestito in una grande edizione, con interpreti prestigiosi quali Mariangela D’Abbraccio, affiancata da un protagonista maschile in via di definizione e due attori “under 35” scelti tra i migliori in Italia. La figura di Virginia Woolf non ha alcuna attinenza con il dramma: il titolo è un gioco di parole con la canzoncina “Chi ha paura del lupo cattivo?” della fiaba dei Tre porcellini, che George e Martha canticchiano di quando in quando per esorcizzare il “lupo cattivo” presente nella loro esistenza, ossia la “Virginia Woolf”, personaggio squilibrato e suicida, che c’è in loro. L’opera è del 1962 ed è ritenuta uno dei grandi capolavori del secolo scorso, rappresentata in tutto il mondo dai teatri più importanti.
un progetto a cura di Muta Imago
regia e scene Claudia Sorace
drammaturgia Riccardo Fazi
musiche Lorenzo Tomio luci Maria Elena Fusacchia
interpretato da Iaia Forte, Massimo Verdastro e Giovanni Onorato
Produzione Coop Argot con Solares e Ass.ne culturale Muta Imago Index
Note di regia di Claudia Sorace (Muta Imago) Un giorno Iaia Forte è venuta a vedere Tre Sorelle. Non ci conoscevamo davvero, ma all’uscita ci ha detto: “Ragazzi noi dobbiamo fare uno spettacolo insieme.” Per noi Iaia era un mito, una chimera, una sfinge. Un mese dopo ci ha invitato a cena nella sua torre romana, piena di segni e voci di una vita enorme. Davanti al caminetto acceso, ci è venuto in mente Viale del Tramonto. Avevamo timore di proporle la storia di una diva dimenticata, abbracciata solo dal suo primo marito, Max von Mayerling. Invece Iaia si è illuminata. Abbiamo continuato a incontrarci, mescolando racconti di vita e riflessioni sul teatro. Poi ci siamo detti: “Se ha senso farlo, va fatto come nel film.” Viale del Tramonto è un trattamento originale ispirato alla sceneggiatura del celebre film, facendola dialogare con la storia del teatro italiano. Norma è una diva dimenticata, Max il suo cameriere e grande regista del passato. La loro vita sospesa viene interrotta dall’arrivo di Joe, giovane sceneggiatore squattrinato che lentamente viene catturato nella rete della ricca diva, come accade nelle migliori favole nere. Un gioco di specchi tra finzione e realtà, dove i corpi e le biografie degli attori diventano materia drammaturgica. Il fascino di chi si ostina ad essere se stessa in un mondo che cambia. Norma è un fantasma che continua a infestare il presente, uno scarto tra essere e realtà. Una figura che resiste al tempo, alle estetiche, ai gusti che si trasformano. Avere a che fare con questa storia significa fare i conti con l’idea stessa di tramonto, personale e collettivo.
Note di regia di Claudia Sorace (Muta Imago) Un giorno Iaia Forte è venuta a vedere Tre Sorelle. Non ci conoscevamo davvero, ma all’uscita ci ha detto: “Ragazzi noi dobbiamo fare uno spettacolo insieme.” Per noi Iaia era un mito, una chimera, una sfinge. Un mese dopo ci ha invitato a cena nella sua torre romana, piena di segni e voci di una vita enorme. Davanti al caminetto acceso, ci è venuto in mente Viale del Tramonto. Avevamo timore di proporle la storia di una diva dimenticata, abbracciata solo dal suo primo marito, Max von Mayerling. Invece Iaia si è illuminata. Abbiamo continuato a incontrarci, mescolando racconti di vita e riflessioni sul teatro. Poi ci siamo detti: “Se ha senso farlo, va fatto come nel film.” Viale del Tramonto è un trattamento originale ispirato alla sceneggiatura del celebre film, facendola dialogare con la storia del teatro italiano. Norma è una diva dimenticata, Max il suo cameriere e grande regista del passato. La loro vita sospesa viene interrotta dall’arrivo di Joe, giovane sceneggiatore squattrinato che lentamente viene catturato nella rete della ricca diva, come accade nelle migliori favole nere. Un gioco di specchi tra finzione e realtà, dove i corpi e le biografie degli attori diventano materia drammaturgica. Il fascino di chi si ostina ad essere se stessa in un mondo che cambia. Norma è un fantasma che continua a infestare il presente, uno scarto tra essere e realtà. Una figura che resiste al tempo, alle estetiche, ai gusti che si trasformano. Avere a che fare con questa storia significa fare i conti con l’idea stessa di tramonto, personale e collettivo.
Progetto triennale di arte partecipata su "I promessi sposi"
ideato e diretto da Serena Sinigaglia
con Riccardo Pedicone e gli studenti del laboratorio di ATIR
drammaturgia Tindaro Granata
in collaborazione con Serena Sinigaglia e Riccardo Pedicone
formatori laboratorio Daniela Arrigoni e Gabriele Genovese
produzione Teatro Carcano e ATIR
in collaborazione con Teatro De Gli Incamminati
I Promessi Sposi, secondo capitolo. Dopo aver ripassato con Lella Costa il romanzo e la vita del suo autore, Manzoni, il progetto porta al centro i giovani, coinvolgendo sul palco un gruppo di liceali che per un anno ha partecipato al laboratorio condotto da ATIR su uno stimolo che il Manzoni ci suggerisce: i “no” di troppo. Renzo e Lucia, i due giovani per eccellenza, ricevono un “no” pesantissimo, un “no” da cui si genera tutta la nota vicenda (e i molti patimenti). Da qui siamo andati a scavare, far emergere, attraverso il prezioso strumento del teatro, i “no” che i nostri ragazzi si sentono rivolgere oggi. Cosa vivono come un freno, quali i “no” che percepiscono come necessari e persino utili, quali i “no” che fanno male, che non servono e ancora: ci sono dei no? Perché magari si scopre che i ragazzi si sentono orfani di quei chiari e forti “no” contro cui scagliarsi e di fatto definirsi. Accanto alla voce dei ragazzi una voce ancora giovanissima ma già strutturata e definita nell'esperienza e nel percorso formativo: Riccardo Pedicone, scrittore, autore, presidente dell’associazione culturale Noce e volto social e televisivo della letteratura in Italia.
I Promessi Sposi, secondo capitolo. Dopo aver ripassato con Lella Costa il romanzo e la vita del suo autore, Manzoni, il progetto porta al centro i giovani, coinvolgendo sul palco un gruppo di liceali che per un anno ha partecipato al laboratorio condotto da ATIR su uno stimolo che il Manzoni ci suggerisce: i “no” di troppo. Renzo e Lucia, i due giovani per eccellenza, ricevono un “no” pesantissimo, un “no” da cui si genera tutta la nota vicenda (e i molti patimenti). Da qui siamo andati a scavare, far emergere, attraverso il prezioso strumento del teatro, i “no” che i nostri ragazzi si sentono rivolgere oggi. Cosa vivono come un freno, quali i “no” che percepiscono come necessari e persino utili, quali i “no” che fanno male, che non servono e ancora: ci sono dei no? Perché magari si scopre che i ragazzi si sentono orfani di quei chiari e forti “no” contro cui scagliarsi e di fatto definirsi. Accanto alla voce dei ragazzi una voce ancora giovanissima ma già strutturata e definita nell'esperienza e nel percorso formativo: Riccardo Pedicone, scrittore, autore, presidente dell’associazione culturale Noce e volto social e televisivo della letteratura in Italia.
LA NOTTE DEL GOSPEL
Vincent Bohanan & The Victorious Army (Atlanta)
formazione 23 voci, pianoforte, basso, batteria — per un totale di 26 elementi produzione ASSOCIAZIONE CULTURALE ARTE VIVA
Vincent Bohanan è un rinomato direttore di coro e artista gospel vincitore del premio Stellar Awards 2025. Riconosciuto come uno dei nomi più influenti nel panorama della musica gospel, le sue composizioni — tra cui successi come We Win, I Love to Call Him e Any Day Now — hanno dominato le classifiche Billboard Gospel e toccato il cuore di ascoltatori in tutto il mondo. Il suo stile unisce potenza, passione e l'energia autentica della tradizione gospel, riuscendo a connettersi anche con una nuova generazione di persone. Nel corso della carriera, ha collaborato con grandi figure del gospel come Hezekiah Walker, CeCe Winans, Mariah Carey, Sean "P. Diddy" Combs, Donald Lawrence e Ricky Dillard, e tanti altri. Nel 2019, ad Atlanta, Georgia, Vincent Bohanan ha fondato il coro The Victorious Army, che sotto la sua guida si è affermato come un'icona dell'ispirazione e della speranza nel gospel. Il repertorio del coro include sia composizioni originali, come For the Rest of My Life e Making a Way for Me, sia brani tradizionali, creando un sound profondo e toccante. Nel 2022, hanno pubblicato il singolo Higher, un messaggio di speranza, seguito dall'album di debutto Live in Detroit, testimonianza dell'impegno nel ministero musicale. Per Bohanan, la musica è molto più di semplice performance: è un percorso di ispirazione, elevazione e diffusione di fede. Ogni esibizione rappresenta un momento di comunione tra arte e spiritualità, un’occasione per condividere gioia, forza e conforto. La musica di The Victorious Army, guidata dalla sua fede incrollabile, diventa uno strumento potente di testimonianza, portando luce e speranza nel cuore di chi ascolta. Vincent Bohanan sarà in tour in Europa nel dicembre 2026 con questa formazione straordinaria, per regalare emozioni intense e messaggi di fede. Un'opportunità unica di vivere un’esperienza di pura spiritualità, dove musica e speranza si incontrano per lasciare un segno indelebile nei cuori di tutti.
Vincent Bohanan è un rinomato direttore di coro e artista gospel vincitore del premio Stellar Awards 2025. Riconosciuto come uno dei nomi più influenti nel panorama della musica gospel, le sue composizioni — tra cui successi come We Win, I Love to Call Him e Any Day Now — hanno dominato le classifiche Billboard Gospel e toccato il cuore di ascoltatori in tutto il mondo. Il suo stile unisce potenza, passione e l'energia autentica della tradizione gospel, riuscendo a connettersi anche con una nuova generazione di persone. Nel corso della carriera, ha collaborato con grandi figure del gospel come Hezekiah Walker, CeCe Winans, Mariah Carey, Sean "P. Diddy" Combs, Donald Lawrence e Ricky Dillard, e tanti altri. Nel 2019, ad Atlanta, Georgia, Vincent Bohanan ha fondato il coro The Victorious Army, che sotto la sua guida si è affermato come un'icona dell'ispirazione e della speranza nel gospel. Il repertorio del coro include sia composizioni originali, come For the Rest of My Life e Making a Way for Me, sia brani tradizionali, creando un sound profondo e toccante. Nel 2022, hanno pubblicato il singolo Higher, un messaggio di speranza, seguito dall'album di debutto Live in Detroit, testimonianza dell'impegno nel ministero musicale. Per Bohanan, la musica è molto più di semplice performance: è un percorso di ispirazione, elevazione e diffusione di fede. Ogni esibizione rappresenta un momento di comunione tra arte e spiritualità, un’occasione per condividere gioia, forza e conforto. La musica di The Victorious Army, guidata dalla sua fede incrollabile, diventa uno strumento potente di testimonianza, portando luce e speranza nel cuore di chi ascolta. Vincent Bohanan sarà in tour in Europa nel dicembre 2026 con questa formazione straordinaria, per regalare emozioni intense e messaggi di fede. Un'opportunità unica di vivere un’esperienza di pura spiritualità, dove musica e speranza si incontrano per lasciare un segno indelebile nei cuori di tutti.
GIOELE DIX LATE NIGHT SHOW
Chi ride a Capodanno…
di e con Gioele Dix e Savino Cesario (chitarra)
testo e regia Gioele Dix
produzione Giovit
Al termine dello spettacolo brindisi e dj set. C’è un modo per salutare l’anno che se ne va senza troppi discorsi, senza baci e abbracci forzati, senza rischiosi countdown fuori tempo. È venire a vedere Chi ride a Capodanno con Gioele Dix. Attore, autore, regista e affabulatore di lungo corso, Gioele Dix porta al Carcano nella notte più lunga dell’anno uno spettacolo che è, insieme, specchio e antidoto: un repertorio antologico dei suoi grandi monologhi, intrecciato con materiali inediti e nuove incursioni nel paesaggio scombinato del nostro tempo. Sul palco scorrono le vicende e le manie collettive che Dix ha sempre radiografato con la sua comicità a tratti feroce, in altalena costante fra leggerezza e insofferenza: il mito del ritorno alla campagna, il salutismo esasperato, le esperienze con il “food”, la deriva tecnologica, le nuove dipendenze social. E naturalmente un grande classico — l’automobilista sempre incazzato — maschera contemporanea di inesauribile fortuna, aggiornata e rivitalizzata dalla lunga esperienza televisiva. A costruire con lui l’atmosfera della serata c’è Savino Cesario, chitarrista e compositore eclettico, storica spalla musicale e comica di Dix. Intelligente, divertente, colto quanto basta, sentimentale mai: il Gioele Dix Late Show è l’occasione giusta per passare un Capodanno diverso dagli altri, perfetta per tutti quelli che vogliono congedare l’anno vecchio come si merita ed entrare nel nuovo convinti, per una volta, di avere ragione.
direzione artistica generale Caterina Calvino Prina
musiche Peter Ludwig Hertel
coreografie Marat Gaziev
maestri ripetitori Ekaterina Dalskaya, Pierpaolo Ciacciulli
luci Alessandro Cappellini
costumi Alice Dardengo
solisti e corpo di ballo TAM Ballet
produzione Tam Ballet
La Fille Mal Gardée è il balletto più antico ancora in repertorio nelle compagnie di danza in tutto il mondo. La trama è la risoluzione dell’amore contrastato e i personaggi, vere e proprie “caricature”, contribuiscono in modo essenziale alla freschezza umoristica del balletto: deliziosa, piena di verve e dinamismo. È una commedia che sorride e fa sorridere, un balletto condito di buon umore, in un turbinio di scene di gruppo sapientemente disegnate e inserite nella narrazione tra i risvolti comici e “moralistici” del racconto. Le musiche sono di Peter Ludwig Hertel. Un balletto dalla trama dinamica e divertente dalla notevole difficoltà tecnica ma che riesce a trascinare anche i meno appassionati nelle diverse atmosfere ironiche e bucoliche del racconto. È uno spettacolo di alto intrattenimento che mette in scena anche momenti di forte espressività recitativa che riesce a coinvolgere un pubblico ampio. La trama La vicenda si svolge in un tranquillo villaggio di campagna e racconta l’idillio fra Lise e Colas, osteggiati però dalla madre di lei, la vedova Marcellina, che preferirebbe per la figlia il giovane Nikez, sempliciotto rampollo del ricco proprietario terriero Michò. Marcellina decide di chiudere a chiave la figlia nella sua stanza per avere la possibilità di organizzare rapidamente le nozze, non sapendo che lì la stessa Lise aveva precedentemente nascosto l’amato Colas. Al momento di stipulare l’atto, alla presenza del notaio, Marcellina apre la stanza e Lise e Colas vengono scoperti. Non potendo più opporsi all’unione fra i due ragazzi, il balletto si chiude con i festeggiamenti per l’amore che trionfa.
La Fille Mal Gardée è il balletto più antico ancora in repertorio nelle compagnie di danza in tutto il mondo. La trama è la risoluzione dell’amore contrastato e i personaggi, vere e proprie “caricature”, contribuiscono in modo essenziale alla freschezza umoristica del balletto: deliziosa, piena di verve e dinamismo. È una commedia che sorride e fa sorridere, un balletto condito di buon umore, in un turbinio di scene di gruppo sapientemente disegnate e inserite nella narrazione tra i risvolti comici e “moralistici” del racconto. Le musiche sono di Peter Ludwig Hertel. Un balletto dalla trama dinamica e divertente dalla notevole difficoltà tecnica ma che riesce a trascinare anche i meno appassionati nelle diverse atmosfere ironiche e bucoliche del racconto. È uno spettacolo di alto intrattenimento che mette in scena anche momenti di forte espressività recitativa che riesce a coinvolgere un pubblico ampio. La trama La vicenda si svolge in un tranquillo villaggio di campagna e racconta l’idillio fra Lise e Colas, osteggiati però dalla madre di lei, la vedova Marcellina, che preferirebbe per la figlia il giovane Nikez, sempliciotto rampollo del ricco proprietario terriero Michò. Marcellina decide di chiudere a chiave la figlia nella sua stanza per avere la possibilità di organizzare rapidamente le nozze, non sapendo che lì la stessa Lise aveva precedentemente nascosto l’amato Colas. Al momento di stipulare l’atto, alla presenza del notaio, Marcellina apre la stanza e Lise e Colas vengono scoperti. Non potendo più opporsi all’unione fra i due ragazzi, il balletto si chiude con i festeggiamenti per l’amore che trionfa.
di Bertolt Brecht
con Lunetta Savino e un numeroso cast di attori/attrici e musicisti/e in via di definizione. adattamento e regia Leo Muscato
scene Andrea Belli
costumi Margherita Baldoni
luci Alessandro Verazzi
produzione Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
Lunetta Savino è la protagonista di Madre Courage e i suoi figli di Bertolt Brecht, nella nuova rilettura di Leo Muscato. Un capolavoro del Novecento riportato alla sua natura più autentica: popolare, emotivo, dialettico, abbagliante. «Questo nuovo allestimento parte da una verità semplice e brutale: Brecht non racconta una donna travolta dalla guerra, ma una donna che vive grazie alla guerra. Una sopravvissuta amorale, attraversata da un’energia feroce e vitale. Courage non è un’eroina: è una mercante che tratta il conflitto come un mercato. È per questo che ci riguarda ancora» scrive Muscato. Scivolosa, contraddittoria, inafferrabile: per questo Madre Courage è umana. In lei convivono la madre che sopravvive nel sistema che la divora, l’individuo che non impara, chi specula nelle crisi e chi vive nell’emergenza permanente. Uno spazio scenico essenziale, senza protezioni, per un teatro in cui tutto viene evocato è il terreno ideale perché lo straniamento brechtiano torni vivo. Il cuore visivo dello spettacolo è il carro con cui Madre Courage segue gli eserciti – i suoi principali clienti – durante l’eterno conflitto: un oggetto reale, un corpo parallelo, il termometro della sua vita. «Scena dopo scena si trasforma, crescendo, collassando, tornando scheletro e delineando in questo modo un viaggio epico dentro il viaggio della protagonista [...]». La musica suonata e cantata dal vivo ha un ruolo centrale. Brecht voleva canzoni «come una sveglia stonata», dure e sentimentali insieme. «Noi proponiamo una nuova partitura contemporanea, più rock che militare, che non si limita ad accompagnare l’azione ma la interrompe, la spacca, la illumina» prosegue Muscato «La scena avrà la forza di un concerto: luce, suono e corpi in un impatto frontale con il pubblico. Il nostro spettacolo non vuole offrire una lezione, ma un’esperienza: un’energia che esplode, un viaggio feroce attraverso l’Europa devastata del Seicento e il nostro presente. Un teatro che non consola, ma che tiene lo spettatore incollato alla scena e gli sbatte in faccia la complessità del presente».
di Lee Hall con Elisabetta Pozzi, Graziano Piazza, Giulia Trippetta e un cast di 10 attori (in via di definizione)
adattamento per il palcoscenico basato sulla sceneggiatura di Paddy Chayefsky
traduzione Daniele Salvo
regia Daniele Salvo scene Fabiana Di Marco
costumi Daniele Gelsi
musiche Patrizio Maria D’Artista
luci Giuseppe Filipponio
progetto video Igor Renzetti
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale, Centro Teatrale Bresciano (CTB)
Network – Quinto Potere è un’opera teatrale dirompente e perturbante, tratta dall’omonimo film del 1976 diretto da Sidney Lumet e conosciuto in Italia come Quinto Potere. L’adattamento teatrale di Lee Hall, autore pluripremiato e vincitore dell’Olivier Award, restituisce tutta la forza profetica di un testo che indaga il rapporto tra informazione, spettacolo e potere. Lo spettacolo racconta la storia di Howard Beale, storico giornalista televisivo di una grande rete nazionale, informato dell’imminente licenziamento a causa del calo di ascolti del suo programma. Durante una delle sue ultime apparizioni in diretta, Howard annuncia provocatoriamente il proprio suicidio in televisione. Quello che nasce come un gesto di disperazione individuale viene immediatamente assorbito dal sistema mediatico e trasformato in un evento spettacolare. Accanto a lui si muove Diana Christensen, ambiziosa responsabile dei programmi, interpretata da Giulia Trippetta, che intuisce il potenziale mediatico della rabbia di Howard e costruisce attorno alla sua figura un rivoluzionario giornale-spettacolo. La sofferenza privata diventa contenuto, la verità si trasforma in intrattenimento e l’audience diventa l’unico criterio di valore, generando forti tensioni all’interno della rete e conducendo a un epilogo di inquietante lucidità. In questo meccanismo si inserisce Max Schumacher, direttore della redazione e amico di lunga data di Howard, interpretato da Graziano Piazza, figura sospesa tra la difesa di un’idea etica del giornalismo e la pressione crescente del sistema aziendale. Il suo tentativo di arginare la deriva spettacolare dell’informazione si scontra con logiche di mercato ormai inarrestabili e conduce a un epilogo di inquietante lucidità. Nell’edizione italiana, per rendere il tema ancora più vicino alla sensibilità contemporanea, il ruolo di Howard viene affidato a un’interprete femminile, Elisabetta Pozzi. Questa scelta, condivisa con gli autori, apre nuove prospettive di senso e rafforza la dimensione universale del personaggio, trasformandolo in un simbolo ancora più potente di esposizione, fragilità e sacrificio mediatico. La regia di Daniele Salvo utilizza soluzioni sceniche e tecnologie audiovisive che integrano il pubblico nel dispositivo teatrale, rendendolo parte attiva del meccanismo di visione e ascolto. L’intero cast artistico e tecnico resta visibile in scena, sottolineando il carattere di “macchina spettacolare” dell’opera e interrogando lo spettatore sul proprio ruolo all’interno del sistema mediatico.
Network – Quinto Potere è un’opera teatrale dirompente e perturbante, tratta dall’omonimo film del 1976 diretto da Sidney Lumet e conosciuto in Italia come Quinto Potere. L’adattamento teatrale di Lee Hall, autore pluripremiato e vincitore dell’Olivier Award, restituisce tutta la forza profetica di un testo che indaga il rapporto tra informazione, spettacolo e potere. Lo spettacolo racconta la storia di Howard Beale, storico giornalista televisivo di una grande rete nazionale, informato dell’imminente licenziamento a causa del calo di ascolti del suo programma. Durante una delle sue ultime apparizioni in diretta, Howard annuncia provocatoriamente il proprio suicidio in televisione. Quello che nasce come un gesto di disperazione individuale viene immediatamente assorbito dal sistema mediatico e trasformato in un evento spettacolare. Accanto a lui si muove Diana Christensen, ambiziosa responsabile dei programmi, interpretata da Giulia Trippetta, che intuisce il potenziale mediatico della rabbia di Howard e costruisce attorno alla sua figura un rivoluzionario giornale-spettacolo. La sofferenza privata diventa contenuto, la verità si trasforma in intrattenimento e l’audience diventa l’unico criterio di valore, generando forti tensioni all’interno della rete e conducendo a un epilogo di inquietante lucidità. In questo meccanismo si inserisce Max Schumacher, direttore della redazione e amico di lunga data di Howard, interpretato da Graziano Piazza, figura sospesa tra la difesa di un’idea etica del giornalismo e la pressione crescente del sistema aziendale. Il suo tentativo di arginare la deriva spettacolare dell’informazione si scontra con logiche di mercato ormai inarrestabili e conduce a un epilogo di inquietante lucidità. Nell’edizione italiana, per rendere il tema ancora più vicino alla sensibilità contemporanea, il ruolo di Howard viene affidato a un’interprete femminile, Elisabetta Pozzi. Questa scelta, condivisa con gli autori, apre nuove prospettive di senso e rafforza la dimensione universale del personaggio, trasformandolo in un simbolo ancora più potente di esposizione, fragilità e sacrificio mediatico. La regia di Daniele Salvo utilizza soluzioni sceniche e tecnologie audiovisive che integrano il pubblico nel dispositivo teatrale, rendendolo parte attiva del meccanismo di visione e ascolto. L’intero cast artistico e tecnico resta visibile in scena, sottolineando il carattere di “macchina spettacolare” dell’opera e interrogando lo spettatore sul proprio ruolo all’interno del sistema mediatico.
di William Shakespeare
drammaturgia Dacia Maraini
adattamento scenico Antonio Prisco
musiche originali Patrizio Maria D’Artista
scena Giovanni Cunsolo
immagini Thierry Lechanteur
costumi Sabrina Beretta light
designer Marco Palmieri
foto di scena Chiara Calabrò
realizzazione costumi CinquantanoveA
regia Giorgio Pasotti
con Giacomo Giorgio, Giorgio Pasotti, Claudia Tosoni, Gerardo Maffei, Diego Migeni, Salvatore Rancatore, Andrea Papale, Dalia Aly
produzione Teatro Stabile d’Abruzzo in coproduzione con Marche Teatro, Stefano Francioni Produzioni in collaborazione con Teatro Maria Caniglia
“E tu...come sei pallida! e stanca, e muta, e bella, pia creatura nata sotto maligna stella. Fredda come la casta tua vita... e in cielo assorta. Desdemona! Desdemona!... Ah… morta! morta! morta!...” e poi “Otello fu”. Qui finisce la storia di Desdemona e Otello, lei lo aveva sposato per amore, contro i cliché dell’epoca, lui, lo straniero, il moro, lo aveva voluto reclamando libertà di scelta e autonomia, lottando con il padre perché lo accettasse. Lui, Otello, incapace di gestire le emozioni, capitano coraggioso e leale, ma marito insicuro e geloso, forse lei era troppo, troppo bella e troppo ingenua, troppo sicura del suo amore e dell’amore di lui. Lui la uccide e poi mette fine alla sua stessa vita, per gelosia e per possesso, come i lui di oggi e come i lui di domani se non si educano le nuove generazioni. Ed è qui l’urgenza dello spettacolo, Giorgio Pasotti si interroga sulla forza di un grande classico come il testo shakespeariano di parlare alle giovani coscienze, di insegnare attraverso la morale, di mostrare senza mediazioni tecnologiche il dolore e lo sgomento per le vite non rispettate. “Dopo cinque secoli quest’opera ci mette ancora di fronte a una realtà malata e incattivita” dice Pasotti “l’Otello è tragicamente attuale”. La drammaturgia di Dacia Maraini muove attraverso il filo conduttore di una violenza che cresce senza motivo alcuno, l’illusione del possesso, il delitto e il suicidio per stupidità. Protagonista nel ruolo di Otello Giacomo Giorgio, talentuoso attore che il grande pubblico ha amato in Mare fuori.
“E tu...come sei pallida! e stanca, e muta, e bella, pia creatura nata sotto maligna stella. Fredda come la casta tua vita... e in cielo assorta. Desdemona! Desdemona!... Ah… morta! morta! morta!...” e poi “Otello fu”. Qui finisce la storia di Desdemona e Otello, lei lo aveva sposato per amore, contro i cliché dell’epoca, lui, lo straniero, il moro, lo aveva voluto reclamando libertà di scelta e autonomia, lottando con il padre perché lo accettasse. Lui, Otello, incapace di gestire le emozioni, capitano coraggioso e leale, ma marito insicuro e geloso, forse lei era troppo, troppo bella e troppo ingenua, troppo sicura del suo amore e dell’amore di lui. Lui la uccide e poi mette fine alla sua stessa vita, per gelosia e per possesso, come i lui di oggi e come i lui di domani se non si educano le nuove generazioni. Ed è qui l’urgenza dello spettacolo, Giorgio Pasotti si interroga sulla forza di un grande classico come il testo shakespeariano di parlare alle giovani coscienze, di insegnare attraverso la morale, di mostrare senza mediazioni tecnologiche il dolore e lo sgomento per le vite non rispettate. “Dopo cinque secoli quest’opera ci mette ancora di fronte a una realtà malata e incattivita” dice Pasotti “l’Otello è tragicamente attuale”. La drammaturgia di Dacia Maraini muove attraverso il filo conduttore di una violenza che cresce senza motivo alcuno, l’illusione del possesso, il delitto e il suicidio per stupidità. Protagonista nel ruolo di Otello Giacomo Giorgio, talentuoso attore che il grande pubblico ha amato in Mare fuori.
di Pierre de Marivaux
regia di Arturo Cirillo
con Elena Sofia Ricci e Arturo Cirillo e con (in o.a.) Rosario Giglio, Giacinto Palmarini, Francesco Petruzzelli, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini
assistente alla regia Mario Scandale
scene Dario Gessati
assistente scenografo Stefano Pes
costumi Gianluca Falaschi
costumista collaboratrice Anna Missaglia
disegno luci Pasquale Mari
suono Federico Mezzana
produzione Marche Teatro, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Catania
Note di regia di Arturo Cirillo Le false confidenze è un testo che rasenta la perfezione, a volte capita che nella drammaturgia di un autore ci sia un’opera che abbia un raro e felice equilibrio. Un testo in cui tutti i personaggi hanno una loro identità e importanza, in cui il tema, oltre la trama, è particolarmente messo a fuoco ed esposto con grande coerenza, con la lucidità con cui si dimostra un teorema. Con Molière ho avuto questa impressione lavorando su La scuola delle mogli, con Marivaux con Le false confidenze. Molière è grottesco e viscerale, e sottende spesso un discorso sulla malattia, Marivaux è invece abitato da sentimenti molto interiorizzati, che coinvolgono il cuore quanto la testa. Le false confidenze (dove già il titolo è un ossimoro) è un modernissimo trattato psicoanalitico sul tema dell’innamoramento, in cui non vi è malattia né esasperazione, ma un gioco sottile ed ambiguo tra il falso (le confidenze) e il vero (il cuore), in cui può accadere di cominciare ad innamorarsi senza accorgersene. I personaggi sono legati tra loro da legami piuttosto ambigui, e la consegna di un ritratto è forse il vero snodo della vicenda. Che cos’è un ritratto? Non è la persona in sé ma la sua rappresentazione, lo sguardo del pittore sul modello, una creazione che aspira ad essere verosimile pur essendo inesorabilmente falsa. Siamo più sinceri quando sappiamo di stare mentendo, o quando invece non vogliamo, o non riusciamo, a riconoscere la verità dentro di noi? Questo sembra chiederci Marivaux, usando i mezzi del teatro. Un giovane inganna una vedova, per avere il suo cuore e le sue ricchezze, ma in fondo ne è sinceramente innamorato. Un servo mette sù un tranello mosso dal gusto un po’ sadico di far crollare una austera e molto razionale signora, montando un confronto amoroso del quale vorrebbe in fondo essere uno dei protagonisti e non solo il burattinaio. Poi vi è una signora in vedovanza che non vuole riconoscere quanto ancora la vita ha da offrirgli, e quanto dovrà compromettersi sotto l’influsso dell’amore. Ma tutti i personaggi di questa meravigliosa, e davvero contemporanea, commedia, si muovono tra il loro sé e la propria rappresentazione: come in un ritratto, per l’appunto.
Note di regia di Arturo Cirillo Le false confidenze è un testo che rasenta la perfezione, a volte capita che nella drammaturgia di un autore ci sia un’opera che abbia un raro e felice equilibrio. Un testo in cui tutti i personaggi hanno una loro identità e importanza, in cui il tema, oltre la trama, è particolarmente messo a fuoco ed esposto con grande coerenza, con la lucidità con cui si dimostra un teorema. Con Molière ho avuto questa impressione lavorando su La scuola delle mogli, con Marivaux con Le false confidenze. Molière è grottesco e viscerale, e sottende spesso un discorso sulla malattia, Marivaux è invece abitato da sentimenti molto interiorizzati, che coinvolgono il cuore quanto la testa. Le false confidenze (dove già il titolo è un ossimoro) è un modernissimo trattato psicoanalitico sul tema dell’innamoramento, in cui non vi è malattia né esasperazione, ma un gioco sottile ed ambiguo tra il falso (le confidenze) e il vero (il cuore), in cui può accadere di cominciare ad innamorarsi senza accorgersene. I personaggi sono legati tra loro da legami piuttosto ambigui, e la consegna di un ritratto è forse il vero snodo della vicenda. Che cos’è un ritratto? Non è la persona in sé ma la sua rappresentazione, lo sguardo del pittore sul modello, una creazione che aspira ad essere verosimile pur essendo inesorabilmente falsa. Siamo più sinceri quando sappiamo di stare mentendo, o quando invece non vogliamo, o non riusciamo, a riconoscere la verità dentro di noi? Questo sembra chiederci Marivaux, usando i mezzi del teatro. Un giovane inganna una vedova, per avere il suo cuore e le sue ricchezze, ma in fondo ne è sinceramente innamorato. Un servo mette sù un tranello mosso dal gusto un po’ sadico di far crollare una austera e molto razionale signora, montando un confronto amoroso del quale vorrebbe in fondo essere uno dei protagonisti e non solo il burattinaio. Poi vi è una signora in vedovanza che non vuole riconoscere quanto ancora la vita ha da offrirgli, e quanto dovrà compromettersi sotto l’influsso dell’amore. Ma tutti i personaggi di questa meravigliosa, e davvero contemporanea, commedia, si muovono tra il loro sé e la propria rappresentazione: come in un ritratto, per l’appunto.
di Stefano Massini
uno spettacolo di Alessandro Gassmann
con Daniele Russo (procuratore Miles), Gaetano Bruno (avvocato Nathan), Mauro Marino (giudice Rutherford), Emanuele M. Basso (Paul Kapinski - testimone), Gaia Benassi (Dorothy Trevers - testimone), Davide Dolores (Pastore Abel Edgar - testimone), Giuseppe Gandini (Eddie Benjamin - testimone), Stefano Guerrieri (Herbert Nolan - imputato), Alessia Santalucia (Else Robichaux - testimone), Angelo Zampieri (Norman Weiss - testimone)
scene Gianluca Amodio
luci Marco Palmieri
costumi Mariano Tufano
musiche Pivio e Aldo De Scalzi
video Marco Schiavoni
regista assistente Emanuele M. Basso
aiuto regia Gaia Benassi
assistente alla regia Gloria Riggio
assistente scenografa Gaia Caponi
assistente costumista Gaia Sarnataro
produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo, LOMBARDI CREATIVE STUDIOS srl
In una piccola città di provincia nei primi anni Sessanta si svolge un processo al proprietario del giornale locale, Herbert Nolan. È accusato di aver manipolato l’informazione per scopi privati. L’uccisione di un vagabondo scambiato per rapinatore o stupratore era stata montata in modo da creare una paura diffusa in tutta la contea, così che gli abitanti si armassero per difendere le loro case. La locale fabbrica di armi aveva moltiplicato i profitti. “Che c’è di strano?” chiede l’avvocato di Nolan. Da che mondo è mondo i giornali devono fare notizia. Senonché il proprietario del giornale era un importante azionista dell’azienda di armi. E così la pubblica accusa, rappresentata da un uomo molto in gamba, il procuratore Miles, cerca di inchiodare Nolan alle sue responsabilità. Il processo si snoda in modo tradizionale, fra interrogatori dell’imputato e dei testimoni. Ma al di là dello specifico conflitto di interessi, emerge il tema di un clima di paura alimentato artatamente.
In una piccola città di provincia nei primi anni Sessanta si svolge un processo al proprietario del giornale locale, Herbert Nolan. È accusato di aver manipolato l’informazione per scopi privati. L’uccisione di un vagabondo scambiato per rapinatore o stupratore era stata montata in modo da creare una paura diffusa in tutta la contea, così che gli abitanti si armassero per difendere le loro case. La locale fabbrica di armi aveva moltiplicato i profitti. “Che c’è di strano?” chiede l’avvocato di Nolan. Da che mondo è mondo i giornali devono fare notizia. Senonché il proprietario del giornale era un importante azionista dell’azienda di armi. E così la pubblica accusa, rappresentata da un uomo molto in gamba, il procuratore Miles, cerca di inchiodare Nolan alle sue responsabilità. Il processo si snoda in modo tradizionale, fra interrogatori dell’imputato e dei testimoni. Ma al di là dello specifico conflitto di interessi, emerge il tema di un clima di paura alimentato artatamente.
dal romanzo di Josè Saramago Saggio sulla lucidità
adattamento teatrale Emanuele Aldrovandi e Serena Sinigaglia
regia Serena Sinigaglia
con Rocco Papaleo e con altri/e tre attori/ attrici
scene Andrea Belli
costumi Valeria Bettella
produzione Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Carcano
Tempo pessimo per votare, si lamentò il presidente di seggio della sezione elettorale quattordici... Josè Saramago Rocco Papaleo è il protagonista di Scheda bianca, il nuovo testo che Emanuele Aldrovandi e Serena Sinigaglia hanno tratto dal romanzo Saggio sulla lucidità del premio Nobel alla letteratura Josè Saramago. In una capitale di uno stato democratico non meglio specificato accade un fatto eccezionale. Il giorno delle elezioni comunali i cittadini accedono in massa alle urne e votano scheda bianca. I partiti sono increduli, smarriti e il governo annulla la votazione e ne indice un’altra. Le votazioni si ripetono ma il risultato è lo stesso: un fiume di schede bianche. Il presidente proclama lo stato di emergenza e riempie di militari la capitale, agendo un po’ alla cieca. Viene aperta un’indagine segreta. E qui entra in gioco il protagonista, il commissario interpretato da Rocco Papaleo, agente pluridecorato, assai apprezzato per la sua sagacia e discrezione. Da qui prende il via il romanzo di Saramago «una metafora caustica, visionaria e lucidissima delle società cosiddette “democratiche”» scrive Sinigaglia, che cura anche la regia dello spettacolo. «Ho trovato Saggio sulla lucidità, la sua scrittura così pregna di quella dolce e irridente ironia tipica della grande letteratura sudamericana, irresistibile. La figura del commissario si staglia tra le grandi figure della letteratura. La sua rettitudine morale; la sua stanchezza di cercare di restare uomo in mezzo alla corruzione, al servilismo, al terrore; l’infaticabile esercizio dell’indipendenza del pensiero, ne fanno un eroe al contempo scanzonato e fragile, una sorta di Don Chisciotte moderno. Ho trovato Rocco Papaleo meravigliosamente aderente a una figura di questo tipo, ironica, intelligente e malinconica».
di Yasmina Reza
traduzione Rita Cirio
con Ugo Dighero, Mariangeles Torres, Alberto Giusta e Laura Mazzi regia Luigi Saravo
aiuto regia Cristian Maria Giammarini
scene Luigi Saravo
luci Cesare Agoni
costumi Bruna Calvaresi
produzione Centro Teatrale Bresciano, ArtistiAssociati Centro di Produzione Teatrale, CMC Nidodiragno, Fondazione Atlantide - Teatro Stabile di Verona
Una serata tra amici... o forse no. L’astrofisico Henri e sua moglie Sonia, affermata avvocata finanziaria, aprono le porte della loro elegante casa parigina per un aperitivo con il professor Hubert Finidori e sua moglie Inès. Ma quella che sembra una tranquilla serata mondana prende presto una piega inattesa. Henri sta lavorando a un articolo sulla materia oscura e conta sull’appoggio dell’amico Hubert per portarlo a termine. Ma proprio durante la serata, Hubert rivela che un altro ricercatore è in procinto di pubblicare sullo stesso argomento, scatenando la frustrazione di Henri. E mentre il pianto insistente del figlio risuona tra una portata e l’altra, le maschere della buona educazione cominciano a cadere. Vecchi rancori, tensioni sopite e verità taciute emergono con forza, trasformando la serata in un campo di battaglia emotivo. Elemento distintivo di questo testo di Yasmina Reza è la sua struttura originale: la stessa serata viene raccontata tre volte, in tre variazioni, ognuna dal punto di vista di un personaggio diverso. Ogni nuova versione ci invita a cambiare prospettiva, sovverte gli equilibri e svela lati inaspettati della vicenda, rendendo la narrazione sempre più sorprendente. Un brillante gioco teatrale sulla percezione, la verità e le relazioni umane, tra ironia, tensione e colpi di scena che vede protagonisti Ugo Dighero e Mariangeles Torres. “Tre varianti di una stessa serata – scrive Luigi Saravo, regista dello spettacolo – mostrano allo spettatore che la realtà cui assiste si manifesta nella sua effettiva interezza solo attraverso diverse versioni di sé. Il testo si offre, così, come uno straordinario gioco interpretativo che si muove su un registro di tragica comicità, capace di rimodellare il punto di vista dello spettatore e offrirgli chiavi insperate per poter accedere a una visione profondamente ironica della realtà. Seguendo questo straordinario gioco, l'autrice, passo dopo passo, ci conduce attraverso le aspirazioni e le vanità dei suoi personaggi, come si trattasse di un viaggio all'interno di una delle galassie di cui nel testo si parla, fino a raggiungerne il buco nero che vi giace al centro, ovvero il senso drammaticamente comico della nostra solitudine”.
Una serata tra amici... o forse no. L’astrofisico Henri e sua moglie Sonia, affermata avvocata finanziaria, aprono le porte della loro elegante casa parigina per un aperitivo con il professor Hubert Finidori e sua moglie Inès. Ma quella che sembra una tranquilla serata mondana prende presto una piega inattesa. Henri sta lavorando a un articolo sulla materia oscura e conta sull’appoggio dell’amico Hubert per portarlo a termine. Ma proprio durante la serata, Hubert rivela che un altro ricercatore è in procinto di pubblicare sullo stesso argomento, scatenando la frustrazione di Henri. E mentre il pianto insistente del figlio risuona tra una portata e l’altra, le maschere della buona educazione cominciano a cadere. Vecchi rancori, tensioni sopite e verità taciute emergono con forza, trasformando la serata in un campo di battaglia emotivo. Elemento distintivo di questo testo di Yasmina Reza è la sua struttura originale: la stessa serata viene raccontata tre volte, in tre variazioni, ognuna dal punto di vista di un personaggio diverso. Ogni nuova versione ci invita a cambiare prospettiva, sovverte gli equilibri e svela lati inaspettati della vicenda, rendendo la narrazione sempre più sorprendente. Un brillante gioco teatrale sulla percezione, la verità e le relazioni umane, tra ironia, tensione e colpi di scena che vede protagonisti Ugo Dighero e Mariangeles Torres. “Tre varianti di una stessa serata – scrive Luigi Saravo, regista dello spettacolo – mostrano allo spettatore che la realtà cui assiste si manifesta nella sua effettiva interezza solo attraverso diverse versioni di sé. Il testo si offre, così, come uno straordinario gioco interpretativo che si muove su un registro di tragica comicità, capace di rimodellare il punto di vista dello spettatore e offrirgli chiavi insperate per poter accedere a una visione profondamente ironica della realtà. Seguendo questo straordinario gioco, l'autrice, passo dopo passo, ci conduce attraverso le aspirazioni e le vanità dei suoi personaggi, come si trattasse di un viaggio all'interno di una delle galassie di cui nel testo si parla, fino a raggiungerne il buco nero che vi giace al centro, ovvero il senso drammaticamente comico della nostra solitudine”.
PRIMA MILANESE
ideazione e direzione artistica Giulia Staccioli
assistente alle coreografie Irene Saltarelli
con Kataklò Athletic Dance Theatre
disegno luci Fabio Passerini
musiche Antonio Vivaldi, Max Richter
sound design Giulia Staccioli
produzione KUBO Srl Impresa Sociale SSD
Durata: 65 minuti Sotto la guida artistica di Giulia Staccioli, Seasons nasce come uno spettacolo ambizioso, concepito nel 2024 su richiesta dei maestri Gianna Fratta e Dino De Palma. Dopo lo splendido debutto al Teatro Antico di Taormina e al Teatro Greco di Siracusa con orchestra dal vivo, il progetto ha intrapreso un'evoluzione sorprendente, trasformandosi in un’opera adattabile a spazi non convenzionali. Questo processo creativo ha arricchito la produzione di nuove sfumature e significati, culminando in Seasons - Oltre le Stagioni. Il cuore pulsante dell’opera è la sua visione innovativa. La capacità di combinare tradizione e modernità trova espressione nei celebri concerti per violino di Vivaldi, riarrangiati dal compositore contemporaneo Max Richter. Le armonie di Richter, che mescolano sonorità classiche e moderne, si intrecciano con i suoni evocativi della natura per creare un'atmosfera unica. Su questa tela sonora, viene dipinto un racconto visivo che esalta la potenza espressiva dei sei danzatori Kataklò. I corpi dei danzatori si trasformano in simboli della natura: messi dorate, foglie che danzano, rami che si intrecciano. Ogni movimento racconta la connessione profonda tra l’essere umano e l’ambiente, una tematica che viene esplorata con una sensibilità unica e profonda. La visione di Staccioli si estende anche alla scenografia, essenziale ma evocativa, e alla scelta accurata di luci e colori, che immergono lo spettatore in un paesaggio in continua evoluzione. Ogni dettaglio riflette il desiderio di creare un'opera che trascenda il tempo e lo spazio. “Seasons - Oltre le Stagioni è un'esplorazione dei cicli della vita, un'ode alla bellezza della natura e alla complessità dell'essere umano", afferma la direttrice artistica, descrivendo un'opera che non si limita a intrattenere ma invita a riflettere sulla nostra connessione con il mondo naturale e con noi stessi. In un unico atto di 65 minuti, lo spettacolo incarna il linguaggio coreografico innovativo Kataklò che fonde atletismo, tecnica e poesia visiva.
EUMENIDI
ispirato a Eumenidi di Eschilo regia Serena Sinigaglia adattamento drammaturgico Serena Sinigaglia e Gabriele Scotti traduzione del testo greco a cura di Maddalena Giovannelli e Nicola Fogazzi con Francesca Ciocchetti, Matilde Facheris, Maria Pilar Pérez Aspa, Arianna Scommegna, Giorgia Senesi, Sandra Zoccolan, Debora Zuin scene Maria Spazzi costumi Emanuela Dall’Aglio luci Alessandro Verazzi cori Francesca Della Monica sound design e musiche Lorenzo Crippa movimenti Alessio Maria Romano assistente alla regia Elena Riccardi assistente ai costumi Ilaria Strozzi assistente ai movimenti Stefano Carenza sarte realizzatrici Anna Gaiti e Ludovica Gavioli foto Serena Serrani produzione ATIR, Nidodiragno/CMC produzioni e Teatro Carcano
Note di regia di Serena Sinigaglia Lo studio dei classici greci, e in particolare le Eumenidi di Eschilo, è stato per me una folgorazione: il racconto del passaggio da una giustizia arcaica, incarnata dalle Erinni, a una giustizia maschile, voluta da Atena, fondata sul primato del padre e sull’ordine. Tutta, tutta del padre io sono è un viaggio dentro Eumenidi, condotto con lo stesso gruppo di Supplici, come laboratorio permanente sui classici in chiave corale e contemporanea. Le sette attrici sono le Eumenidi e la storia è raccontata dal loro punto di vista. La riscrittura parte dalla fine: le Erinni, ormai addomesticate da Atena, cercano a ritroso il proprio passato. Se Eschilo racconta il passaggio da Erinni a Eumenidi, noi tentiamo il percorso opposto, interrogando il mito e la storia: è esistito un tempo governato dal principio femminile? E cosa è accaduto poi? Nello scontro tra Erinni e Atena si fondano i principi politici e sociali che ancora ci governano. Maschile e femminile, forze arcaiche presenti in tutti noi, continuano a muovere il mondo.
Note di regia di Serena Sinigaglia Lo studio dei classici greci, e in particolare le Eumenidi di Eschilo, è stato per me una folgorazione: il racconto del passaggio da una giustizia arcaica, incarnata dalle Erinni, a una giustizia maschile, voluta da Atena, fondata sul primato del padre e sull’ordine. Tutta, tutta del padre io sono è un viaggio dentro Eumenidi, condotto con lo stesso gruppo di Supplici, come laboratorio permanente sui classici in chiave corale e contemporanea. Le sette attrici sono le Eumenidi e la storia è raccontata dal loro punto di vista. La riscrittura parte dalla fine: le Erinni, ormai addomesticate da Atena, cercano a ritroso il proprio passato. Se Eschilo racconta il passaggio da Erinni a Eumenidi, noi tentiamo il percorso opposto, interrogando il mito e la storia: è esistito un tempo governato dal principio femminile? E cosa è accaduto poi? Nello scontro tra Erinni e Atena si fondano i principi politici e sociali che ancora ci governano. Maschile e femminile, forze arcaiche presenti in tutti noi, continuano a muovere il mondo.
Dal 18 al 21 marzo 2027
di Jon Fosse
traduzione Thea Dellavalle
un progetto di DELLAVALLE/PETRIS
con (in o.a.): Anna Bonaiuto NORA; Irene Petris DONNA; Roberta Ricciardi RAGAZZA; Emanuele
Righi OMBRA; Giuseppe Sartori UOMO
regia Thea Dellavalle
suono Franco Visioli
scene Francesco Esposito
costumi Marta Balduinotti
produzione Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Lido51
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd; per gentile concessione di Colombine Teaterförlag
Durata: 70 minuti
TOO LATE nasce come progetto, ideato da Thea Dellavalle e Irene Petris, a partire da un testo
inedito con una radice non puramente teatrale (un libretto d’opera) da cui trapelano atmosfere che
vanno oltre il tempo e lo spazio e, nella maestria della scrittura di Jon Fosse, si evocano fantasmi o
accenti del teatro di Henrik Ibsen, ma anche di Čechov e Samuel Beckett.
Benché l’autore norvegese abbia più volte sottolineato che non bisogna «leggere i suoi testi per la
trama» e che «scrivere dischiude dimensioni dell’esistenza che non si possono spiegare», TOO
LATE ritorna ai temi di Ibsen, immaginando un ritorno alla Casa di bambola, con una Nora anziana
che fa i conti con le scelte di una vita: il “troppo tardi” le fa scoprire che i conti con il passato e i
frammenti di una vita non sempre si ricompongono. Le ombre si allungano, ma sono ombre che
appartengono a tutti. La vita, i rapporti, i momenti, le fratture si ripetono: abbandoniamo e siamo
abbandonati, siamo egoisti per noia o per necessità interiore, amiamo e non siamo ricambiati,
spesso non riusciamo a non mentire, raramente ci sentiamo compresi. Il titolo lo dice, è troppo
tardi (“c’è qualcosa per cui è troppo tardi?”).
Thea Dellavalle e Irene Petris frequentano gli inediti di Jon Fosse da circa un decennio: il primo
incontro con l’universo letterario di Jon Fosse, nel 2014, con Suzannah (per il RIC Festival di Rieti
ATCL-Lazio, con il sostegno de Il Mulino di Amleto) – protagonista Bruna Rossi (nel ruolo di
Suzannah, la moglie di Henrik Ibsen) con Irene Petris e Barbara Mazzi. Lo spettacolo sarà inserito
all’interno del progetto del teatro di Roma, Trittico Jon Fosse, la stagione successiva. Due stagioni
dopo, l’interesse per Fosse porta alla messinscena di un altro inedito, The dead dogs (progetto
Forever Young – Corte Ospitale 2017/18).
Anna Bonaiuto, signora della scena che ricordiamo per memorabili ruoli da protagonista tra teatro,
cinema e fiction (aveva interpretato una indimenticabile Hedda Gabler di Ibsen, con la regia di Carlo
Cecchi) ha abbracciato la proposta delle più giovani Dellavalle e Petris e condivide la scena con un
gruppo di attori che interpretano ombre, fantasmi della sua stessa vita: Irene Petris, Roberta
Ricciardi, Emanuele Righi, Giuseppe Sartori.
Da ricordare il lavoro sul suono, quasi una drammaturgia di Franco Visioli – compositore e sound
designer – le cui creazioni hanno accompagnato molti dei più grandi registi degli ultimi decenni e
sono state premiate dal Leone d’Oro alla carriera nel 2020.
Nora_TOO LATE, nella sua stesura originale è un libretto d’opera scritto da Jon Fosse per l’opera
lirica omonima, su musica dell’autrice Du Wei (cinese, classe 1978), molto nota e attiva in patria
ma anche in America, Nord-Europa e Danimarca, mai rappresentata in Italia. L’opera ha debuttato
in Cina, a Tianjin, nell’ottobre del 2014, nella stagione successiva a Bodø, Tromsø, Trondheim in
Norvegia.
La trama
Una donna anziana inizia la sua giornata ripercorrendo, attraverso i ricordi, i momenti decisivi
della sua vita. Il suo ricordo chiama in scena altre presenze, non solo una sé stessa più giovane,
protagonista in pochi quadri insieme al marito che delineano un rapporto di coppia in cui si
possono leggere passione, stanchezza, insoddisfazione e crisi, fino alla ribellione e il nuovo amore
del marito, una ragazza più giovane. Nora rimane sempre in scena, mentre le apparizioni si
susseguono, legata ai gesti concreti del suo dipingere. Si va ricostruendo un filo e la certezza si
scioglie in un andamento ondivago. Nel flusso dei pensieri e dei ricordi, Nora si interroga e
l’inquietudine diventa ossessione, gli slanci perdono di impeto e brillantezza, finché ritrovano nuove
energie in una mano da stringere o in una tela da ricoprire di vernice bianca, per avere la
sensazione di ricominciare da capo. La donna anziana è riflessa in tre donne, compresenti senza
incontrarsi, sono tre donne di età diverse, ognuna è Nora ma è anche altro da lei. E anche l'Uomo
non è solo, è doppio, si muove nello spazio sempre accompagnato dalla sua Ombra. La loro
compresenza apre degli squarci di riflessione sul passato, ma anche sul futuro.
Note di regia di Thea Dellavalle
Avevo ragione (?) Avevo torto (?) Era migliore la vita (?)
[Ride tra sé] Come se la vita fosse migliore
[pausa abbastanza breve]
Come se la vita fosse migliore.
[pausa abbastanza breve]
Ho fatto quello che ho fatto. Ho fatto quello che dovevo fare. Ho fatto quello che pensavo di dover
fare,
questo era tutto quello che potevo fare
questo era tutto quello che potevo pensare.
Non pensavo di poter fare nient’altro è questo che ho pensato è questo che ho fatto
In TOO LATE, Jon Fosse ci mette di fronte alla scelta di una "nuova Nora" una donna che ha
lasciato il marito e i figli per poter diventare artista. Si è lasciata la vita alle spalle per ricominciare
e non è mai tornata indietro. Siamo nel suo sguardo e nel suo pensiero mentre, a distanza di anni,
ripercorre inquieta la sua vita e le ragioni della scelta e viene visitata dalle presenze di un passato
che cerca di ricomporre.
Ricordi e visioni, fantasie e paure si mescolano alle domande del presente. La Nora ibseniana di
Casa di bambola è un'eco che scorre sottotraccia, esempio letterario di emancipazione che Fosse
mette in attrito con un presente vicino a noi. I grandi temi della vita, l'arte, la creazione, il tempo, la
prospettiva della fine trovano la loro forza in un quotidiano continuamente reinventato. La vita
come una successione di tele bianche che aspettano di essere riempite.
L’inizio della nuova vita di Nora inizia da una porta aperta e poi sbattuta. Come gesto fondante
della sua nuova condizione immaginiamo che questa scena ritorni più volte durante il testo.
Un’immagine ricorrente nella mente di Nora. Una porta chiusa è una scelta. Il tempo è protagonista
ed è il passato. È la storia di un dopo, di un prima visto con gli occhi del dopo, con le risposte del
dopo, con le delusioni del dopo, con il sorriso che è solo del dopo. Le ragioni di un tempo
sbiadiscono, vacillano: perché non è più quel momento, perché siamo stanchi, ma dobbiamo,
vogliamo ripeterci, anche se non siamo più così convinti, che la scelta giusta sia stata quella
giusta. Il titolo lo dice, è troppo tardi. C’è qualcosa per cui è troppo tardi.
La scrittura scarna di Fosse lascia la possibilità di immaginare. Una suggestione è il rimando a Sei
personaggi in cerca d’autore: i ricordi di Nora sono i personaggi della sua propria storia, momenti
che si presentano sulla soglia e chiedono di essere rivissuti o attraversati. Un tema estremamente
affascinante è la possibilità di interazione tra Nora e i personaggi della sua mente in un rapporto
di compresenza e di alternanza. Se non possiamo davvero capirci – sembra dire Fosse – cogliere
il nostro limite comune può aiutarci a fraintenderci meglio. Allora: per cosa è troppo tardi? Adesso
è troppo tardi allora era troppo tardi, è sempre troppo tardi? è la distanza tra vivere e aver
compreso cosa è successo? è una distanza che si può davvero percorrere?
Noi siamo di fronte a Nora. Possiamo entrare gradualmente dentro di lei? a chi sta parlando? si sta
spiegando? si sta interrogando? perché non può smettere di farsi domande? sta cercando un
modo come un altro per passare il tempo? dove siamo noi rispetto al suo spiegarsi? possiamo
essere uno specchio? Un muro? un pubblico?
Dal 2 al 4 aprile 2027
di Cristian Ceresoli
musiche G. Casadei, C. Ceresoli, S. Piro, A. Pizzicato
voce Silvia Gallerano
voce Fabio Monti
fisarmonica Gianluca Casadei
direzione musicale Stefano Piro
alle lettere di un bambino a Dio Nicola Ceresoli
coretto della gioia (voci bianche) Vera Bencivelli, Lara Ceresoli, Nicola Ceresoli, Romeo De
Angelis, Olivia Monti, Teresa Monti
e con Francesca Risoli, Federica Ugolini
direzione tecnica Giorgio Gagliano
produzione Popolo Migrante di Spin Time, Frida Kahlo Productions
in collaborazione con Mismaonda
e il contributo di Teatro Di Dioniso, Produzioni Fuorivia, Teatro De Gli Incamminati
e la comunità della scuola Di Donato di Roma
La Rivolta dei Bambini contro lo squallore delle guerre, una festa cantata sotto l’Alto Patrocinio del
Parlamento Europeo.
Uno spettacolo musicale dove a ballare sono i corpi di chi ascolta e si lascia trascinare, cantando,
in coro, da una banda di dodici ragazzini che con il loro entusiasmo si ribella allo squallore delle
guerre scatenando una festa mondiale che, per un momento, sembra davvero cambiare la storia.
Dopo quasi mille repliche in tutto il mondo e il successo e i premi internazionali per lo spettacolo
precedente, ecco la nuova opera di Cristian Ceresoli interpretata e cantata da Silvia Gallerano con
un cast eccezionale che invita il pubblico a cantare contro tutte le guerre che si abbattono sui
bambini. Una rivolta in forma di spettacolo che al suo debutto all'Auditorium Parco della Musica è
stata salutata dalla critica e dal pubblico come il geniale incontro tra Jesus Christ Superstar,
Mistero Buffo di Dario Fo e la musica di Goran Bregović. Se non si grida evviva la libertà ridendo,
non si grida evviva la libertà!
Dall’8 all’11 aprile 2027
con Pamela Villoresi, Giulio Corso, Francesco Foti, Alice Spisa
e con Cristina Todaro e Giacomo Andrea Faroldi
testo e regia Giancarlo Nicoletti
scene Alessandro Chiti
musiche Mario Incudine
costumi Giuseppe Ricciardi
disegno luci Giuseppe Filipponio
aiuto regia Giuditta Vasile
produzione Altra Scena & L'Altro Teatro
in collaborazione con il Festival Teatrale Di Borgio Verezzi
con il contributo del Ministero Della Cultura - Direzione Generale Spettacolo dal Vivo
assistente dramaturg e regia Francesco Benedetto
aiuto scenografo Adelaide Scrivano
direttore di produzione Rosy Tranfaglia
organizzazione Giacomo Costa
amministrazione Cinzia Storari
distribuzione Lia Zinno
direttore di scena Maurizio Colurcio
tecnico luci fonica Vincenzo Palma
service audio luci Gianchi Srl
parrucche Studio 13
si ringrazia l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”
Roma, inverno 1944. La città è allo stremo sotto il giogo nazista e in un appartamento del centro
una famiglia deve fare i conti con un passato inquietante che presenta il conto. Mentre gli Alleati
sono alle porte, i tedeschi rastrellano e gli eventi stanno per precipitare, la guerra civile diventa
domestica ed entra nelle mura, devastando gli equilibri e riscrivendo i rapporti di sangue. Ognuno è
costretto a scegliere e nessuno può dirsi innocente.
Pamela Villoresi, Giulio Corso, Francesco Foti e Alice Spisa sono fra i protagonisti del nuovo lavoro
drammaturgico di Giancarlo Nicoletti (1984, I due Papi, Elena, la matta): una riscrittura inedita
dell’Orestea ambientata nella Roma occupata della Seconda Guerra Mondiale. Il testo è un
avvincente thriller familiare che intreccia eventi reali e finzione teatrale, facendo convivere il fatto
storico e la libertà della narrazione. In scena anche Cristina Todaro e Giacomo Andrea Faroldi, con
le musiche originali di Mario Incudine, le scene firmate da Alessandro Chiti, i costumi da Giuseppe
Ricciardi e le luci da Giuseppe Filipponio.
Il mito tragico attraversa il Novecento italiano e lo illumina dall’interno: non come citazione ma
come struttura del conflitto. Vendetta o giustizia, silenzio o responsabilità, memoria o rimozione
diventano domande urgenti, incarnate in gesti quotidiani che assumono un peso insostenibile. La
storia invade le vite comuni non come cornice narrativa, ma in quanto presenza viva: quando il
tempo stringe e le conseguenze sono immediate, anche ciò che sembra minimo diventa decisivo.
La scrittura costruisce un racconto che procede per tensione e accumulo, alternando dialoghi
serrati e improvvise fratture, accompagnando lo spettatore dentro una casa che è insieme rifugio e
trappola, fino a un punto di non ritorno in cui la dimensione privata e quella collettiva si
sovrappongono. Elettra 1944 è una storia avvincente che incolla lo spettatore alla poltrona,
trasportandolo in un tempo in cui non esistono scelte semplici e raccontando cosa succede
quando la Storia smette di essere lontana e costringe a decidere, qui e ora.
SINOSSI - Un’Orestea italiana in tempo di guerra
Roma, inverno 1943-44. In una casa borghese della capitale, mentre la città è occupata dai nazisti
e la guerra stringe d’ assedio le vite quotidiane, una famiglia si ritrova dopo anni di separazioni e
lutti. Il padre è morto, una figlia è stata uccisa durante il conflitto, e la madre ha ricostruito un
fragile equilibrio accanto a un uomo legato al potere fascista. Il ritorno del figlio Flavio e il
coinvolgimento clandestino della figlia Alma nella Resistenza fanno crollare quella stabilità
apparente. Quando emerge che la madre, per proteggere la famiglia, ha accettato compromessi e
denunciato chi le era più vicino, il conflitto esplode: ciò che era stato fatto in nome dell’amore
diventa colpa, ciò che era protezione diventa tradimento. I due figli riconoscono nel presente della
loro casa una storia antica: quella di Elettra e Oreste. La vendetta contro la madre e contro l’uomo
che ha preso il posto del padre sembra inevitabile, inscritta nel sangue e nella memoria. Ma
fermarsi e scegliere un limite diventa l’atto più difficile. Intanto, per le strade della città, la Storia
incalza. Il rastrellamento del Ghetto, l’attentato di via Rasella, le Fosse Ardeatine, le rappresaglie e
la paura quotidiana entrano nel racconto come una pressione costante, mentre l’avanzata degli
Alleati e l’attesa della Liberazione sembrano promettere una fine che, dentro la casa, non arriva mai
davvero. I fatti storici non restano sullo sfondo, ma attraversano le scelte, le parole e i silenzi,
determinando il destino dei legami familiari. La costruzione della Repubblica che verrà diventa,
così, l’ atto fondativo di un nuovo ordine, familiare e sociale.
Dal 13 al 18 aprile 2027
di Eric Assous
con Luca Bizzarri, Enzo Paci, Antonio Zavatteri
e altri attori in via di definizione
regia Alberto Giusta
coproduzione CMC/Nidodiragno | Teatro Stabile di Verona
Max (Luca Bizzarri), Paul (Enzo Paci) e Simon (Antonio Zavatteri) sono amici da trent’anni.
Un'amicizia vera, inossidabile e gioiosa. La loro vita professionale è un successo, il bilancio della
loro vita privata un po' meno. Una sera, i tre amici si ritrovano a casa di Max per il loro consueto
poker. Ma Simon arriverà con quasi un’ora di ritardo dando ai due amici una motivazione
sconvolgente. La partita di poker non avrà mai inizio e noi assisteremo a una serie di scontri
verbali che potrebbero portare a una rottura definitiva della loro consolidata amicizia. E le donne
saranno le assolute protagoniste di tutti i conflitti che si creeranno.
Le Nostre Donne è una commedia francese dell’autore contemporaneo franco-tunisino Eric
Assous (ha vinto il Molière come miglior autore francofono nel 2010 per L'Illusione Coniugale) in
cui si sono cimentati i mostri sacri del cinema e del teatro d’oltralpe: dopo il grande successo al
Theatre de Paris con Jean Reno e Daniel Auteuil in scena, lo stesso co-protagonista e regista
Richard Berry ha realizzato nel 2015 il film omonimo (Nos femmes) con lo stesso Auteuil.
Una commedia comica e intelligente, magistralmente dosata in perfetto stile francese: raffinata e
dissacrante, leggera e spietata al tempo stesso, dal ritmo inarrestabile che gioca con il
ribaltamento dei ruoli e con i colpi di scena. Una prova d’attore tutta al maschile, in cui le donne
del titolo non ci sono fisicamente, ma invadono comunque la scena: amate, odiate, rimpiante,
assenze materializzate dai discorsi dei loro uomini in crisi.
In scena un nome notissimo come Luca Bizzarri recentemente tornato al suo primo amore, il
teatro, Enzo Paci, apprezzato protagonista della film di Rai uno Come è umano lei sulla vita di Paolo
Villaggio e Antonio Zavatteri, attore e regista teatrale, spesso apprezzato in fiction e film. Tutti e tre – come il regista Alberto Giusta – sono diplomati alla Scuola dello Stabile di Genova, un vero
marchio di fabbrica.
Dal 20 al 25 aprile 2027
di Michael Frayn
TKC The Kitchen Company
traduzione Filippo Ottoni
regia Massimo Chiesa
musiche Monty Python
personaggi e interpreti (in ordine di apparizione) Daria D’Aloia (SIGNORA CLACKETT e Dotty Otley),
Fabrizio Careddu (REGISTA Lloyd Dallas), Mauro D’Amico (ROGER TRAMPLEMAIN e Garry
Lejeune), Susanna Valtucci (VICKI e Brooke Ashton), Lidia Castella (ASSISTENTE Poppy Norton
Taylor), Lorenzo Tolusso (PHILIP BRENT, UNO SCEICCO e Frederick Fellowes), Caterina Cottafavi
(FLAVIA BRENT e Belinda Blair), Fabio Facchini (DIRETTORE DI SCENA Tim Allgood), Marco
Zanutto (UNO SCASSINATORE e Salsdon Mowbray)
produzione Dada - Associazione culturale
Rumori fuori scena di Michael Frayn è un’irresistibile e pluripremiata commedia inglese. Dal suo
debutto ad oggi, ha fatto divertire milioni di spettatori ed ha raggiunto un numero di messe in
scena e di repliche tale da spingerla in vetta alla classifica delle commedie più rappresentate al
mondo. Considerato il capolavoro comico per eccellenza, è scandita da un ritmo inarrestabile che
porta lo spettatore a ridere fino alle lacrime.
Rumori Fuori Scena è lo spettacolo più rappresentato dalla The Kitchen Company; a Genova è stato
replicato per ben 249 serate totalizzando 66.422 spettatori, molti dei quali lo hanno visto più di una
volta, alcuni lo hanno visto più di cinque volte, e alcuni “folli” lo hanno visto più di dieci volte! Uno
spettacolo imperdibile! Dal 2012 ad oggi la The Kitchen Company ha messo in scena i propri
spettacoli solo a Genova, ma nel gennaio 2025 ha portato Rumori fuori scena al Teatro di Fiesole
per 49 repliche, ed ha inanellato una serie continua di “tutti esauriti” facendo registrare 14.063
spettatori e diventando lo spettacolo più visto, nella scorsa stagione, a Firenze e provincia.
Suddiviso in tre atti, è un riuscitissimo osservatorio sul mondo del teatro e sulle sue infinite,
sorprendenti, e rocambolesche dinamiche interne. Racconta tre momenti della vita di una
Compagnia teatrale professionale.
Nel primo atto assistiamo alla prova generale di una farsa dal titolo “Con niente addosso” e
iniziamo a conoscere i componenti della Compagnia, il regista, la sua assistente, il direttore di
scena e ovviamente le attrici e gli attori che la compongono. Lo spettacolo è decisamente non
pronto per la “prima” della sera successiva.
Nel secondo atto spiamo ciò che generalmente gli spettatori non possono vedere, ovvero il dietro
le quinte di una trentesima replica in tournée; possiamo carpire le tensioni tra i componenti della
compagnia, gli amori e le relative gelosie ma più che altro assistiamo a un certo decadimento della
farsa messa in scena.
Nel terzo atto ritroviamo la Compagnia alle prese con una centesima replica dagli esiti
catastrofici ed inevitabilmente esilarante.
La critica su Rumori fuori scena di Michael Frayn della The Kitchen Company
Il pubblico ride in un crescendo contagioso, mentre applaude più volte a scena aperta gli attori.
La Stampa
Teatro pieno. Applausi a scena aperta. Irresistibili.
Il Secolo XIX
The Kitchen Company in “Rumori fuori scena”: Quando la platea scoppia di risate. Se a teatro si
piange dal ridere.
Il Giornale
Una commedia ultracomica. Adrenalina, energia, entusiasmo e calore: anche su tutto ciò si basa il
successo di Rumori fuori scena. Spettacolo incalzante e travolgente!
La Repubblica
Il pubblico ride fino alle lacrime, bimbi compresi che saltano estasiati sulle poltroncine
Mentelocale
Il copione, che per la sua struttura raddoppia gli equivoci normalmente previsti in un normale
vaudeville, richiede tempi e incastri perfetti. E, nel manovrare questa macchina, interpreti e regista non
sbagliano un colpo.
I
l Secolo XIX
Dal 4 al 9 maggio 2027
di Aristofane
traduzione Nicola Cadoni
adattamento Emanuele Aldrovandi e Serena Sinigaglia
regia Serena Sinigaglia
con Lella Costa
e con (in ordine alfabetico) Marco Brinzi, Stefano Orlandi, Maria Pilar Peréz Aspa,
Giorgia Senesi, Irene Serini
scena Maria Spazzi
disegno luci Alessandro Verazzi
costumi Gianluca Sbicca
musiche Filippo Del Corno
consulenza musicale Sandra Zoccolan
musiche registrate da Sandra Zoccolan (voce) insieme a Ensemble Sentieri Selvaggi (Paola Fre,
flauti; Luca Gusella e Andrea Dulbecco, percussioni)
coreografie Alessio Maria Romano
assistente scenografa Chiara Modolo
assistente alla regia Arianna Sorci
foto Serena Serrani
video Alberto Sansone
produzione INDA e Teatro Carcano
Durata: 80 minuti
Note di regia di Serena Sinigaglia
Lisistrata parla di guerra. O meglio parla di chi non ne può più di subire o fare la guerra. Il
paradosso di Aristofane, a distanza di secoli, mi appare tutt’altro che un paradosso: se le donne di
tutti i fronti di guerra si unissero sotto la bandiera della pace, negandosi ai mariti o ai propri
compagni, non cesserebbero gli scontri armati e le battaglie? Ma spingiamoci oltre, oltre la rigida
definizione di genere: se davvero chiunque, uomo o donna che sia, opponesse alla volontà di
guerra lo sciopero del sesso, non si otterrebbe la pace?
Lisistrata parla d’amore, un amore laico, potente, felice e giocoso. Questo mi sorprende e
commuove. “Fate l’amore, non fate la guerra!” recitava un noto slogan pacifista degli anni
Sessanta. Cinesia e Mirrine si amano, i vecchi e le vecchie ritrovano lo spirito e la complicità di
coppia di un tempo; l’astinenza dall’atto sessuale non è mai descritta in quest’opera come un mero
bisogno meccanico ma come naturale prolungamento, meravigliosamente concreto e dunque
corporeo, di un caldo sentimento di unione e condivisione, che vuole la vita e non la morte. Di
fronte ai continui femminicidi, alla drammatica quanto insopportabile discriminazione di genere, di
fronte a quella che per certi versi mi appare oggi come una vera e propria crisi delle coppie etero (e
forse di tutte le coppie, ma restiamo su quelle etero), Lisistrata ci suggerisce la strada: reimparare
la grammatica dell’amore. Che se non ce l’hai, sei perduto, che se non ce l’hai, poi, fai la guerra.
Uomo e donna, oggi, che tornano ad amarsi e rispettarsi, ecco la vera rivoluzione! Sappiamo bene
che al mondo non sono solo e sempre gli uomini a volere la guerra, ci sono anche donne,
nell’esercito e nei più importanti luoghi di potere, a volerla. Sarebbe riduttivo oggi pensare alla
donna assolutamente pacifista e all’uomo assolutamente guerrafondaio.
Credo che esistano due forze, due principi dentro ogni essere umano, al di là del genere biologico:
il principio maschile e quello femminile. Il principio maschile è un principio normativo, che si fonda
sulla legge del più forte per mantenere la pace e dunque il suo strumento principale per dirimere i
conflitti è la guerra. E certamente il principio maschile che ha prevalso nella storia umana, il
principio fallico su cui si fonda il patriarcato che ha represso e schiacciato l’altra forza, l’altro
principio, quello femminile. Il femminile è un principio creativo, generativo, anarchico, vitale, a volte
caotico, sicuramente complesso, che si fonda sulla legge di natura e dunque sull’istinto di
sopravvivenza, i suoi strumenti sono l’accoglienza e l’accudimento. L’azione del tessere, così
centrale nel testo in quanto metafora del buon governo, è azione tipicamente femminile, ed è
un’azione che lega, unisce e protegge. Cosa sarebbe il mondo se a prevalere fosse proprio la forza
del femminile?
Questi temi rendono Lisistrata eterna e come tale ho cercato di costruire, con i miei straordinari
collaboratori, uno spettacolo che non avesse un tempo definito, giocando a citare l’antico e il
contemporaneo continuamente. Ho cercato la danza dei corpi, l’ebbrezza dei fanciulli, la
concretezza dei corpi. Ho cercato leggerezza e grazia, anch’esse così indissolubilmente legate alla
sfera del femminile, anch’esse portatrici di un messaggio semplice e rivoluzionario di pace.
Si ride, si ride moltissimo in Lisistrata ma di una risata profonda che ci libera e ci predispone
all’amore più bello, quello degli uni con gli altri, avvinti tutti dalla meravigliosa fragilità e
contraddizione della nostra condizione umana.
Dal 18 al 23 maggio 2027
Tratto dall’omonimo film rivelazione di Eagle Pictures e Weekend Films
con i protagonisti del film
Samuele Carrino nel ruolo di Andrea, Sara Ciocca nel ruolo di Sara
e con Rossella Brescia nel ruolo di Teresa
adattamento Massimo Romeo Piparo e Roberto Proia
regia Massimo Romeo Piparo
direzione musicale Emanuele Friello
coreografie Dalila Frassanito
scene Teresa Caruso
costumi Cecilia Betona
luci Umile Vainieri
suono Stefano Gorini
produzione Peep Arrow Entertainment
Dal film che ha commosso l’Italia il Musical diretto da Massimo Romeo Piparo
La storia di Andrea Spezzacatena, il quindicenne che si tolse la vita perché vittima di bullismo e
cyberbullismo, dopo il debutto in prima assoluta della scorsa Stagione al Teatro Sistina di Roma,
sarà in scena nei teatri italiani con il musical Il ragazzo dai pantaloni rosa diretto da Massimo
Romeo Piparo, che firma l’adattamento con Roberto Proia, sceneggiatore dell’omonimo film
campione d’incassi prodotto da Eagle Pictures e Weekend Films. L’adattamento è in forma di juke
box musical, e comprende una playlist di canzoni popolarissime del pop-rock italiano scelte come
parte del racconto. Tra le altre, il brano di Arisa Canta ancora, reso celebre dal film e premiato ai
Nastri d'Argento come migliore canzone originale, 100 messaggi, A modo tuo, Gigante, Il filo rosso,
La fine, Sogna ragazzo sogna, Una musica può fare, Volevo essere un duro, e altre ancora, tutte
arrangiate per il Musical dal maestro Emanuele Friello.
Con l’inedita versione teatrale tratta dal film, Piparo sceglie di puntare tutto sulle emozioni,
veicolando un messaggio di altissimo valore sociale. Il commovente racconto di una vicenda che
riguarda tutti – ragazzi, famiglie, educatori, istituzioni – mira a raggiungere il cuore degli spettatori
e a stimolare una riflessione profonda attraverso l’arte, la bellezza e la musica, non solo per
denunciare un fenomeno purtroppo ancora dilagante, ma anche per guardare al futuro con
rinnovata fiducia e speranza.
“Spesso il lavoro di noi creativi e comunicatori si scontra con l’aderenza alla realtà che ci circonda.
Ma il valore più grande che ha il Teatro è quello di fare da specchio alla società per far riflettere le
spettatrici e gli spettatori nelle loro virtù e debolezze. Ecco che ogni tanto, nel grande mare
dell’intrattenimento dal vivo – a volte tempestoso ma spesso piatto e schifosamente calmo –
puntare la barra del timone su un’isola felice diventa vitale. Il ragazzo dai pantaloni rosa diventa per
me una pietra miliare – dichiara Massimo Romeo Piparo – non solo una tappa di un percorso
bensì l’approdo a una forma di creatività tout court che mi ha spinto a immaginare un intero
spettacolo partendo da una forma di racconto totalmente diversa e lontana dal musical (il film
cinematografico) per approdare ad un esempio di vero e proprio juke-box musical grazie alle
“lezioni” che ho potuto ricevere sul campo cimentandomi in passato con capolavori come Mamma
Mia!, We will rock you o il recentissimo Moulin Rouge! Il Musical.
Ho apprezzato moltissimo la forza dirompente con cui Teresa Manes, la mamma del ragazzo a cui
il nostro racconto si ispira, ha voluto fortemente regalarci la sua dolorosissima esperienza: da
genitore, credo che non esista un dolore più dilaniante di questo. E ho altresì ammirato la chiave di
racconto che ha scelto Roberto Proia nella sua sceneggiatura affinché di questa tragedia
emergesse l’aspetto più luminoso – se mai si potesse ipotizzarne uno – che è la voglia di guardare
avanti saltando il mero tragico episodio per evidenziarne le cause che lo hanno preceduto. Nel
contribuire umilmente al racconto attraverso un’opera ancora più evoluta – perché comprensiva
anche della musica, linguaggio universale che coinvolge e unisce – ho addirittura voluto riportare
idealmente Andrea “tra noi” nella veste di narratore, una sorta di “voce del pensiero” tipo “se oggi
fossi ancora qui…”, rendendo più leggero il racconto nella speranza che arrivi il messaggio che il
sacrificio di Andrea possa non essere vano ma riesca a far fermare gli adolescenti per un paio
d’ore a pensare quanto sarebbe bello se tutti rispettassimo l’individualità degli altri senza affrettati
giudizi e senza quella maledetta, tremenda, aberrante ricerca delle pecorelle contro cui farsi leoni”.
Dopo un capillare tour nelle scuole italiane, il film Il ragazzo dai pantaloni rosa è approdato su
Netflix a maggio 2025, dove è rimasto per oltre un mese nella top ten dei film più visti. Il
lungometraggio, che ha ottenuto un grande successo di pubblico e critica, avrà anche un remake
americano diretto da Nick Cassavetes con riprese previste già da quest’anno negli Stati Uniti per
affrontare il tema universale del bullismo. Un obiettivo di sensibilizzazione già raggiunto dal film
campione di incassi, tratto dal libro scritto dalla madre di Andrea Spezzacatena, Teresa Manes.
Dal 28 al 29 maggio 2027
PRIMA NAZIONALE
regia e direzione artistica Davide Iacobone
produzione Accademia Ucraina di Balletto
corpo di ballo Formazione TAM
supporto drammaturgico Alessandro Pedrazzi
Viviamo in un presente saturo, in cui lo sguardo è costantemente catturato da una giostra di
visioni contrastanti: immagini che si sovrappongono, cancellandosi l'una con l'altra in un moto
perpetuo che mescola l’eco della violenza alla vacuità di ciò che è effimero. Qui, la realtà non è più
un luogo da abitare, ma un rumore di fondo che paralizza.
In scena, un campo da gioco, terreno di confronto costante fra due modi di resistere al presente.
Da una parte, un Don Chisciotte rigido, il cui sforzo per processare il peso del reale implode in rigori
e blocchi, come se si trattasse di un ingranaggio inceppato. Dall'altro lato del campo, ancora Don
Chisciotte, ma la sua nemesi, il suo opposto, un uomo che, nella follia, trova una crepa per evadere
poeticamente dalla realtà e che trasforma il dolore e la crudeltà in arte. Due Don Chisciotte non
come entità separate, ma frammenti di un’unica identità infranta, riflesso dell'uomo
contemporaneo, sospeso tra la necessità di esserci, presenziare e vedere, e l’intimo bisogno di
ritrovare una dimensione dell’esistere più umana, più intima. Ad osservarli - o governarli? - vi è la
figura di Sancio, entità “riflettente”, specchio vivente che testimonia silenziosamente questa
scissione, obbligando il protagonista a misurarsi con la propria immagine e con il costo di una
sintesi di sé non raggiunta.
La sfida radicale della performance è, in primis, quella di non offrire facili soluzioni al problema ma,
piuttosto, di rappresentare il doloroso attrito fra il desiderio di pace dell’individuo in un mondo
belligerante, lo iato fra le istanze del Sé e i desideri degli Altri, l’intimo bisogno di creatività
soggettivamente espressa e la pressione social(e) di rappresentarsi creativamente tutti allo stesso
modo.
Tutto questo viene rappresentato attraverso una danza che oscilla tra lo scatto nervoso e
nevrotico del quotidiano e l'abbandono all'irreale e al sogno, interrogando dinamicamente lo
spettacolo circa la natura stessa della sua libertà. Siamo carne da feed o eroi destinati ad essere
non compresi e marginalizzati? Preferisci abbandonarti al rassicurante schema delle cose, pur
divenendo prigione di te stessa/o, oppure sei disposto a gridare forte il tuo essere con il rischio di
diventare disturbo e, per alcuni, anche disturbato? Tra la rigidità di chi subisce il mondo e la follia di
chi, pericolosamente, lo reinventa, il campo è tracciato! Resti immobile, o hai il coraggio di
perderti?
Follow The Monday
Il pensiero in scena: idee e stimoli per affrontare la complessità dei nostri tempi
28 settembre ALESSANDRO BERGONZONI
12 ottobre JACOPO FO
19 ottobre MATTEO LANCINI
26 ottobre PAOLO COLOMBO
2 novembre DIEGO PASSONI
9 novembre TOMASO MONTANARI
16 novembre FEDERICO RAMPINI
23 novembre VITTORIO LINGIARDI
30 novembre PAOLO COLOMBO
4 gennaio SIGFRIDO RANUCCI
11 gennaio MARIA BOSCO / GEOPOP
25 gennaio PAOLO COLOMBO
8 febbraio TELMO PIEVANI
22 febbraio ALESSANDRO D’AVENIA
1 marzo SERENA DANDINI
8 marzo THONY/ORCHESTRA MULTIETNICA DI AREZZO
22 marzo NICCOLÒ FETTARAPPA
5 aprile JACOPO VENEZIANI
12 aprile DARIA BIGNARDI
19 aprile ASCANIO CELESTINI
26 aprile FRANCESCO PICCOLO
10 maggio CONCITA DE GREGORIO ED ERICA MOU
24 maggio GABRIELLA GREISON
28 settembre 2026, ore 20.30
ALESSANDRO BERGONZONI
Voto di Vastità
Anni fa, l’ho fatto, il voto di vastità.
No casta tantomeno castità.
Mai nell’arte nella letteratura.
Un voto una promessa.
Più che per chiedere (una) grazia per ringraziare di poter riuscire ad
espandere quell’impegno e quell’ingegno interiore ed ulteriore, per l’oltre
e per l’altro da me.
La vastità vuol esser una virtù d’amori apossessivi, ma ossessivi
dell’incanto.
Tutto qui? Purché sia sempre tutto, con tutti, ininterrottamente.
Un dono inestimabile, misterioso, segreto, secreto, e spettacolare.
Arcano e C/arcano.
12 ottobre 2026, ore 20.30
JACOPO FO
Com’è esser figlio di Franca Rame e Dario Fo
con Jacopo Fo
tratto dall’omonimo libro edito da Guanda
regia Felice Cappa
produzione C.T.F.R. srl
distribuzione Corvino Produzioni
“Un giorno mio padre mi regalò l’unico consiglio sulla scrittura che mi abbia mai dato: mi disse
che se mentre scrivi ti inchiodi e la storia non va più avanti, molto probabilmente hai preso una
deviazione sbagliata. Allora devi tornare indietro fino all’ultimo passaggio che ti convince, ti
appassiona, e da lì riprendere il racconto cercando un diverso sviluppo... Quando sono arrivato a
scrivere gran parte di questo racconto mi sono inchiodato.”
Così inizia il racconto di Jacopo Fo che raccoglie in un libro, che poi si fa spettacolo, una serie di
racconti e ricordi per cercare di rispondere alla domanda che in assoluto gli è stata fatta più volte
nel corso della sua vita: Com’è esser figlio di Franca Rame e Dario Fo? Ma anche… Com’è crescere
con due genitori così? Cosa ti hanno lasciato? Cosa hai imparato? Tutte curiosità ai cui cerchi di
dare una risposta, quesiti che all’inizio di un’intervista sai già che ti verranno posti. Domande alle
quali pensi sempre di avere la risposta pronta, ma mentre tu parti per rispondere con la solita
tiritera ti succede che sempre nuovi ricordi ed emozioni ti riaffiorano alla mente.
In questo racconto Jacopo Fo cerca di portarci nel suo mondo di guitti e attori girovaghi, di
affabulatori, di scenografi e disegnatori di favole che hanno sempre delle salde fondamenta nella
storia del nostro Paese: “Quello che penso di poterti segnalare scrivendo questo racconto, è
l’esistenza di alcuni meccanismi elementari che nella mia storia sono stati particolarmente
importanti perché sono nato in una famiglia governata dagli estremi, da situazioni al limite della
realtà, e ho visto cose che a non tutti capita di vedere. Quel che mi interessa raccontare è il punto
di vista inusuale dal quale mi sono trovato a guardare. In effetti, in questo momento non ho
esattamente la capacità di dare grandi consigli o di dire verità immense e universali. Scrivo per
mettere in fila i fatti salienti e magari capirci qualche cosa, pensando contemporaneamente che
una simile sfilata di eventi possa servire a qualcun’altro che magari possa arrivare a sintetizzare
qualche idea sensata su cosa stiamo qui a fare, vivi, e cosa potremmo fare di utile o quantomeno
di gradevole.”
ESTRATTI
Franca, una santa
Per lei la gente aveva un particolare rispetto. Ed è proprio la parola adatta: “rispetto”. Quando è
morta più di un compagno, ricordando una delle infinite imprese, mi ha detto: “Sai quando mi
telefonava tua madre dovevo alzarmi in piedi”. Cioè a dire che doveva mettersi sull’attenti… Non
che mia madre si comportasse come un generale e desse ordini. Chiedeva continuamente consigli
e poi li ascoltava pure. Poi le persone adoravano realizzare quel che lei domandava… Al suo
funerale c’erano migliaia di donne con la sciarpa rossa. Molte compagne quel giorno e negli anni
successivi mi hanno preso da parte e mi hanno detto: “Solo grazie a tua madre ho trovato il
coraggio di raccontare la violenza che ho subito anch’io”. Franca era un punto di riferimento,
qualunque tempo facesse in cielo su di lei potevi contare. Mesi fa mi ha telefonato una donna:
“Volevo dirti che devo ringraziare tua mamma perché mi ha risolto una situazione drammatica!” E
io: “Grazie, ma Franca è morta ormai da anni...!” “Sì, ma lei mi ha aiutato pochi giorni fa! Ero
disperata e ho detto: Franca aiutami tu! E lei mi ha detto cosa fare e ha funzionato!” Ascolto
interdetto. Vuoi vedere che viene fuori un culto para religioso? Santa Franca delle cause
impossibili!
È il pubblico che fa lo spettacolo.
Ogni tanto a teatro viene uno spettatore che ride in modo comico ed è straordinario perché
trascina tutti. Ci sono quelli che hanno addirittura lo scoppio ritardato perché all’inizio della risata
restano soffocati e quindi silenziosi, poi esplodono cercando di respirare e la gente che ha appena
smesso di ridere riparte. A volte resti zitto per un minuto ad aspettare che le risate e le risate sulle
risate, finiscano. Un piacere abissale! Questo piacere e l’emozione che questo mestiere ti dà
permettono all’attore di realizzare imprese impossibili.
19 ottobre 2026, ore 20.30
MATTEO LANCINI
A volte ti amo
di e con Matteo Lancini
drammaturgia Emanuele Aldrovandi
produzione Mismaonda
Adolescenti e giovani adulti interpretano in modo del tutto nuovo la sessualità, l’intimità e le
relazioni. L’esperienza della coppia si caratterizza per legami intermittenti, paura del rifiuto e
desiderio di riconoscimento, a testimonianza di come oggi tutti, non solo le nuove generazioni,
oscillino tra il bisogno profondo di essere amati e la difficoltà di restare davvero insieme. Uno
spettacolo che esplora le relazioni amorose delle nuove generazioni e che conduce lo spettatore
a riflettere sui nostri bisogni più autentici e sul rapporto sempre più complicato tra sé e l’altro, tra
il singolo e la collettività.
26 ottobre 2026, ore 20.30
+
Nelson Mandela e la lotta all’Apartheid.
La “Carta della libertà” sudafricana
di e con Paolo Colombo
suoni e immagini di Daniele Vaschi
In questo History Telling - che ha come filo conduttore la vita di Nelson Mandela, l’evolversi delle
sue idee politiche e la sua azione di lotta per la libertà - Paolo Colombo racconta la lotta
all’apartheid e la sua eroica genesi, che ha una data d’inizio: 24-25 giugno 1955.
In quei due giorni si tiene il primo congresso nazionale sudafricano, con tutte le organizzazioni
rappresentative delle popolazioni oppresse: vi si discute e vota la Freedom Charter, la “Carta della
libertà”, che esprime la volontà di cambiare le cose e progettare un futuro più libero e democratico.
E tutto questo in pieno regime di apartheid, con tutti contro: le forze governative, la polizia, i mezzi
di comunicazione… una vicenda straordinaria, un’avventura epica, un passaggio di civiltà
memorabile, non solo per il Sudafrica ma per il mondo intero.
2 novembre 2026, ore 20.30
DIEGO PASSONI
Siamo tutti sulla stessa Arca
scritto da Diego Passoni
in collaborazione con Federica Cacciola
regia Enzo Curcurù
Un viaggio nel primo libro della Bibbia - che quasi nessuno ha letto davvero - per scoprire che ce
lo hanno raccontato male, e che ha molto ancora da dire su di noi e sui nostri giorni. Un libro
pieno di speranze, sesso, sangue, bugie, violenza e scene di nudo, e dunque irresistibile!
Diego Passoni è stato ballerino e conduttore Tv, da più di vent’anni con la Pina e la Vale
accompagna a casa gli ascoltatori di Pinocchio su radio Deejay; scrive, percorre cammini, e studia
con passione le Scritture.
9 novembre 2026, ore 20.30
TOMASO MONTANARI
L’arte della pace
di e con Tomaso Montanari
produzione Teatro Carcano
Tomaso Montanari, Rettore dell'Università per Stranieri di Siena, storico dell'arte e saggista di
fama nazionale, terrà una lectio magistralis sul tema "Arte della Pace". Per secoli gli artisti si sono
trovati a raffigurare la guerra: a normalizzarla, abbellirla, camuffarla, celebrarla, spesso, addirittura
ad esaltarla. Perché gli artisti hanno a lungo lavorato, e in un certo senso ancora lavorano, per
committenti che non di rado coincidono con chi la guerra la decide, la vuole, ne trae vantaggio.
Ma lungo tutta la storia dell’arte si snoda un altro filo, forse minoritario, ma luminoso e profetico:
quello di un’arte capace di dire la verità sulla guerra, intenzionalmente o a volte anche no. La
lezione percorre alcuni casi noti e altri invece quasi sconosciuti, ripercorrendo questa secolare
tradizione, oggi così preziosa e parlante: quella dell’arte che ha svelato la guerra per quello che è:
una inutile strage. Un percorso illuminante: che fa sentire meno soli, e ci restituisce la possibilità di
un mondo diverso.
16 novembre 2026, ore 20.30
FEDERICO RAMPINI
Argento Vivo
Si allunga la longevità.
Sorpresa: "noi" siamo una buona notizia
testi originali di Federico Rampini interpretati dall’autore
produzione Teatro Carcano
Viviamo sotto la dittatura feroce del catastrofismo mediatico, dell’allarmismo. Progressi
meravigliosi della civiltà umana che hanno allungato la vita media vengono distorti da una
narrazione angosciante. Dopo aver urlato per decenni che il pianeta era sull’orlo del collasso per la
"bomba demografica" (troppe nascite, troppe bocche da sfamare!), gli stessi profeti di sventura
hanno rovesciato il messaggio: il nuovo cocktail malefico è fatto di spopolamento +
invecchiamento. Federico Rampini, fresco settantenne, estrae dalla sua vita globale (America,
Estremo Oriente) un racconto completamente diverso. Le società che hanno una marcia in più sono quelle che hanno capito il valore delle generazioni "mature", e ne fanno buon uso. In
Giappone si parla di un ricco "dividendo della longevità", in America c’è un boom di imprenditori
ultrasettantenni. Rampini propone un manifesto generazionale: altro che un peso per la società,
come il colore dei nostri capelli "noi" siamo Argento Vivo. Si è aperta una nuova stagione della
storia umana in cui noi diamo una marcia in più a tutti gli altri.
23 novembre 2026, ore 20.30
VITTORIO LINGIARDI
Farsi male. Variazioni sul masochismo.
lectio con letture
di Vittorio Lingiardi e Gianni Forte
con Vittorio Lingiardi (voce narrante) e Federica Fracassi (voce recitante)
line producer Elisa Brivio
responsabile tecnico Gianluca Patrito
produzione The Italian Literary Agency
Succede a tutti di farsi male. Lezioni sul masochismo, tratto dal libro di Vittorio Lingiardi, ci
conduce in un territorio intimo e spesso rimosso: quello delle sofferenze a cui, più o meno
consapevolmente, ci consegniamo da soli. Lingiardi, con le letture di Federica Fracassi, traccia un
confine sottile ma decisivo tra convivenza e connivenza con il dolore, esplorando le forme
quotidiane del masochismo contemporaneo — non come gesto estremo, ma come struttura della
personalità e delle relazioni.
Una lectio accompagnata da un montaggio video originale che dialoga con la musica e la parola
evocando immaginari cinematografici, in cui scene di film emblematici richiamano la quotidianità
del nostro “farci male”. Attraversiamo così stanze interiori fatte di autocritica, ideali irraggiungibili,
sensi di colpa che non finiscono mai: un racconto che parla di noi, della vita di tutti i giorni, fino ad
aprirsi sul dolore del mondo.
30 novembre 2026, ore 20.30
PAOLO COLOMBO
Il grande gioco dell’AI. Storie di intelligenze umane e artificiali
di e con Paolo Colombo e Sergio Amati
luci e suoni di Stefano Tumiati
Cosa unisce il genio matematico di Alan Turing, il Progetto Manhattan di Oppenheimer, le
intuizioni sul machine learning di Claude Shannon e l’epica sfida tra lo scacchista Garry Kasparov
e il supercomputer Deep Blue? In un avvincente percorso a livelli – strutturato come un vero e
proprio videogame – questo History Telling ripercorre le tappe storiche fondamentali che hanno
trasformato i calcolatori in macchine capaci di "pensare", "vedere" e persino "immaginare".
Attraverso il dialogo tra Paolo Colombo e un’AI di ultima generazione personalizzata e fin troppo
umana, il pubblico viene guidato dietro le quinte della rivoluzione algoritmica, tra automi meccanici
e giganteschi database, pagine di grandi scrittori e disegni animati giapponesi. Una ricostruzione
storica ma anche una narrazione pop, ritmata da musica e videoclip, per provare a rispondere alla
domanda più grande: in un mondo dominato dagli algoritmi, qual è la scintilla che ci salverà
dall’omologazione? Per capire dove stiamo andando, senza dimenticare da dove siamo partiti.
Al Carcano in Pe’
La citazione di Jannacci cara al nostro teatro apre la strada alla Stand-up e alla comicità
13 ottobre 2026 DANIELE TINTI
10-11 novembre 2026 STEFANO RAPONE
9 dicembre 2026 FRANCESCA REGGIANI e CHIARA BECCHIMANZI
23 febbraio 2027 FRANCESCO FANUCCHI
2 marzo 2027 ANNAGAIA MARCHIORO
15-16 marzo 2027 STEFANO RAPONE
23-26 marzo 2027 PAOLA MINACCIONI
27 aprile 2027 TIZIANO LA BELLA
13-16 maggio 2027 TERZO SEGRETO DI SATIRA
I Fantaweekend
Grandi storie per piccoli sguardi: il teatro che accende la meraviglia a cura di FantaTeatro
Per il bicentenario della nascita di Carlo Collodi
Sabato 17 ottobre 2026, ore 15.00
PINOCCHIO
di Carlo Collodi
adattamento e regia Sandra Bertuzzi
scene Federico Zuntini
costumi Atelier Fantateatro
produzione Fantateatro
dai 4 anni
Tratta dal libro di Carlo Collodi (all’anagrafe Carlo Lorenzini) Le avventure di Pinocchio. Storia di un
burattino, che è stato pubblicato in 187 edizioni e tradotto in 260 lingue o dialetti, la riduzione di
Fantateatro ne rispecchia la trama e i contenuti restituendolo al pubblico con freschezza. Lo
spettacolo affronta i temi che l’autore sviluppa nel suo racconto, esaltandoli e rendendoli attuali,
con un tocco di poesia e candore che creano veri e propri momenti di commozione. Ciò che più
viene messo in evidenza è il contrasto tra rispettabilità e libero istinto, tra la convenzione delle
regole e il desiderio di libertà, un cammino difficile pieno di scelte che porta alla maturità.
Le ricche animazioni piene di movimento e colore rendono la messa in scena un meraviglioso
dipinto in cui i personaggi compaiono e scompaiono magicamente. La recitazione fresca e
brillante coinvolge gli spettatori in un divertente viaggio che porta Pinocchio a diventare bambino
Domenica 29 novembre 2026, ore 11.00
GLI ELFI DI BABBO NATALE
testo e regia Sandra Bertuzzi
scene Federico Zuntini
costumi Atelier Fantateatro
produzione Fantateatro
dai 3 anni
Siamo ormai alla vigilia di Natale, tutti gli elfi di Babbo Natale sono in fermento per la notte più
importante dell’anno. Ma proprio in questo momento delicato arrivano dei nuovi apprendisti elfi da
istruire e, è cosa nota, gli elfi sono molto dispettosi, tanto che uno scherzo all’apparenza innocente
rischia di mettere a repentaglio la consegna dei regali. Saranno l’amore e la bontà a mettere tutto
a posto e a regalare allo spettacolo il lieto fine.
Un tuffo nell’atmosfera magica del Natale, un viaggio nella poesia, nella dolcezza, ma anche tanta
musica e divertimento. Uno show ricco di emozione e stupore, che dà l’illusione della vera magia e
vede scatenarsi nella danza tutti gli elfi nella colorata scenografia che rappresenta la casa di
Babbo Natale. Le canzoni cantate dal vivo fanno da padrone di casa e regalano grandi emozioni.
Domenica 31 gennaio 2027, ore 11.00
IL CARNEVALE DEGLI ANIMALI
di Camille Saint-Saëns
adattamento e regia Sandra Bertuzzi
scene Federico Zuntini
costumi Atelier Fantateatro
produzione Fantateatro
dai 4 anni
Il Carnevale degli Animali è una delle più famose opere del compositore francese Camille
Saint-Saëns, che vuole descrivere attraverso la musica una variopinta galleria di animali.
Fantateatro utilizza queste splendide composizioni musicali per presentare elefanti, asini,
tartarughe, galline, galli, pesci, canguri, leoni, cigni e uccelli che manifestano i caratteri e i
sentimenti degli uomini.
Tutti gli animali si ritrovano all’ingresso dell’arca di Noè, un’occasione per conoscersi e imparare a
rispettarsi sulle note della musica classica. Il pubblico assiste quindi a una “sfilata” di animali
colorata e divertente, resa ancora più stupefacente dei bellissimi costumi in gommapiuma nati
dalla fantasia dello scenografo Federico Zuntini
Sabato 6 marzo 2027, ore 15.00
ROBIN HOOD
dalle leggende gallesi
adattamento e regia Sandra Bertuzzi
musiche originali Piero Monterisi e Maurizio Mariani
scene Federico Zuntini
costumi Atelier Fantateatro
produzione Fantateatro
dai 4 anni
Nell’Inghilterra medioevale, il nobile Robin di Locksley, rimasto fedele a Re Riccardo Cuor di Leone,
si oppone al nuovo sovrano di Inghilterra, suo fratello il principe Giovanni. Costretto alla fuga, Robin
si nasconde nei boschi e inizia a farsi chiamare “Robin Hood”: altri ribelli come Little John si
uniscono a lui e iniziano a svaligiare le casse del regno per ripartirle fra la povera gente. Arciere
formidabile, Robin decide di partecipare a un torneo indetto dal principe Giovanni per farsi notare
dalla sua amata Lady Marian, quando viene scoperto dallo sceriffo di Nottingham.
Uno spettacolo epico e comico al tempo stesso, in cui il carattere dell’eroe protagonista è in grado
di farci riflettere sui valori per cui vale la pena lottare: la generosità e la giustizia.
La messa in scena è arricchita da splendidi fondali videoproiettati, strepitose coreografie di
Simona Pulvirenti e accattivanti musiche originali cantate dal vivo dagli attori, scritte per
l’occasione da due grandi musicisti di fama nazionale e internazionale, Piero Monterisi e Maurizio
Mariani.
Domenica 21 marzo 2027, ore 11.00
LA REGINA CARCIOFONA
testo e regia Sandra Bertuzzi
scene Federico Zuntini
costumi Atelier Fantateatro
produzione Fantateatro
dai 3 anni
Verdulonia è il rigoglioso regno governato dalla meravigliosa Regina Carciofona mentre Fruttisia
ha come sovrano il buffo Re Limoncino. Per una sciocca discussione tra i due regni scoppia
un’inutile guerra a suon di frutta e verdura. Riusciranno l’intelligenza e la tolleranza a far tornare
la pace e a insegnare al mondo i segreti di una sana alimentazione e del vivere felici?
Il successo di questo racconto ha portato la compagnia Fantateatro a scrivere un audiolibro
omonimo pubblicato nel 2012.
Domenica 18 aprile 2027, ore 11.00
IL GATTO CON GLI STIVALI
di Giovanni Francesco Straparola
adattamento e regia Sandra Bertuzzi
scene Federico Zuntini
costumi Atelier Fantateatro
produzione Fantateatro
dai 4 anni
Un ricco e vecchio mugnaio in punto di morte chiama a sé i suoi tre figli: al figlio maggiore lascia in
eredità il mulino, al secondogenito viene lasciato il mulo e una casa di campagna mentre al figlio
minore viene lasciato un gatto. Il ragazzo è triste e deluso: cosa se ne fa di un gatto? Sconsolato, si
siede su una roccia a pensare il da farsi, quando il gatto gli dice di non preoccuparsi: insieme
faranno fortuna!
La compagnia Fantateatro propone questo piccolo classico tra duelli di spada e canzoni per
dimostrare che la vera nobiltà è affare di cuore. I costumi e le enormi maschere di scena sono
frutto dell’ingegno dello scenografo Federico Zuntini.































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